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La pandemia degli altri / 4
Il Coronavirus, visto da Philadelphia
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Nei giorni in cui la crisi del Coronavirus è emersa in tutta la sua gravità in Italia, mi trovavo in Australia, agli antipodi dell’anglosfera in cui vivo e lavoro dal 2008, gli Stati Uniti. Al rientro anticipato in America, la sorpresa di una totale rilassatezza ai controlli, che contrastava con quanto trasmesso dagli onnipresenti schermi della Cnn. Al contrario di altri viaggiatori con passaporto cinese o cinesi, che venivano interrogati prima di imbarcarsi o al momento dello sbarco, al sottoscritto, che viaggiava con passaporto italiano tra 8 e 9 marzo negli aeroporti di Sydney, Los Angeles e Philadelphia, nessuno ha mai chiesto niente.

Dopo pochi giorni dall’arrivo a casa, nei sobborghi di Philadelphia, sentendo le notizie dall’Italia e da casa dei miei genitori a Ferrara (mio padre è medico, in pensione da qualche anno), mia moglie e io abbiamo iniziato un regime di social distancing. I bambini hanno cominciato a rimanere a casa da scuola il 12 marzo, due giorni prima che fosse annunciata la chiusura di tutte le scuole per decisione del governatore della Pennsylvania, inizialmente fino al 27 marzo e poi prolungata al 6 aprile (per ora). L’università cattolica dove mia moglie e io insegniamo, Villanova University, ha prima sospeso le lezioni in classe e poi chiuso il campus, dovendo gestire la situazione di molti studenti che abitano nei dormitori sul campus (la grande maggioranza) ma le cui famiglie vivono lontano, anche dall’altra parte degli Stati Uniti, oppure all’estero (tra cui un importante contingente di studenti dalla Cina).

Essere in contatto con l’Italia per legami familiari ma anche di amicizia (specialmente via social media) e professionali ci ha aiutato a percepire la gravità della situazione prima di altri qui in America – e prima degli studenti, molti dei quali avevano programmato, all’annuncio della chiusura dell’università, una serie di feste e festini, data anche la vicinanza dello spring break di metà semestre. Non è, evidentemente, soltanto colpa loro. L’impressione che si ricava dai messaggi ufficiali ricevuti dalle scuole e università qui in America (anche quelle cattoliche con le quali siamo più a contatto) è di una riluttanza degli amministratori a adottare il messaggio lanciato dagli epidemiologi circa il social distancing: come per la paura delle possibili ricadute politiche e di marketing sulla scuola per aver accettato quanto raccomandato dagli scienziati.

L’America è un Paese della post-verità: non solo della verità morale o storica, ma anche scientifica. In attesa della crescita dei casi di Coronavirus a livello cinese o italiano, prevista negli Usa per la prima metà di aprile, c’è un evidente conflitto di messaggi tra le stesse autorità pubbliche e a livello federale: tra il presidente Trump e gli scienziati chiamati a gestire l’emergenza nel contatto coi media nella task force creata dalla Casa Bianca (specialmente l’epidemiologo Anthony Fauci, del Center for Disease Control di Atlanta). Non c’è una politica coerente da parte del governo federale, con continue, quotidiane oscillazioni tra riconoscimento dell’emergenza dopo settimane di diniego, e cedimenti all’idea proveniente da parte del mondo del business che non si possono limitare le attività commerciali né utilizzare gli strumenti di emergenza a disposizione del governo federale per ordinare una conversione della produzione industriale verso il materiale sanitario e biomedicale che scarseggia – anche quello – ­ per il personale negli ospedali.

La risposta istituzionale è quasi totalmente affidata alle autorità locali – governatori o persino sindaci – in una pandemia che però non conosce confini nazionali, di Stato o di città. In alcuni casi, specialmente al sud degli Usa, alcuni amministratori sono ancora in uno stato di diniego o – peggio – di spiritualizzazione dell’emergenza: come quello del Tennessee che ha invitato i cittadini a pregare. Evidente è la differenza col vicino Canada, in cui il governo federale ha preso le redini e ha dichiarato lo stato di emergenza in tutte le dieci province e tre territori.

