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La pandemia degli altri / 25
Il Coronavirus, visto da Londra
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A Londra la primavera dura in media 5 giorni. In una breve parentesi di temperature miti i parchi, le vaste aree dei commons si riempiono. Ma la distribuzione ineguale di spazi verdi e la limitazione degli spostamenti creano nuove geografie: aree senza accesso ai servizi che potrebbero compensare le carenze della qualità residenziale e aree dove la quarantena è un’opportunità per imparare a fare il pane in casa. Io sono parte degli emergenti panettieri.

Il 2 marzo sono in ospedale, un intervento in day hospital, programmato da mesi. Il personale ospedaliero guarda il nastro delle ultime notizie che scorre sotto il programma di buongiorno della Bbc. Qualcuno dice: “30 casi? Sono tanti”. Al 20 aprile i casi registrati sono 120.000 e questi sono dati approssimativi, basati solo sui test fatti: 7 ogni 1.000 abitanti, contro i 22 dell’Italia. I numeri effettivi non si conoscono.

La saga dei test, come quella della carenza di Ppe, sono la manifestazione più visibile e più sfruttata dai media per descrivere un governo incompetente e impreparato. Ma il problema ha radici lunghe, nella privatizzazione invisibile della sanità iniziata da Thatcher, rafforzata dalle innovazioni gestionali e finanziarie introdotte dal New Labour di Blair (il primo a proporre l’ingresso delle corporations della sanità statunitensi nella gestione della Nhs) e sull’orlo della sua completa attuazione da parte del governo Johnson. Peccato che la pandemia abbia rovinato i piani di trasferire montagne di debiti finanziari della Nhs nelle mani di Wall Street che avrebbe potuto impacchettarli in prodotti derivati come fece con i debiti privati sulla casa nel 2007.

Il livello di privatizzazione già presente all’inizio della pandemia, in particolare nelle attività di gestione, di fornitura, di informatizzazione dell’informazione, è adesso visibile in una Nhs fatta di persone straordinarie (moltissimi immigrati) tenute insieme da una struttura manageriale determinata a creare efficienza dove c’è bisogno di efficacia, retta da contratti di fornitura privati che male reagiscono a scosse ed emergenze.

Quando la mia università avvisa il corpo docente che sta organizzando il passaggio al lavoro a distanza di tutte le attività che non necessitano presenza fisica nel campus, siamo in sciopero da 2 settimane per contestare la finanzializzazione delle pensioni e la crescente presenza di contratti precari. La didattica è quindi già rarefatta, ma la presenza fisica è invece molto più evidente nei picchetti davanti a ogni sede universitaria. Era già successo due anni fa: spingendoci sulla strada e fuori dagli uffici, lo sciopero ci aveva reso più visibili gli uni agli altri e alla città.

Il 9 marzo arriva la comunicazione di prepararci per il trasferimento in remoto. I gruppi di WhatsApp che coordinano lo sciopero allo University College cominciano a discutere proposte per picchetti virtuali, ma nello spazio di pochi giorni viene confermato un caso di Covid-19 nel campus e il 13 marzo l’università chiude ufficialmente e tutta l’attività didattica e amministrativa spostata in remoto. Il mio dipartimento (50 membri di personale e 600 studenti tra dottorandi, master e undergraduate) si smaterializza e riappare virtuale su MS Teams.

Nel giro di un paio di giorni, mi trovo da sola a inventare soluzioni pedagogiche per i miei studenti, nella speranza che trovino un qualche riscontro con le attività proposte da colleghi e adottate formalmente dal dipartimento. Come funziona l’insegnamento virtuale? Dobbiamo fidarci della nostra esperienza. C’è uno strano sfasamento temporale: l'emergenza di prendersi cura delle necessità più immediate degli studenti contro i tempi più lunghi delle decisioni prese dal dipartimento. L’assenza di contatto fisico e confronto con i colleghi rende ogni decisione e ogni soluzione più difficile, lenta, complessa. Il senso di isolamento è forte.

Poi mi ammalo, prima io, poi il mio compagno. Forse Covid-19, ma in forma leggera, “solo un’influenza”. Come tutti quelli che conosciamo e che non hanno difficoltà finanziarie o ad accedere ai beni di consumo necessari, i minimi ostacoli posti dalle code e dalle carenze dei supermercati sono una curiosità a cui ci adattiamo in fretta. Adesso siamo come il resto del mondo.

Londra è una città di distanze fisiche significative, che separano le persone tra di loro e le persone dai luoghi in cui vogliono o devono essere. Questa differenza tra chi può stare a casa e chi deve muoversi e muovere la città (i lavoratori essenziali, soprattutto nel trasporto e logistica) si combina a Londra con disuguaglianze sociali ed economiche già drammatiche in altri momenti e fatali in questo contesto. Dalla mia posizione, ricercatrice dei processi di urbanizzazione e partecipante attiva a campagne sulla casa e la gestione della città pubblica, la pandemia è un faro puntato sugli impatti di 40 anni di politica neoliberista sulla città, le condizioni abitative, le carenze di servizi territoriali. Dopo 10 anni di austerity, il sovraffollamento e le condizioni abitative degli strati sociali più poveri sono tornati a livelli dickensiani. Per queste famiglie, l’imposizione della quarantena produce situazioni impossibili, con famiglie di 6 persone in quattro metri quadri, mentre altre famiglie possono fare ginnastica in giardino.

I governi di Londra (quello metropolitano e i 33 governi municipali) sono da anni impegnati in una guerra totale contro le attività produttive di piccola e media dimensione, viste come uno spreco di spazio che può essere meglio utilizzato per usi residenziali. E queste sono le attività più ignorate dai diversi pacchetti di aiuti finanziari approvati dal governo Johnson, che hanno lasciato in mano alle grandi banche il compito di favorire l’accesso ai prestiti. Forse la pandemia sarà il colpo di grazia per questa economia distribuita e micro-manifatturiera, forse verrà finalmente riconosciuta per quello che è, essenziale alla creazione di lavoro stabile, necessaria al funzionamento della città. Forse l’ossessione con l’alta densità e con la protezione della corona verde che circonda la Londra urbana e ne riduce lo spazio costruibile dovrà essere ridiscussa.

Alcuni governi municipali decidono di contrastare gli abusi del lockdown con la chiusura totale degli spazi verdi, alcuni scelgono di bloccare l’accesso alle panchine per dissuadere chi tende a bighellonare. Ma la panchina serve all’anziano per potersi riposare quando esce a fare la spesa, dicono i consiglieri di opposizione. L’anziano non deve uscire, risponde l’amministrazione. I ritardi nella risposta alla pandemia hanno creato a Londra nuove categorie sociali tra chi può uscire e chi no, dove può andare e dove non può. E ha rafforzato divisioni più perniciose. A metà aprile uno studio rivela che la maggior parte dei decessi è tra soggetti appartenenti alle minoranze etniche.

Dovremo aspettare a lungo per sapere la causa di queste differenze, ma la pandemia a Londra dimostra che gli impatti delle emergenze ambientali o sanitarie si costruiscono nel lungo periodo e attraverso una politica praticata da governi diversi eppure consensuale nell’accettare forme di segregazione come inevitabili effetti della crescita economica.

 

 

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