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La pandemia degli altri / 5

Il Coronavirus, visto da Berlino

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Chi vive all’estero è abituato a un certo straniamento di fronte a quello che accade nel proprio Paese di origine. Non è sempre possibile riconoscere l’urgenza, la felicità o la paura: la distanza agisce da filtro, distorcendole. Non fa eccezione l’ormai celebre Coronavirus.

Così, se all’inizio la sensazione prevalente era di un’esagerazione, man mano le cose si sono quasi capovolte. Molti italiani in Germania hanno iniziato a preoccuparsi, quasi per un senso di solidarietà: se la mia famiglia è chiusa in casa, come posso uscire e divertirmi? Arriverà anche qui? Il governo tedesco sta sottovalutando la situazione o, peggio, fa finta di niente, per evitare contraccolpi sull’economia? Al telefono prendevo in giro mio padre che aveva realizzato una mascherina «artigianale», non trovandone più in farmacia, e mi consigliava di fare lo stesso. Salvo dover ascoltare qualche giorno dopo il direttore dell’Istituto di Virologia della Charité, il grande ospedale berlinese, consigliare proprio mascherine artigianali (a mio padre non l’ho detto…).

In pochi giorni anche qui la vita è cambiata. Quando ancora nessun provvedimento era stato preso dal governo, molte istituzioni – musei, biblioteche, teatri – hanno deciso di chiudere. Per evitare di affollare gli studi medici, le Casse sanitarie assicurano da settimane che i certificati di malattia possono essere richiesti al telefono. Ma per molti era ancora poco. Sulle scuole e gli asili, ad esempio, si è aperto un dibattitto surreale: tutti ne vogliono la chiusura, ma il problema è evitare di lasciare soli i tanti che devono andare comunque al lavoro. E non sono affatto pochi. In pochi giorni, comunque, scuole e asili chiudono, provando ad assicurare turni per i figli di quanti dovranno lavorare.

Da stranieri ci si aspetta che il Paese in cui si vive reagisca come quello d’origine. Immediatamente. In fondo questa è la prima crisi globale che investe in primo piano anche l’Occidente e la stiamo vivendo in diretta, istante per istante. Ogni giorno commentiamo i numeri, le cifre, le statistiche. Che poi sono i malati, i guariti, i decessi. I numeri attribuiscono oggigiorno una sorta di sacralità alle cose che si dicono. E sembra impossibile che in un Paese come la Germania i dati non ci siano o, nel migliore dei casi, siano incompleti. Parte la solita accusa: la Germania difende la sua economia a costo della vita dei suoi cittadini.

La «diretta» di una crisi, per giunta raccontata sui social, è cosa complicata, inutile e spesso dannosa. Contribuisce ad aumentare l’ansia. I dati, fondamentali per contrastare un’epidemia, sono comunque relativi, vanno letti, interpretati, bisogna rendersi conto delle differenze nazionali nella raccolta e anche che i numeri spesso non sono così precisi. Tutto ciò richiede tempo, pazienza. Difficile quando si è dentro un flusso di informazioni costante e rapidissimo.

Così, all’inizio dell’epidemia, i dati italiani erano diversissimi da quelli tedeschi. Perché? La domanda la faremo per giorni a Lothar Wieler, responsabile del Robert Koch Institut. Per la verità, continuiamo a farla. Ma la risposta è anche quella meno interessante: la digitalizzazione della sanità tedesca è quasi inesistente. Persino raccogliere i dati diventa un problema, in un sistema diviso tra Federazione, Länder e autorità locali. E dove alcuni dati li hanno solo le Casse sanitarie, quelle che alla fine pagano il conto. Il Koch Institut, quando l’emergenza comincia a farsi sentire, deve assumere personale per impiegarlo a questo scopo. E, comunque, conferma: alla fine l’incidenza del virus sarà simile a quella registrata altrove. Il sistema sanitario tedesco è riuscito a testare sin dall’inizio i soggetti colpiti, a isolarli e ad avere un quadro abbastanza preciso della situazione.

