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La pandemia degli altri / 14

Il Coronavirus, visto da Lugano

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Il 16 marzo è il mio compleanno: facile immaginare come quest’anno sia stato davvero diverso dal solito. Proprio a partire da quel giorno, infatti, a Lugano è stata interrotta l’attività lavorativa e siamo stati obbligati a rimanere a casa. In Italia, invece, amici e parenti erano in quarantena ormai da giorni. In Ticino stavamo aspettando che il Cantone adottasse le stesse misure prese in Italia, ma così non è stato immediatamente, purtroppo. Solamente dal 12 marzo il governo ha deciso di chiudere le scuole post obbligatorie (dopo le medie) e, in seguito a tutta una serie di critiche, di estendere il provvediamento a tutte le scuole, a partire dal 16 marzo.

La mia impressione è che la Svizzera abbia sottovalutato la situazione e pensato di essere un caso a parte rispetto all’Italia. Come si può pensare che un virus si fermi alle dogane e che, oltretutto, facendo entrare circa 70 mila lavoratori frontalieri, prima o poi non sarebbe arrivato anche qui? Il governo è stato duramente attaccato e accusato di non aver avuto il pugno di ferro in una situazione così drammatica e soprattutto di tergiversare da troppo tempo su una questione di salute pubblica. Per chi, come me, invece aveva contatti costanti con la famiglia in Italia è stata da subito chiara la situazione e il suo evolversi sempre più drammatico nei giorni: mi recavo al lavoro come se nulla fosse mentre sentivo al telefono mio padre obbligato a chiudere la sua attività a Roma, i miei fratelli e mia madre senza lavoro e tutti gli amici chiusi in casa da tempo. Era una situazione surreale: a 20 minuti dal confine con la regione d’Italia con maggiori contagi, il Ticino continuava la sua vita normalmente, chiedendo ai cittadini di seguire le norme igieniche di base al lavoro e nel quotidiano in generale. Sembrava che solo chi aveva contatti diretti con l’Italia fosse preoccupato, sapendo che cosa stava accadendo nelle proprie città d’origine. Per gli altri, come al solito, era l’Italia incapace di gestire la situazione; si sa, la Svizzera non è l’Italia.

Mi sono recata al lavoro regolarmente fino al 13 marzo, e fino al giorno prima ho svolto colloqui individuali con alcune persone senza garantire alcuna distanza sociale, bastava disinfettarsi le mani. La settimana del mio compleanno è stata quella decisiva (finalmente): decretata la chiusura di tutte le attività non essenziali, quindi anche del mio ufficio, garantiti i servizi di base come supermercati e farmacie. Restava il problema dei cantieri ancora aperti, chiusi solamente la settimana successiva. Proprio quest’ultimo fatto ha scatenato forti reazioni da Berna (intesa qui come governo nazionale, non cantonale) che ha dichiarato “il Ticino e le sue misure restrittive fuorilegge” e contrarie al diritto federale. Dalla Svizzera interna si è adottato esattamente lo stesso atteggiamento che il Ticino aveva assunto qualche settimana prima nei confronti dell’“esagerata” Italia: in pratica, dato che a Berna o Zurigo il Covid-19 non era ancora arrivato, il Ticino stava ampliando e sopravvalutando quella che era una semplice influenza e quindi non c’era alcun motivo di chiudere tutte le attività commerciali. Buffo, eh? Esattamente nello stesso Paese, si adottano misure differenti, come se il virus non potesse attraversare il tunnel del San Gottardo che collega il Ticino alla Svizzera interna.

Mentre scrivo sono passate circa tre settimane dalla quarantena forzata, c’è ancora qualcuno che prende sotto gamba la situazione e anche qui, come in Italia, c’è la corsa alla critica verso chi, in barba alle disposizioni, esce a fare passeggiate sul lungolago, corre o fa escursioni in montagna. Proprio recentemente il governo ticinese è dovuto intervenire chiedendo alla popolazione di restare a casa il più possibile e limitare gli spostamenti, concedendo passeggiate solo sotto casa e vietando le escursioni nel bosco (questo per evitare eventuali cadute che andrebbero a intasare ospedali ormai al collasso). In alcuni supermercati è vietato l’ingresso agli over 65. Uno degli ultimi annunci del governo è stato rivolto agli svizzero-tedeschi, ai quali è stato chiesto di non venire in Ticino per passare le vacanze di Pasqua.

Temevo di annoiarmi restando a casa e di soffrire molto questa soppressione nella mia libertà di movimento, soprattutto con l’arrivo delle temperature miti; ma mi sono dovuta ricredere. Infatti mi sono resa conto che, al contrario, il tempo passa velocemente. Ho la fortuna di non vivere sola e questo aiuta molto, ma allo stesso tempo cerco di tenermi occupata il più possibile. Ho allestito un mio piccolo angolo fitness in soggiorno. Sono sempre stata sportiva, pratico danza classica da 30 anni e quando il lavoro non mi permette di seguire i corsi di danza vado in palestra. Avevo ripreso un bel ritmo dopo un periodo lavorativo particolarmente intenso che mi aveva costretta a lasciare qualsiasi tipo di attività sportiva e non volevo perdere l’allenamento, così ho deciso di crearmi una piccola palestra domestica. Questo mi permette non solo di mantenere una buona forma fisica, ma anche (e forse soprattutto) di tenere il più possibile la mente libera e rilassata: per due ore il Covid-19 non esiste, ci siamo solamente io e i miei attrezzi, i tutorial su YouTube, la musica che mi accompagna. Forse è anche questo che mi fa andare avanti con serenità: non vivo la mia vita normalmente (del resto nessuno in questo momento lo fa), ma nell’eccezionalità cerco di tenere pezzi di normalità nelle mie giornate.

Non so come la Svizzera, l’Italia e il mondo intero reagiranno a tutto questo, dopo. Ciò che mi auguro è che per tutti queste settimane di clausura forzata siano un momento di riflessione in cui rimettere in gioco sistemi e meccanismi che oggi hanno dimostrato le loro fragilità, e ripensare davvero a un futuro migliore.

 

 

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