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La pandemia degli altri / 24

Il Coronavirus, visto da Chapel Hill

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Telefonami tra vent’anni. Io adesso non so cosa dirti. Ascolto Lucio Dalla stamattina, mentre corro tra i prati di un complesso residenziale che chiamano Fearrington Village. Siamo lontani, qui, da un altro Village ben più noto. Lontani, ma neanche tanto: New York è a 500 miglia, otto ore di macchina, lo stesso tempo che s’impiega a fare Torino-Napoli. Eppure, tra questi due punti dello spazio, c’è lo stesso scarto metafisico che si trova tra La casa nella prateria Blade Runner.

Scrivo dalla North Carolina. Ci vivo da poco meno di due anni, per le ragioni comuni a tanti accademici italiani stanchi dell’accademia italiana. Siamo a Sud, qui. Dicono che sia la terra della gentilezza, e lo dico anch’io. La gente per strada ti saluta, sorride. Sull’autobus capita che sconosciuti ti sfiorino il gomito e ti dicano “sorry, dear”. Appena fa un po’ più caldo la vita diventa una grande festa all’aperto, con barbecue, pomodori verdi fritti e birra a km zero.

La North Carolina è uno Stato dal benessere medio. Le property taxes, le tasse sulla casa, sono un po’ più basse che altrove (detto di sfuggita, in America si pagano, e non poco). Questo ha favorito un flusso di pensionati alla ricerca di un luogo tranquillo dove ritirarsi senza svenarsi, per esempio in un villaggetto come Fearrington, con i suoi prati perfetti e le casette bianche. Qui in particolare siamo nel Research Triangle, il Triangolo della Ricerca: due milioni di abitanti su un territorio compreso tra Durham, Raleigh e Chapel Hill, un’enclave progressista e all’avanguardia in uno Stato dalle simpatie politiche altalenanti. Si dice che ci sia la più alta percentuale di Ph.D. pro capite di tutti gli Stati Uniti. La cosa è credibile se si pensa che il Triangle ospita una concentrazione di ben 17 università e un numero imprecisato di centri di ricerca pubblici e privati. La University of North Carolina at Chapel Hill, dove lavoro, è considerata tra le più prestigiose università pubbliche d’America, e si fa vanto di avere il miglior rapporto tra ranking e tuition fees – detto altrimenti, tra qualità e prezzo. La parola d’ordine qui è diversity, e non stupisce. Siamo nel Sud: l’economia antebellum era fondata sulla schiavitù e fino a l’altro ieri c’era la segregazione razziale. C’è un bel po’ da farsi perdonare, da queste parti, ma ce la si mette tutta.

In North Carolina il Coronavirus è apparso svogliatamente nelle conversazioni a fine febbraio. Dieci giorni dopo però cominciavano le chiusure di ristoranti ed esercizi commerciali “non essenziali”. La mia università è stata evacuata a metà marzo, quando si è saputo che c’erano casi positivi tra la popolazione accademica. Venerdì 27 marzo, il governatore Roy Cooper, un democratico, ha firmato lo Stay-at-Home Order, che più che una quarantena all’italiana si traduce in un invito a stare a casa “per quanto potete”: insomma, se proprio dovete uscire, uscite, basta che teniate le distanze di sicurezza (6 piedi, 1,80 m). In altre parole, ama e fa’ ciò che vuoi.  

Le statistiche dicono che in North Carolina, al 10 aprile, abbiamo 3.651 contagiati e 65 morti. I ricoverati attualmente sono 398. C’è un sito dedicato che dà molte informazioni. Per esempio, ci dice che il 55% dei malati è “white” (tasso di mortalità 61%), mentre il 39% sono afroamericani (mortalità al 38%) e solo il 2% asiatici. Sembrano pochi, ed è rassicurante. Ma se guardiamo meglio, vediamo che il numero di tamponi finora eseguiti è di 47 mila su quasi 11 milioni di abitanti, il che significa 43 persone ogni diecimila. La verità, quindi, è che non sappiamo esattamente che cosa stia succedendo davvero

Le mie due vicine di casa infermiere, da dietro alle loro staccionate, mi raccontano ad esempio di reparti in allerta continua, e di malati che hanno bisogno di respiratori. E questi, in fondo, sono i fortunati che in ospedale ci arrivano. Quelli che non ci arriveranno mai sono le tante, tantissime vittime silenziose del Coronavirus. Sono le persone senza assistenza sanitaria e pochi mezzi per sopravvivere. Sono i veterani che, con i loro cartelli God Bless, chiedono l’elemosina agli automobilisti fermi ai semafori. O gli invisibili di tutte le età che, se non dormono nei parcheggi come a Los Angeles, magari vivono nei trailers: case mobili senza le ruote, parallelepipedi di lamiera messi su alla meno peggio lungo statali e strade secondarie, spesso circondati da pezzi di auto e scatoloni.  