Col passare dei giorni, anche in Germania si comincia a dare una stretta. Lunedì 9 marzo ero alla conferenza stampa con il ministro della Salute Jens Spahn, astro nascente della politica tedesca con ambizioni da cancelliere. La crisi è stata usata per tamponare il settore sanitario, che, nonostante tutto (nonostante i 28.000 posti in terapia intensiva), non è stato risparmiato negli ultimi anni da tagli, magri stipendi per medici e personale e riduzione dei posti. Spahn sembrava ragionevole: non c’è sempre bisogno di un divieto, i cittadini devono capire e comportarsi di conseguenza. Due giorni dopo, però, in conferenza stampa arriva Angela Merkel. E il tono cambia: l’epidemia colpirà il 60-70% dei tedeschi.

Si comincia a parlare anche in Germania di una stretta, ma alla tedesca: c’è il federalismo che ostacola provvedimenti simili a quelli italiani. È difficile da spiegare, persino alcuni tedeschi sono increduli. Ma in realtà, è proprio la cancelliera che tiene al principio: responsabilizzazione di tutte le autorità territoriali, nessuna centralizzazione straordinaria. Tant’è che il primo pacchetto di misure è un «semplice» accordo tra Bund e Länder (formula che sarà poi ripetuta).

Il 18 marzo la cancelliera sottolinea in televisione che la questione è «seria», bisogna esserne consapevoli e adattarsi alle nuove regole. Ringrazia i medici e il personale sanitario, ma anche chi lavora nei supermercati, chi fa in modo ogni giorno che gli scaffali siano pieni. Il messaggio è semplice: non si può fermare tutto, ma possiamo modificare i nostri comportamenti ed evitare che il numero degli infettati salga troppo velocemente.

Per molti è insufficiente. Soprattutto per molti miei concittadini, le misure sono poca roba, serve ben altro. Confesso il mio disorientamento. Che s’invochi l’intervento dello Stato per gestire la crisi, mi pare cosa ovvia. Ma che si chieda una stretta, un vero coprifuoco, mi sembra un’esagerazione. Soprattutto mi preoccupa questo fenomeno che accomuna gran parte degli italiani e dei tedeschi: chi si adegua alle norme ma non resta a casa è un Ignorant, non tiene al benessere della comunità.

Anche qui, le cose seguono spesso il protagonismo dei politici più che i consigli degli scienziati: Markus Söder, Ministerpräsident della Baviera, va in conferenza stampa e annuncia che vanno contrastati i ragazzi che quando vedono degli anziani «tossiscono e gridano Corona» (giuro, ha detto proprio così). Per questo, occorrono misure più severe: per evitare che la Baviera forzi la mano da sola, Merkel richiama tutti i presidenti dei Länder e prova a trovare una soluzione comune. Anche qui, la cancelliera dimostra saggezza: l’assetto istituzionale non si tocca, i diritti fondamentali vanno limitati il meno possibile, la crisi va comunque affrontata. Ecco perché si vietano gli assembramenti con più di due persone. Si può uscire, ma da soli o al massimo accompagnati da un’altra persona (nei Länder si discute se questa seconda persona deve essere un familiare o può essere un amico).

Il Paese si ferma: le strade si svuotano, come la metropolitana. Chi può resta a casa. I medici, diventati loro malgrado protagonisti di questa fase, cominciano a far capire che la lotta contro il virus sarà lunga, qualcuno lo dice chiaramente: niente partite allo stadio per un anno. Le misure potranno anche essere alleggerite (già qualcuno, tra i partiti di governo, chiede di rimuoverle dopo Pasqua, ma per ora, soprattutto tra i Länder, nessuno vuole impegnarsi: il rischio è di credere che il peggio sia già passato e anche Angela Merkel ha ricordato come non ci siano evidenze per un alleggerimento delle misure), ma finché non c’è il vaccino non ci sarà un completo ritorno alla normalità. Ma tanto, ormai, abbiamo capito che, in Italia come in Germania, questa crisi ci cambierà. Resta da capire come.

 

 

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