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La pandemia degli altri / 9

Il Coronavirus, visto da Essen

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  • lettere internazionali
La Germania è un allenatissimo centometrista che, senza barare, sfida gli altri Paesi europei aspettando lo sparo dello starter su blocchi di partenza posizionati a cinquanta metri dal traguardo.
 
Da diciannove anni abito nel Nordrhein-Westfalen, la regione tedesca a più alta densità abitativa e precisamente a Essen, la città che la famiglia Krupp, a partire dagli anni '30 del XIX secolo, in un'iperbole che sarebbe durata circa 150 anni, trasformò da borgo agricolo nella fornace a getto continuo di un'industria pesante che avrebbe prosperato incontrando committenti destinati a scrivere la storia politico-militare d'Europa, come Otto von Bismarck e Adolf Hitler.
 
Da diciannove anni a Essen faccio il postino, attività che si spende per strada, con puntate fin dentro gli androni dei palazzi, un palazzo alla volta, strada per strada e del mio lavoro, oltre che l'indefesso movimento del corpo, apprezzo molto il fatto che offre in dono – così en passant – di tastare il polso agli umori di strada e non una tantum, ma oggi, domani, dopodomani e così via, a getto continuo, come una volta da queste parti succedeva con la produzione di acciaio Nirosta.
 
Di fronte all'esplosione dell'emergenza sanitaria, ho scoperto il mio lavoro sotto una luce inedita: da persona che svolge un'attività considerata sistemica, sono diventato una specie di servitore del fronte interno, come si sarebbe detto ai tempi dell'ultima grande emergenza europea, di cui già quasi più nessuno può dire di avere memoria.
 
La Germania, che pure aveva chiuso le scuole dal 16 marzo, ha compiuto il cambio di passo nel fine settimana tra il 21 e il 22. Agendo con i guanti di velluto. Ovvero prendendo decisioni di grande peso, ma con la sprezzatura di chi fa finta che stava tutto nell'ordine delle cose. Sabato 21 Angela Merkel ha messo la firma per un indebitamento di circa 360 miliardi di euro, pari alle spese per l'esercizio dell'anno in corso e così ha offerto l'unica risposta attesa sia da chi, come Bmw e Daimler, aveva già tirato il freno a mano della produzione, sia da chi, come il licatese Camillo che ha un ristorantino italiano sotto casa mia, sentendo l'aria che tirava aveva chiuso già prima della serrata generale imposta mercoledì 18.
 
Alle ore 18 di venerdì 27 marzo, le domande di compensazione economica pervenute al ministero delle finanze regionale a Düsseldorf erano già circa 38000 e leggo che l'indomani, che pure era un sabato, in mattinata ne erano state approvate circa 9000. E da queste parti 9000 approvazioni di richieste di compensazioni economiche significano che, tempo due-tre giorni, avvengono 9000 bonifici sui numeri di conto corrente forniti, come ogni beneficiario verificherà con l'online banking, magari facendosi il caffè in cucina.
 
Perciò credo che la Germania sia un centometrista che sfida gli altri partendo con cinquanta metri di vantaggio. Senza togliere i guanti di velluto, dall'impasse economica la Germania è passata ad affrontare l'impasse sanitaria, che pure della prima era stata la causa e non l'effetto. Gli endemici regionalismi sono stati allineati sul concetto di Kontaktverbot, divieto di contatto. Nessun assembramento in pubblico in numero superiore a due persone, fatta eccezione per nuclei familiari o chi vive sotto lo stesso tetto, mantenimento della distanza minima di 1,5 metri da altre persone. Rispettando queste regole, si può uscire. La presenza della polizia è rimasta nella mia percezione quella di sempre: strategia selettiva che si lascia intuire dalla carta da visita di un'enorme, civilissima discrezione.
 
Venerdì 20 il datore di lavoro mi ha già fornito di un lasciapassare attestante la necessità della mia presenza fisica sul luogo di lavoro, ma il divieto di circolazione, a oggi, non è passato. Le conseguenze del Kontaktverbot al lavoro le ho percepite subito: il cittadino tedesco le ha interiorizzate alla svelta e mi sembra più concentrato a prendere le precauzioni che gli competono che a stigmatizzare disattenzioni altrui. Ci sono persone che mi incrociano vedendomi in divisa con la mazzetta di lettere in mano e spesso accompagnano con un sorriso dimostrativo il gesto di aprire la forbice di 1,5 metri più platealmente di quanto altrimenti farebbero, come se al proprio gesto volessero appendere con una pinza da bucato il bigliettino «grazie», perchè sto rifornendo il vicinato dei settimanali coi programmi televisivi o del pacchettino con gli auricolari bluetooth che qualcuno ha acquistato 11 ore prima su Amazon. Anche per questo la Germania è il centometrista di cui sopra.
 
