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La pandemia degli altri / 22
Il Coronavirus, visto da Okinawa
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Okinawa, ultima prefettura del Giappone. Ultima in tutti i sensi. La più a Sud, la più distaccata, la meno ricca di tutto il Paese. Cosa sta succedendo qui e cosa ne sarà di noi, mentre quasi tutto il mondo è ostaggio della pandemia? In verità ritengo che nessuno possa ancora dirlo con sicurezza, poiché il virus sta ufficialmente arrivando sull'isola proprio in questi giorni.

Come, direte voi? Ancora esistevano isole non contaminate dalla malattia? Beh, più o meno. Fino a un mese fa, gli affetti da Coronavirus dichiarati dalle autorità e dalla stampa risultavano essere tre. Su un’isola di circa un milione di abitanti.

Come è possibile? Sinceramente non me lo spiego nemmeno io. Soprattutto considerando il fatto che, dopo il calcio di inizio in Cina, il Giappone è stato uno dei primi Paesi a dover avere a che fare con il rischio contagio. Ricordate la nave da crociera che due mesi fa era sulla bocca di tutti? Prima di essere stata bloccata nel porto di Yokohama, in Giappone-Giappone, la nave aveva attraccato a Naha, capoluogo di Okinawa dove attualmente vivo. E i suoi passeggeri erano sbarcati senza che nessuno battesse ciglio, tutti carichi di doni da distribuire per le vie dello struscio e del turismo compra-e-fuggi. Conteggio degli infetti dopo due settimane: solo tre. Di cui due tassisti che avevano prelevato i turisti cinesi al molo di attracco. Ora non starò a esibirmi in dietrologie e complottismi vari, perché in fondo lasciano il tempo che trovano. Ma sappiate che, in maniera alquanto miracolosa, quando in Italia si cominciavano a isolare interi paesi per contenere l’epidemia, qui a Okinawa questi due tassisti, pur continuando a lavorare per giorni dopo la domenica dello sbarco, non avrebbero contagiato nessun loro passeggero.

Avanti veloce fino a tre settimane fa. L'isola ha continuato a vivere felice e spensierata. La gente si accalcava nei centri commerciali più o meno tutti i giorni, andava al cinema e andava a bere alle izakaya (i pub locali) gomito a gomito. I casi di Coronavirus si contavano ancora sulle dita di due mani ed erano spesso attribuiti a qualche avventato giovinastro di ritorno dall’estero e sfuggito alle maglie dei “controlli” posti al terminal internazionale dell’aeroporto. Poi, a Tokyo, i dati sull’epidemia hanno cominciato a salire vertiginosamente. Un’ottima occasione per cominciare a interrompere anche i voli interni, in modo da isolare il contagio. Ma nessuno, ancora, ha mosso un dito a riguardo. Gente in fuga da Tokyo per sfuggire alla paura e alle restrizioni? Avanti, c’è posto, che siate malati oppure no!

Anche di precauzioni da applicare o imporre nella vita di tutti i giorni, ancora non se ne parla. Dalle autorità provengono solamente garbati consigli sull’evitare di andare a tossire in giro durante il fine settimana, ma i più non li ascoltano. Che fine avranno fatto i cari, vecchi canoni della società giapponese di una volta, quando un velato consiglio era considerato un ordine inderogabile? Anche qui sono diventati tutti italiani.

E così, una distrazione dopo l’altra, al momento si veleggia verso il centinaio contagi, con una media di sette/dieci nuovi casi al giorno. Lo so, per un lettore del Belpaese sono cifre che possono suonare ridicole, ma considerata la dimensione ridotta dell’isola, non sono dati che rassicurano più di tanto.

Logicamente viene da pensare al perché di tutto questo, al motivo di questa lentezza e noncuranza nella gestione di una problematica così delicata. E la prima cosa che mi viene in mente è il denaro. Il Giappone è dichiaratamente un Paese basato sul lavoro, sulle grandi aziende che fatturano cifre da capogiro e che, legate a doppio filo alla politica, sono il traino di buona parte dell’economia. Dichiarando la pandemia ed imponendo la chiusura totale delle attività, il Paese rimarrebbe con il vuoto sotto i piedi e molti personaggi si ritroverebbero diversi milioni di yen in meno da spendere la sera nei locali di grido. Impossibile permetterselo.

In seconda istanza, bisogna riconoscere che il Giappone è stato ed ancora è un Paese “giappocentirco”, per cui non mi meraviglia la mancanza di una visione prospettica riguardo la pandemia. Se l’esempio dell’Italia non è servito all'Europa e all'America, che si sono ritrovate in ambasce non molto tempo dopo di noi, figuriamoci se un Paese storicamente chiuso come il Giappone si possa guardare intorno e correre ai ripari ispirandosi a ciò che è già successo al di fuori dei confini nazionali. Qui le cose rimangono solitamente tali finché non si giunge a una situazione in cui non è più possibile andare avanti. Ma non è un peccato di pigrizia, è più una questione culturale. L’uscire dalla strada ben rodata, per loro, è un trauma dolorosissimo, così come far entrare in gioco il fattore responsabilità. Per cambiare qualcosa è necessario che qualcuno si erga a promotore di tale cambiamento, ma l’idea di trovarsi a ricoprire tale carica è sentita come puro veleno. Lo spiccare tra la massa per qualche motivo è, al contrario della nostra mentalità, considerato svantaggioso e quasi disdicevole. È per questo che, nei loro meeting infiniti, si parla tantissimo ma raramente si giunge a decisioni efficaci e repentine. Nessuno si pesta i piedi, nessuno si impone, nessuno osa intaccare lo status quo. Ma non è che questa volta, continuando a veleggiare lenti sulla solita e rodata corrente, il rischio di finire in ospedale possa aumentare esponenzialmente?

Spero sinceramente di venire smentito dai fatti in breve tempo ma, volendo esternare il mio stato d’animo, altro non riesco a provare se non insicurezza. Mi sento ignorato sia dalle autorità, sia dalla sanità che, in particolare ad Okinawa, si potrebbe garbatamente definire dilettantesca. Mi sento, mai così tanto prima d’ora, circondato da persone irresponsabili e impossibilitato a difendermi efficacemente dalla loro irresponsabilità nella vita di tutti i giorni. Che senso ha, ad esempio, sospendere le scuole se il resto della società è libera di andare a sbronzarsi la sera o se l’accesso ai supermercati non è regolamentato in alcun modo?

C’è da dire che, ultimamente, qualche isolato ravvedimento lo si comincia a notare. Alcuni ristoranti stanno chiudendo, chi per paura, chi per mancanza di clienti (evidentemente qualcuno con del sale in zucca esiste) e alcuni si dedicano al servizio a domicilio. Anche la maggior parte dei negozi sulle principali vie turistiche tiene le serrande abbassate. Un paio di centri commerciali hanno chiuso dopo che un loro dipendente è stato trovato positivo al virus (anche qui torniamo però al discorso del raggiungere l’inevitabile), mentre nelle università finalmente si parla di lezioni online in partenza da maggio o classi ridotte per garantire il distanziamento sociale, inesistente altrove.

Chissà se, con una causa di forza maggiore dietro l’altra, finalmente si arriverà anche qui a comprendere la potenziale gravità della situazione? Solo le prossime settimane potranno darmi torto o ragione. Per il momento, però, sto pensando di comprarmi un frigorifero più grande.

 

 

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