Quali drammi si consumino in quelle dimore poverissime appoggiate negli interstizi tra le gated communities e i villaggi come Fearrington, è difficile saperlo, ma facile immaginarlo. È la forbice che si apre, ora più che mai, nelle aspettative di vita, nei livelli di protezione, nella disponibilità di cibo. Perché – e questo è il paradosso non solo della North Carolina, ma degli Stati Uniti in generale – accanto a centri di ricerca e grandi università c’è un’altra America, quella in cui non ci sono scuole per tutti, in cui le minoranze sono abbandonate alle loro malattie e alla loro depressione economica ed esistenziale e in cui la parola “identità” supplisce agli strumenti che rendono possibile l’interazione con il mondo moderno. 

Inutile aggiungere che la marginalizzazione gioca un ruolo: le percentuali dei malati sul sito, infatti, non dicono che il numero di afroamericani è il doppio dei bianchi, che sono il 68% della popolazione contro il 21% dei neri. A non molti chilometri da qui, del resto, c’è Afton, Warren County, dove negli anni Ottanta nacque il movimento della giustizia ambientale: un’intera comunità, nera all’84%, era stata per anni una discarica autorizzata di materiali tossici. Con l’appoggio della United Church of Christ, famosa per le sue battaglie civili, gli abitanti reagirono, e ottennero giustizia. Oggi però il Coronavirus rende tutto più difficile, perché non colpisce una comunità, ma galassie polverizzate d’individui spesso senza protezione, il che non è difficile nell’America di Trump, specie se sei irregolare, migrante, se vivi nella contea sbagliata, o semplicemente se sei povero. Però è proprio questo che ti fa venire la voglia di rimboccarti le maniche e di aiutare: lo si vede dalle iniziative di tutti i tipi che ora più che mai stanno fiorendo, dalle banche del cibo alle raccolte fondi per gli ospedali e le famiglie, ai richiami a donare il sangue. Anch’io farò la mia parte.  

In queste settimane di didattica online, di “keep teaching” e “keep learning”, gli studenti ci sono sempre stati, nonostante le difficoltà del digital divide: se si esce dal perimetro Wi-Fi del campus, per molti Internet diventa un lusso. Ma gli studenti ci tengono, a queste lezioni. Che l’università sia pubblica, infatti, non significa che sia gratuita, e loro s’indebitano sin da giovanissimi per potersela permettere. 

Lunedì ho ricevuto la mail di Abigayle, secondo anno di Neuroscienze, che giustificava l’assenza alla lezione dell’indomani. “Mio padre ha avuto il oronavirus nelle ultime settimane”, scriveva. “Oggi è morto”. Lei si preoccupava dell’assenza, ma a me è venuto in mente il suo futuro e quello di tutti gli altri che a causa del virus perderanno la possibilità di continuare gli studi. Stavo per scrivere al rettore, ma ho scoperto che non ce n’era bisogno. La University of North Carolina ha già messo a disposizione per loro sostegni materiali e psicologici. Una grande università, anche pubblica, ha donors generosi, che integrano i fondi federali e statali (non pochi) con milioni di dollari. Anche il mio stipendio dipende in parte da loro. Ho girato agli studenti l’informazione e tutti i dettagli, con il solito "Big Hug", l’abbraccione virtuale un po’ sovversivo che accompagna tutti i miei messaggi in modalità Covid-19. Mi mancano i loro sorrisi impacciati.

A Fearrington Village ci sono mucche, capre e galline, tutte rigorosamente bianche e nere, per lo più a strisce (tranne le galline). Io ci vengo a correre. Come da tradizione del Sud, anche qui gli abitanti ti salutano. Da quando hanno imposto il social distancing ogni incontro è un cerchio nell’aria; loro allargano da un lato e io allargo dall’altro, però sempre con garbo e mai senza un sorriso. Oggi un signore mi ha detto “thank you” mentre lo evitavo. 

Continuavo a sentire la musica e a correre per i prati di questo villaggetto così perfetto che sembra il Truman Show. A un tratto però ho preso un sentiero diverso e mi sono trovata davanti a un piccolo miracolo. Era un cimiterino vecchio di almeno due secoli, una quindicina di lapidi sconnesse, mangiate dal muschio. In mezzo a quella ricerca di ordine un po’ maniacale, quest’angolo selvatico mi ha preso alla sprovvista. Senza smettere di saltellare per non perdere il ritmo della corsetta, mi sono avvicinata. Ho scattato un paio di foto con lo smartphone, sempre con Lucio Dalla nelle orecchie. Ho salutato con un sorriso i vecchi abitanti del luogo e me ne sono andata. Sono sicura che la gentilezza del Sud, con le sue molte contraddizioni, continua ad albergare nelle loro dimore anche al tempo del virus.

Alle porte dell’universo, un telefono suona ogni sera, sotto un cielo di tutte le stelle di un’inquietante primavera.

 

 

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