Osservando con attenzione l'ecatombe in corso in Lombardia, a Essen, come in tutte le città tedesche, si è deciso di affrontare l'emergenza attrezzando interi ospedali per il solo trattamento delle infezioni da Covid19, puntando sul principio del drastico isolamento dei malati e di chi li assiste dal resto della comunità ospedaliera. Il direttore del policlinico universitario, la struttura di Essen predisposta con i più svariati accorgimenti alla bisogna, alcuni giorni fa, quando le infezioni regionali erano già quasi 10000 e quelle cittadine circa 150 (Essen conta quasi mezzo milione di abitanti), diceva con pacatezza che al policlinico l'atmosfera è ancora relativamente tranquilla e che tutti sanno che nulla autorizza a credere che gli eventi non pieghino nella direzione presa nelle aree più colpite dell'Italia e della Spagna. Mi è sembrata la voce di un professionista che si sente di operare in un sistema sanitario strutturatissimo, che ha preso in anticipo misure eccezionali per l'emergenza, giovandosi dei modelli di riferimento di regioni che viceversa sono state prese in contropiede.
 
Emotivamente, in questa tragedia planetaria che da ormai quasi un mese ha nell'Italia la sua più desolata scena di devastazione, sono ben contento di non uscire dal mese di ottobre dal Nordrhein-Westfalen, dove nessuno ha ricette miracolose, ma chi di dovere esprime una sobrietà di giudizio dietro la quale non si cela alcunchè di pressappochistico o peggio ancora di irresponsabile.
 
La sobrietà pragmatica dei giudizi ha portato pochi giorni fa anche a decretare la scarcerazione di circa 1000 detenuti, su una popolazione carceraria regionale di circa 16000 persone. La scelta è caduta su chi era stato condannato a una pena non superiore ai 18 mesi ed è stata argomentata con la necessità di ridurre rischi di contagio per chi esce, come per chi resta dentro.
 
La sobrietà pragmatica dei giudizi ha portato la politica regionale ad affrontare il problema dei senzatetto in tempo di pandemia, favorendone la sistemazione in immobili comunali e diocesani, perchè a qualcuno è venuto in mente che non è il caso di lasciare abbandonati a se stessi i vagabondi che vivono in strada, mentre si predica a tutti di non uscire di casa.
 
Viene da lontano, questo pragmatismo sociale molto vivo nella città di Essen, che fu fatta sede vescovile nell'ancora recentissimo – rispetto alla storia dei centri vescovili europei – 1956, anno in cui papa Pio XII approvò l'istituzione della nuova diocesi, scorporando grossi brani di territorio alla storica diocesi di Münster, come alle arcidiocesi di Paderborn e Colonia, di origine addirittura altomedievale. Così la chiesa cattolica, negli ultimi anni preconciliari, pagava a Essen il tributo di aver accolto per oltre un secolo torme di minatori polacchi, croati, francesi, italiani, che legandosi in un associazionismo cattolico a forte vocazione sociale, trovarono orecchie tese in chi aveva interesse a spezzare l'egemonia socialista sul ceto operaio, che nel biennio rosso successivo alla Grande Guerra, per le strade di Essen, aveva fatto letteralmente il bello e il cattivo tempo.
 
Questa drastica, inusitata serrata dei ranghi è coincisa con l'arrivo della primavera e qui l'arrivo della primavera ha un simbolo: l'asparago bianco, lungo e carnoso, che il tedesco ama portare ritualmente a tavola per dire a sè e ai suoi cari: l'inverno è passato. Nelle campagne del Nordrhein-Westfalen la raccolta dell'asparago bianco, lavoro sfiancante per il corpo, da anni è oligopolizzata dagli stagionali rumeni e polacchi che, dall'estensione comunitaria verso Est, non hanno bisogno neanche più del visto turistico di tre mesi: si mettono in pullmini in otto-dieci persone, si fanno la raccolta sistemandosi in alloggi messi a disposizione dai proprietari e se ne tornano a casa con una somma che, ancora oggi, in Polonia o in Romania ha un potere d'acquisto molto attraente.
Quest'anno il passaggio a Ovest dei circa 53000 stagionali dell'asparago bianco è stato bloccato sul nascere dalla chiusura delle frontiere e gli asparagi coltivati su una superficie regionale di circa 3900 ettari rischiano di andare perduti.
 
Attraverso un portale online messo su per l'occasione, il ministero regionale per l'agricoltura, mediando per i coltivatori, ha aperto un enorme desk di offerte di lavoro stagionale, cui hanno risposto a migliaia persone che in regione sono al momento forzatamente lontane dal lavoro. Si prevede che, a verificare con l'online banking l'avvenuto bonifico delle compensazioni statali sul proprio conto corrente, ci saranno anche molte persone che, anzichè starsene solo in cucina a farsi il caffè, questa primavera la associeranno anche al ricordo di quanto dolorosamente ci si può spezzare la schiena per portare a tavola la bella notizia che l'inverno è passato.
 
 
 
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