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La pandemia degli altri / 11

Il Coronavirus, visto da Umeå

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Le scuole dell’obbligo sono ancora aperte in Svezia. La mia compagna lavora come insegnante e ogni mattina, prima di uscire di casa, indossa una mascherina e infila un flacone di disinfettante in borsa. Anche qui in Svezia, mascherine e disinfettanti sono ormai esauriti da tempo. Ci sono stati addirittura episodi di furti nell’ospedale di Umeå, la città in cui viviamo, e il personale sanitario è stato costretto a chiudere a chiave questo materiale. Eppure abbiamo sempre l’impressione di essere i soli a indossare le mascherine sui mezzi pubblici a Umeå.

Ho letto articoli sulle difficoltà che hanno i genitori in Italia a spiegare ai figli i cambiamenti delle abitudini di vita imposti dalla quarantena. È altrettanto difficile spiegare questa nostra strana normalità ai bambini qui in Svezia. Infatti, i media svedesi ci aggiornano incessantemente sulla diffusione internazionale della pandemia e sulle misure prese dagli altri governi europei. Alcuni genitori immunodepressi hanno deciso di non mandare più i loro figli a scuola, per paura del contagio. I loro compagni di classe, preoccupati, a volte fanno domande a cui è difficile dare una risposta.

Le scuole (come molti altri posti di lavoro) si stanno preparando a riorganizzare le loro attività in vista della futura assenza per malattia di parte del personale. La questione, infatti, non è “se” saremo contagiati, ma “quando”. La strategia del governo svedese sembra essere volta a rallentare ma non fermare la diffusione dell’infezione. Secondo il governo, la chiusura delle scuole costringerebbe molti genitori a usufruire dei congedi parentali. Il rischio è che in questo momento così cruciale molti medici e infermieri rimangano a casa ad accudire i figli. È quello che è successo qualche giorno fa in un comune della Regione dello Blekinge. Le scuole materne sono state chiuse quando un bambino e membri della sua famiglia sono risultati positivi al Covid-19 e circa metà degli operatori sanitari residenti in quel comune sono rimasti a casa in congedo parentale.

Le scuole sono state chiuse in Danimarca, Finlandia e Norvegia – Paesi limitrofi che hanno sistemi di Welfare molto simili a quello svedese – senza per questo che i loro sistemi sanitari andassero in tilt. Gli altri Paesi nordici hanno anche chiuso le frontiere con la Svezia e introdotto restrizioni più severe – ad esempio chiudendo luoghi di lavoro e vietando assembramenti. Il limite per gli assembramenti in Svezia è ancora di 50 persone, ma non riguarda tutti i luoghi pubblici. Pub, ristoranti e centri commerciali sono ancora aperti e, in queste prime giornate di primavera, spesso affollati.

Ma queste non sono le uniche differenze tra la Svezia e gli altri Paesi nordici. Secondo lo storico Johan Strang dell’Università di Helsinki, gli interessi economici hanno avuto un peso maggiore nel dibattito svedese. Il mondo imprenditoriale svedese è stato sin dall’inizio fermamente contrario a ogni ipotesi di sospensione, anche temporanea e parziale, delle attività economiche e sociali. Una delle più attive in questo senso è stata Kerstin Hessius, ex-direttrice della Borsa di Stoccolma, la quale è intervenuta più volte su quotidiani e programmi televisivi per mettere in guardia il governo dalle possibili conseguenze disastrose di restrizioni più severe. Secondo Hessius, il rischio è che nel lungo periodo le misure adottate in altri Paesi possano mietere più vittime dell’epidemia stessa, a causa dei fallimenti aziendali e della conseguente perdita di posti di lavoro. Si tratta di una preoccupazione condivisa da molti economisti svedesi, compresi quelli di estrazione sindacale (per esempio Mats Erikson di LO, il sindacato operaio socialdemocratico).

Un’altra differenza è data dal ruolo svolto in Svezia da enti governativi come Folkhälsomyndigheten (Fhm), l’Autorità per la Salute pubblica. Fhm è un ente governativo di consulenza per le politiche sanitarie, formalmente indipendente, che in pratica definisce autonomamente le linee guida contro la pandemia che vengono poi adottate dal governo. Non a caso, Anders Tegnell, “epidemiologo di Stato” e portavoce dell’ente, con le sue innumerevoli conferenze stampa, svolge lo stesso ruolo svolto in altri Paesi dai capi di governo. Quando le sue dichiarazioni pubbliche hanno riguardato temi strettamente epidemiologici, ad esempio a proposito dell’evoluzione della pandemia in Svezia o all’estero, sono state spesso smentite dai fatti.

All’inizio di marzo, Tegnell aveva sostenuto che i picchi dei contagi erano già stati raggiunti in Svezia e in Italia, e che non vi sarebbero stati rischi di contagio per gli svedesi che avessero deciso di trascorrere le vacanze invernali sulle Alpi. Molti di loro sono stati invece contagiati in Italia e una volta tornati in Svezia hanno innescato i primi focolai nel Paese. Tegnell è tuttora convinto che i bambini e gli infetti non sintomatici non trasmettano il virus. Ha dichiarato esplicitamente di non credere ai risultati dello studio italiano condotto a Vo’ Euganeo. Quando Tegnell ha espresso la sua opinione su argomenti più politici, per esempio riguardo all’opportunità di sospendere le attività economiche e sociali nel Paese, le sue dichiarazioni hanno riecheggiato quelle degli esponenti del mondo imprenditoriale.

Non esiste però un consenso nella comunità scientifica svedese sulle linee guida di Fhm. La tv di Stato svedese ha rivelato il contenuto di alcune e-mail di epidemiologi critici nei confronti delle decisioni prese dal governo. Uno di questi, Joacim Rocklöv dell’Università di Umeå (dove lavoro), ha addirittura posto il seguente inquietante interrogativo ai suoi colleghi: “Quante vite umane siamo disposti a sacrificare pur di non fermare tutto e non arrecare danni alla nostra economia?”. Proprio durante un dibattito televisivo con Rocklöv, Tegnell ha spiegato che la Svezia avrebbe seguito la strategia dell’immunità di gregge, proposta in un primo momento da Boris Jonhson. Secondo Tegnell, i consulenti di Johson sono “i migliori al mondo” e, dal momento che sono loro a proporre questa strategia, “questa è la cosa giusta da fare”. Qualche giorno dopo, l’Imperial College di Londra ha diffuso il famoso studio secondo il quale la strategia dell’immunità di gregge avrebbe potuto causare la morte di 260.000 cittadini britannici, costringendo Johnson a cambiare repentinamente linea e ad annunciare il lockdown della Gran Bretagna. Tegnell ha dichiarato senza troppi giri di parole il suo scetticismo rispetto ai dati presentati in quello studio. Hessius gli ha fatto eco sostenendo che misure come quelle britanniche sono applicabili soltanto nel caso in cui sia possibile stabilirne in anticipo la durata.

Secondo Johan Strang, scegliendo di agire in maniera completamente diversa da tutti gli altri Paesi europei, la Svezia ha mostrato un “ammirabile livello di fiducia in se stessa”, il quale le deriva dal percepirsi più “moderna” rispetto agli altri. A lungo la modernità della Svezia è stata rappresentata dal suo generoso e idealizzato sistema di Welfare. Oggi questa modernità sembra invece essere rappresentata dall’opacità dei suoi processi decisionali tecnocratici e dalla predominanza degli interessi economici su quelli sanitari, compreso quel principio di precauzione su cui si stanno basando le strategie adottate dagli altri Paesi “meno moderni”.

 

 

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