In Pennsylvania, lo Stato in cui viviamo, la costa est urbana/suburbana è ben diversa dall’entroterra rurale verso l’Ohio e il West Virginia, culturalmente e politicamente più simile a uno degli Stati del sud; il governatore, il democratico Tom Wolfe, non ha imposto un blocco su tutto lo Stato, ma solo per alcune contee attorno a Philadelphia e Pittsburgh (ed è stato immediatamente accusato dai repubblicani di abuso di potere). La storia dell’influenza spagnola qui in America ha visto un ruolo particolare e tragico a Philadelphia, che al contrario di altre città (specialmente St. Louis) decise di ignorare i consigli e ne pagò le conseguenze con un numero di morti enormemente più alto.

Nonostante questo precedente, quella di Philadelphia è stata una delle ultime diocesi cattoliche a decidere la sospensione delle messe con la partecipazione dei fedeli (un ritardo che ha destato sconcerto nei parroci, compreso il nostro). La cultura federale permea anche le istituzioni religiose, e dalla conferenza episcopale degli Usa non è arrivata nessuna decisione vincolante né raccomandazione per le singole diocesi. Governatori di entrambi i partiti hanno concesso a gruppi religiosi esenzioni dal blocco che ormai riguarda oltre la metà degli americani, consentendo loro di riunirsi.

L’emergenza arriva in un Paese profondamente diviso a ogni livello da una polarizzazione non solo tra due partiti politici, ma tra due mondi alternativi, rappresentati da due partiti impegnati in una guerra civile a bassa intensità ingaggiata dal partito repubblicano a partire dall’elezione di Barack Obama. Non è una polarizzazione solo al Congresso a Washington D.C., ma anche a livello locale. Non è soltanto a livello politico, ma anche sociale e religioso, in un Paese caratterizzato da un profondo scetticismo verso il governo e lo Stato. Rispetto ai Paesi europei, moltissimo è affidato al privato, al mercato e al sociale, anche quando riguarda la sanità e la salute pubblica. Quello scetticismo si è esteso negli ultimi anni a tutto quanto è percepito come parte delle élite intellettuali: tra i nemici del popolo sono finiti anche la scienza e gli scienziati. Tutte le asserzioni, anche quelle scientifiche, sono soggette a interpretazioni partigiane.

Questo pone il sistema informativo di fronte alla difficoltà di dovere, ma allo stesso tempo di non potere costantemente contrastare la massa di disinformazione o distorsione proveniente dal governo federale dell’amministrazione Trump come anche da parte di amministratori locali. La stampa mainstream, come anche la radio e televisione pubblica, faticano a ridursi a un continuo quanto futile fact checking

La vita quotidiana continua, nei sobborghi della borghesia bianca in cui il social distancing era la norma anche da prima del Coronavirus. Ma quei pochi rapporti sociali (la scuola, la chiesa, la palestra) si sono ulteriormente allentati. I supermercati hanno allungato gli orari. C’è un’atmosfera di quieta paura. In altre parti d’America questo si traduce nella corsa a comprare armi e altra oggettistica survivalista. Qui da noi, la corsa è stata quella all’accaparramento della carta igienica, il solo prodotto che non si trova da giorni.

Le università hanno trasferito tutta la didattica online, fino alla fine del semestre; ma è impossibile per i bambini piccoli (come i nostri). A casa abbiamo improvvisato un home schooling – una tradizione consolidata in America ma di solito in gruppi religiosi fondamentalisti e settari. In questa nuova routine, si assapora una vittoria al giorno: lunedì, per nostro figlio di cinque anni la prima videochiamata con il compagno di banco; martedì, per nostra figlia di otto anni la prima lezione di balletto online. Le palestre sono chiuse: tutto si è trasferito in giardino, quando non piove. La messa ora è via Facebook, ma la prima comunione di nostra figlia è stata rimandata. I vicini non salutavano neanche prima.

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