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>> viaggio nell'Italia dell'emergenza / 2
Le Marche, plurali anche stavolta

Le Marche continuano a essere una regione al plurale, con differenze tra le diverse aree, tra Nord e Sud: un microcosmo nel quale si riproduce ciò che avviene in altre parti del Paese. Per molte settimane questa regione è rimasta all’ombra del Covid-19. Dopo lo scontro istituzionale del 24 febbraio 2020, a inizio crisi, quando il presidente della Regione, Luca Ceriscioli, è stato costretto dal premier Conte a una brusca marcia indietro ­– “in diretta”, durante la conferenza stampa in cui la Regione annunciava l’adozione di misure più restrittive di quelle del governo – la visibilità pubblica della regione è entrata in un cono d’ombra.

La rappresentazione mediatica dell’emergenza si è concentrata sulle regioni del Nord, Lombardia ed Emilia-Romagna in primo luogo. Ma anche Veneto. Nonostante la regione Marche avesse (e abbia) un tasso di diffusione dei contagi ben al di sopra di quello registrato in questa regione, al centro della scena pubblica con il volto del suo governatore. Nonostante, poi, la drammatica situazione in provincia di Pesaro-Urbino. Da subito inclusa nella zona rossa epidemica. Singolare destino, per quella che un tempo poteva essere descritta come l’unica, “autentica” provincia rossa della regione. Una sorta di ritorno al passato, imposto da un virus, in una provincia che tuttora, nel momento in cui scriviamo (1° aprile 2020), mostra dati allarmanti rispetto a molte province del Nord.

Negli ultimi giorni, tuttavia, le Marche hanno ottenuto una maggiore visibilità mediatica. Non solo per la difficile situazione che si trovano a fronteggiare gli ospedali di Pesaro e Ancona. Criticità si registrano anche a Fano o in quello (No-Covid solo sulla carta) di Urbino, che ospita un numero ormai insostenibile di malati Covid con un personale sanitario allo stremo, colto di sorpresa, come tutti. La maggiore attenzione alle Marche è anche dovuta al suo configurarsi, sempre più, come zona di frontiera. La regione come avamposto, a presidiare l’avanzata del virus verso Sud. Se si osserva la sequenza delle mappe che rappresentano la diffusione del virus, è chiaro come, dall’epicentro lombardo, il Covid-19 si sia particolarmente diffuso verso il Centro, correndo lungo la via Emilia, radicandosi nel confine, tra la Romagna e il Pesarese. La paura, ora, è che la diffusione dell’epidemia scivoli verso le altre province della regione. E da lì ancor più giù, verso l’Abruzzo e quindi in direzione del profondo Sud. Insomma, che il Covid-19 percorra "la dorsale adriatica": un tempo, direttiva dello sviluppo locale, delle piccole imprese e dei distretti industriali; oggi vettore di infezione, paura e incertezza.

Dunque, le Marche rappresentano ancora, come in passato, lo spartiacque tra due mondi. Il Nord e Sud. Al centro del perenne dualismo nazionale. Una regione silenziosa, che ha vissuto in queste settimane, con grande senso di dignità, l’emergenza. I piccoli centri e i borghi, i castelli e le valli, di cui è disseminata la regione, sono diventati particolarmente silenziosi. Non sono mai stati luoghi chiassosi, ma la differenza si nota. Le antiche città universitarie si sono svuotate, perdendo il vociare degli studenti. Il rispetto delle regole è diffuso, #iostoacasa funziona, ma la situazione è difficile. Un’economia manifatturiera risentirà fortemente degli effetti del virus.

Ma come vivono i cittadini questa fase? L’Osservatorio Sociale sugli Orientamenti dei Marchigiani curato da Sigma Consulting offre uno sguardo interessante e aggiornato. Oltre al problema dell’economia e all’inquietudine rispetto all’incertezza del lavoro, cresce sensibilmente, negli orientamenti dei cittadini, la preoccupazione per la salute. Normale si direbbe! Ma è interessante osservare come gli intervistati siano fortemente preoccupati per i propri cari più che per se stessi: sono quasi nove su dieci a esprimere questo tipo di timore. Erano la metà, all’inizio di Marzo. Si tratta di una inquietudine comprensibile, dovuta anche al fatto che le Marche sono una delle regioni più longeve del Paese e quindi del mondo. I nonni sono largamente presenti nelle reti familiari, nelle piazze delle piccole cittadine, ma anche nelle case di riposo, nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, e per questo anche nelle preoccupazioni delle loro famiglie.

