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La pandemia degli altri / 23
Il Coronavirus, visto da Maputo
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Quando le prime notizie sulla chiusura di intere città per la diffusione di una pandemia sono arrivate qui dalla Cina, ciò di cui più si parlava era dell’impatto, potenzialmente positivo, che il fenomeno potesse avere sull’ecosistema del Paese. Se al tramonto ti fossi trovato a passeggiare sulla Marginal, il lungo mare di Maputo dove ogni giorno pescatori locali rientrano con i loro dows (imbarcazioni da pesca tradizionali), avresti sentito commenti speranzosi: "Magari cominceremo a vedere meno pescherecci cinesi fare razzie nel nostro mare!", "Forse ci sarà più pesce per i nostri pescatori!". Ma tutto sembrava lontano mentre gli effetti per le comunità locali, semmai fossero arrivati, non sarebbero poi stati così negativi.

Improvvisamente, però, le notizie cambiano. L’epidemia è sconfinata, non riguarda più soltanto la Cina. Notizie sempre più allarmanti arrivano da Paesi europei dove il virus si sta diffondendo velocemente. Nonostante ipotesi parzialmente rassicuranti sulla scarsa resistenza del virus al caldo e sulla presumibile traiettoria di diffusione Est-Ovest, i primi casi cominciano ad apparire anche nel Paese più vicino al Mozambico, il suo "grande fratello", il Sudafrica. Nel giro di qualche giorno, voci su un primo caso a Maputo si diffondono rapidamente anche se non ancora confermate da fonti ufficiali. Le conferme arrivano poco dopo, insieme a quelle su altri nuovi casi.

Anche se importati, i primi casi fanno salire la tensione e le prime scuole, quelle internazionali, più esposte a contatti esterni, vengono chiuse. Nel giro di una settimana le frontiere via terra, ad eccezione del principale ingresso per merci e persone dal Sudafrica, vengono chiuse, mentre i già scarsi collegamenti aerei internazionali vengono ridotti al minimo. Il Paese si prepara a bloccare l’importazione del virus.

La preoccupazione sale ulteriormente quando il vicino Sudafrica dichiara lo "shut down" e numerosi lavoratori mozambicani si trovano costretti a rientrare nel proprio Paese. Oltre ventimila cittadini attraversano il confine in un solo giorno, dirigendosi verso le proprie case e famiglie. La paura di un’onda di potenziali contagi in varie zone del Paese cresce, e con essa la pressione sul governo affinché segua l’esempio di altri Paesi e agisca rapidamente incrementando le misure di prevenzione. L’opzione "shut down" viene così proposta anche in Mozambico, soprattutto dalla popolazione benestante della capitale.

Ma il Mozambico, come altre regioni del Continente, è un Paese in cui il retaggio coloniale, un ventennio di guerra civile, la corruzione rampante nel settore pubblico e privato e i recenti devastanti cicloni hanno lasciato enormi lacune in ambito infrastrutturale, economico e sanitario, mentre delle opportunità di sfruttamento delle enormi riserve di combustibili fossili beneficiano solo in pochi. È un Paese in cui ogni giorno 20 milioni di persone devono lasciare la propria casa per andare a prendere l'acqua alla fonte più vicina; dove solo circa un milione di persone su 30 ha uno stipendio garantito ogni mese, mentre il resto fa affidamento sugli scarsi prodotti della terra o deve arrangiarsi di piccoli commerci di strada; dove avere una casa può significare trovarsi a dormire in sei o otto persone in un unico ambiente con pareti e tetto di paglia o lamiera; dove gli unici mezzi di trasporto per la maggior parte di persone che ogni mattino si riversano nelle città sono minibus sovraffolati o i cosiddetti "my love" (camion scoperti dove le persone viaggiano in piedi tenendosi le une alle altre); dove un adulto su 10 è sieropositivo e necessita di terapie antiretrovirali; dove più di ventimila persone già muoiono ogni anno di malaria; dove due bambini su cinque soffrono di malnutrizione e, a seguito degli elevatissimi livelli di abbandono scolastico, perdono l’unico pasto della giornata offerto nelle mense; e dove una donna su quattro è stata vittima di violenza domestica e una bambina su due è costretta a sposarsi e avere figli prima dei 18 anni.

In un simile contesto, misure come il lavaggio frequente delle mani e il distanziamento sociale sono scarsamente praticabili. D’altro canto, l’isolamento potrebbe limitare i mezzi di sussistenza ed esacerbare gli abusi domestici a tal punto da mietere più vittime dell’epidemia stessa.

La difficoltà di trovare un consenso su quali siano le misure di prevenzione del contagio più adatte al Paese ha chiaramente evidenziato non solo i limiti di misure "one size-fits-all" per Paesi nettamente diversi da un punto di vista storico, politico e socioeconomico, ma anche all’interno dello stesso Paese, vista la natura estrema delle distinzioni sociali ed economiche. Mentre appare naturale, nonché conveniente, assumere che le malattie e i virus non conoscano barriere sociali, nella realtà Covid-19 mette in evidenza le disegualianze sociali, e quindi il fatto che la prevenzione possa (inavvertitamente?) ampliare tali divari.

I Paesi africani hanno avuto il "vantaggio" di essere raggiunti successivamente dalla pandemia Covid-19 e quindi di mettere in atto tempestivamente misure preventive. Se questo si rivelerà sufficiente a fermare in tempo la diffusione del contagio, è difficile da prevedere. Di certo, le condizioni di povertà e privazione espongono ampie fascie della popolazione del continente a conseguenze devastanti in mancanza di interventi che tengano conto della specificità del contesto, delle conseguenze indirette e delle molteplici vulnerabilità.

 

 

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