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La pandemia degli altri / 17

Il Coronavirus, visto da Toronto

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La risposta pubblica all’evolversi della pandemia in Canada ricalca da vicino quello che abbiamo visto in Italia e un po’ in tutto il mondo occidentale: ignoranza, sottovalutazione, misure parziali e tardive corrette di volta in volta. Il tutto complicato da una struttura federale che impedisce una risposta coerente alla crisi in atto.

Mentre scrivo i casi hanno superato quota 20 mila e la curva non è particolarmente confortante: i malati raddoppiano ogni tre giorni. Le vittime sono per ora 435, ma le stime parlano di un potenziale numero di morti tra 3 e 15 mila solo in Ontario. Sono dati ancora piuttosto contenuti: in Canada il virus è arrivato tardi e questo ci aiuta a spiegare, ma non certo a giustificare, la timidezza del governo nel prendere misure risolute.

Solo un paio di settimane fa, il premier dell’Ontario, Doug Ford, si faceva beffe degli allarmi: invitava anzi le famiglie ad andare in vacanza durante il March Break, la settimana di chiusura scolastica. Neanche la notizia della malattia della moglie di Trudeau, che aveva fatto il giro del Canada, aveva cambiato la politica del “business as usual”. Il primo a muoversi è stato il settore privato, o meglio, una parte di esso: grandi banche e corporation invitavano quadri e dirigenti al lavoro da casa e istituivano quarantene private per i dipendenti in viaggio all’estero. Ma scuole e università rimanevano aperte, e agli aeroporti non c’erano controlli di sorta.

Mentre Trudeau si limitava a chiudere le frontiere, i governi locali sembravano titubanti nell’imporre misure restrittive e la chiusura degli esercizi commerciali. Bar e ristoranti sono stati chiusi in fretta e furia solo dal sindaco di Toronto alla viglia di St Patrick Day, quando tradizionalmente migliaia di persone affollano i locali di tutta la città.

Dal mio soggettivissimo punto di vista, pareva di assistere a una commedia triste, dove tanto la politica quanto l’opinione pubblica rimaneva inerte e cieca davanti alle notizie proveniente dal resto del mondo. D’altronde, io stesso non ero stato immune a questo atteggiamento: mia moglie, coreana, aveva assistito alla tragedia che nel suo Paese era iniziata già a inizio febbraio, e non si riusciva a spiegare le reticenze italiane in termini di prevenzione. Rivedere lo stesso schema applicato in Canada è stato doloroso e preoccupante.

Pian piano i divieti si son fatti più stringenti: nel weekend finalmente sono stati chiusi i cantieri, fino ad allora considerati attività essenziale – in una città come Toronto, dove i palazzinari han fatto affari come ai tempi di Mani sulla città, purtroppo non era stata una sorpresa che fossero inizialmente esentati. E la polizia si è messa a pattugliare i parchi, che nel weekend precedente si erano riempiti a causa di un insperato anticipo (per gli standard locali) di primavera.

Politicamente ci troviamo, di fatto, con un governo di unità nazionale, con tanto di amorosi sensi tra la vice premier liberale Freeland e l’imbarazzante Ford. Inizialmente a Ottawa si era mormorato che Trudeau potesse assumere poteri straordinari per armonizzare la risposta sanitaria al virus, ma si è preferito lasciare alle province la propria autonomia – e quindi una miriade di regolamenti diversi a cui attenersi. Il governo federale si sta concentrando sul dato economico. Il Canada era uscito relativamente indenne dalla crisi del 2008, ma è in una posizione davvero poco invidiabile al momento: il crollo del prezzo delle risorse naturali ha un impatto notevolissimo tanto sul settore trascinante dell’economia canadese quanto sulle finanze pubbliche; la recessione rischia di far scoppiare la bolla immobiliare sviluppatasi prepotentemente in questi anni, con tutte le ripercussioni ad essa legate; il corporate debt è tra i più elevati al mondo e una chiusura prolungata delle attività produttive potrebbe essere mortifera; e, soprattutto, la disoccupazione è salita a livelli che non si vedevano da 70 anni. Il pacchetto di stimolo del governo è stato meno timido della risposta sanitaria: sussidi alle Pmi per pagare i salari, aumento dell’assegno di disoccupazione, e la possibilità di congelare i mutui. La Banca del Canada si sta facendo carico di comprare i mortgages più a rischio mentre il deficit del governo potrebbe raggiungere il 10% del Pil. Ma i conti sono, come ovvio, provvisori: nessuno sa quando finirà l’emergenza ed è ancora troppo presto per cominciare a parlare di riaperture. Si naviga a vista, sperando per il meglio.

 

 

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