Ma è altrettanto interessante verificare come, nel corso delle ultime due settimane cali - di ben 13 punti percentuali - il sentimento generale di preoccupazione tra i cittadini, il quale resta comunque lo stato d’animo più frequente: 54%. Ci si abitua a tutto, si potrebbe dire, anche al Covid-19. Ma ciò che parallelamente prende forma è una sorta “sospensione” nelle prospettive dei marchigiani. Si tratta di un atteggiamento, quello dell’attesa (così come quello dello stress), che cresce sensibilmente nella loro visione. Va però anche sottolineato che l’idea della speranza non è stata annichilita dal virus: dopo la preoccupazione, è il secondo tratto a caratterizzare il sentiment dei marchigiani, nella graduatoria suggerita dall’indagine (43%, + 5 punti).

Dai dati emerge anche uno spirito civico diffuso: il rispetto delle decisioni restrittive imposte dai Decreti e la valutazione positiva delle iniziative del Governo. In casa, dopo settimane di isolamento, cambiano le abitudini. Si legge di meno rispetto a due settimane prima, ma si “chatta” di più grazie alla tecnologia digitale. È l’ancestrale bisogno del contatto umano, l’aristotelica incapacità dell’uomo (in quanto animale sociale) di vivere isolato, che traspare da questi dati.

Come avviene sempre quando si profilano nemici all’orizzonte, si rinsaldano i legami interni al gruppo. Le identità si rafforzano. L’orgoglio di essere marchigiano è cresciuto in modo consistente. A settembre 2018 toccava il 51% dei cittadini. Qualche giorno fa era salito al 72%.

Ma il Coronavirus alimenta anche aspettative sul piano delle politiche. Economia, lavoro e sanità sono gli ambiti che cambieranno o dovranno cambiare, secondo i marchigiani. La crisi ha messo in evidenza la fragilità di tali sistemi di fronte questo stress-test globale. La sanità, peraltro gestita dalle regioni, anche nelle Marche ha subito negli anni politiche di tagli, apertura ai privati, ridefinizione (se non riduzione) dei servizi su un territorio difficile, con una popolazione sparsa tra vallate e piccoli centri, molti dei quali montani (e segnati dal terremoto).

Poco prima dell’esplosione del Covid-19 le parti politiche stavano scaldando i muscoli per quelle che erano le imminenti elezioni regionali 2020, con i consueti scontri tra le diverse parti politiche. Ma anche all’interno dello stesso centrosinistra e del Pd, che governa la regione. La questione della sanità, la sua ri-organizzazione, le spinte verso la privatizzazione stavano assumendo centralità. La sanità del resto è, da sempre, un elemento sensibile per i marchigiani, come dimostrano le indagini svolte da LaPolis. La mobilitazione dei cittadini è esplosa, negli anni, in modo rumoroso e granulare, intorno a scelte politiche orientate alla chiusura dei piccoli ospedali oppure allo spostamento dei servizi verso le città della costa.

Passata l’emergenza, quelle problematiche torneranno al centro della discussione pubblica e forse otterranno un’attenzione dell’opinione pubblica ancor più forte. Per ora medici, infermieri e ospedali ottengono tra il 96 e il 99% della fiducia dei cittadini. È l’Unione europea a chiudere la graduatoria, con il 26% dei consensi. Indicazioni analoghe provengono da indagini nazionali.

Come si registra nelle altre regioni, chi governa vede crescere il consenso personale. Ciò avviene anche per quanto riguarda il premier. Conte e Ceriscioli ottengono entrambi l’approvazione di tre marchigiani su quattro (76%). L’impasse di fine febbraio tra Governo e presidente di regione è stata anch’essa messa in ombra dall’evoluzione drammatica del Covid-19. L’immagine pubblica e la valutazione dell’operato di Ceriscioli è “molto positiva” per il 19% e “positiva” per il 49%.

I marchigiani che vedono un ritorno alla normalità entro fine aprile sono pochi (uno su cinque). Secondo i restanti ci vorranno almeno due mesi (43%) o anche di più (38%). Tuttavia, presto i marchigiani (come gli italiani) guarderanno oltre. Misureranno le loro esigenze e domande attraverso le opportunità concrete che vedranno profilarsi nell’immediato futuro. Ridefiniranno, quindi, le opinioni nei confronti dei governanti. Riemergeranno, allora, i problemi di sempre. Al Governo e al presidente di regione si chiederà di accompagnare la ricostruzione. Ma i cittadini del post-Covid-19 saranno diversi rispetto ai marchigiani (e agli italiani) del secondo dopo-guerra. Sono già reduci da un’altra crisi globale, quella del 2008. Saranno quindi più esigenti, meno entusiasti, e in certe aree della regione esasperati dal terremoto del 2016. La ricostruzione sarà inevitabilmente più difficile.

 

 

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