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Le Marche
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Le Marche, come già ricordava Guido Piovene, sono l’unica regione che ha un nome declinato al plurale. Ciò non significa che le differenze territoriali interne al contesto regionale siano una prerogativa soltanto marchigiana. Questa, tuttavia, è davvero una regione al plurale per certi aspetti e unica per altri. La sua configurazione orografica, che ricorda un pettine, ha sicuramente contribuito a sedimentare nel tempo le differenze interne. È una regione segnata da vallate che corrono parallele da Nord verso Sud. La struttura di relazioni sociali e le vie di comunicazione si sono sviluppate seguendo la direttiva che va dall’Appennino verso l’Adriatico, più che scavallare sulla vallata adiacente. Questi modelli di relazione si sono radicati nel territorio tanto che, qualche anno fa, nel 2009, sette comuni dell’alta Val Marecchia hanno deciso di lasciare la provincia di Pesaro-Urbino. Si sono uniti alla Romagna (prima che all’Emilia-Romagna!). Si tratta, del resto, di popolazioni che hanno sempre gravitato sul riminese. Per le scuole, gli uffici, gli ospedali. Per andare al mare. Parlano romagnolo. Si sentono romagnoli e ora lo sono.

>> Le Marche: i principali dati socio-demografici (Ancona, Ascoli Piceno, Fermo / Macerata, Pesaro Urbino)

Ma le Marche sono una regione differenziata anche sotto il profilo geopolitico. Incluse nella cosiddetta zona rossa, secondo la classica ripartizione operata dall’Istituto Cattaneo degli anni Sessanta. Ma guardando le Marche più da vicino è anzitutto la provincia di Pesaro-Urbino e – solo in parte – quella di Ancona ad avere fatto registrare nel tempo una maggiore contiguità di orientamento elettorale con le altre regioni del centro: Toscana, Emilia-Romagna e Umbria. Altre, invece, sono le culture politiche che hanno tradizionalmente segnato le province meridionali della regione: quella cattolica e quella di destra. Le elezioni del 2013 hanno poi fatto osservare un significativo segno di discontinuità con le “regioni rosse”. La formazione politica più votata è risultata il Movimento 5 Stelle. Le Marche si sono distinte come una delle aree di forza del non-partito di Grillo. Le province di Pesaro-Urbino e di Fermo sono state tra le 10 in cui, a livello nazionale, si è registrato il risultato più elevato: un elettore su tre ha votato il Movimento 5 Stelle.

Ma, al di là delle varie differenze territoriali, la regione si è distinta per avere espresso a lungo uno specifico percorso di sviluppo. Le Marche, infatti, rientra(va)no nell’area della cosiddetta Terza Italia, regione esemplare del modello NEC (Nord-Est-Centro). Piccole imprese e distretti industriali. Una produzione di tipo tradizionale nei settori del mobile, del tessile, delle scarpe, della meccanica, radicata nella presenza di risorse artigiane e di un’etica di lavoro autonomo: questi i tratti tipici di quel modello. Cui si aggiungono una struttura urbana diffusa e uno stretto rapporto con la campagna. Così, il metal-mezzadro si era delineato come figura idealtipica, nel suo stato embrionale, di quel modello di sviluppo. La diffusione di capitale sociale, la qualità della vita, le tradizioni culturali consolidate sono risorse che hanno assicurato le basi alla crescita di un’economia diffusa e di uno sviluppo senza fratture.

Cosa rimane oggi delle Marche e del suo benessere? Cosà è rimasto di quel groviglio di comunità locali così diverse ma al tempo stesso legate da un comune percorso di modernizzazione?

È interessante chiedersi come i processi di globalizzazione e la lunga crisi economico-finanziaria abbiano cambiato questa regione, cerniera del dualismo Nord Sud che ha segnato la problematica dello sviluppo territoriale italiano.

La crisi globale sembra essersi incuneata nel microcosmo, culturale e politico, marchigiano producendo effetti di grande portata. Ha cambiato il volto di questa particolare regione dell’Italia di mezzo, per collocazione geografica ma anche per aver saputo combinare sviluppo economico, benessere e qualità della vita in modo specifico; diverso dal Nord e dal Sud, ma anche dal Nord Est e in parte dalle altre regioni del Centro.

Una limitata presenza nei fatti di cronaca e una buona conservazione del suo patrimonio naturalistico e artistico di tutto rispetto continuano a caratterizzare la regione. Ciò nondimeno, lo scivolamento verso il basso è testimoniato da diversi indicatori. Il terremoto, che ha colpito duramente e ripetutamente il sud montano, ha contribuito a rendere più difficile il contrasto agli effetti dell’interminabile crisi economica.

Del resto, se l’Italia, come Paese manifatturiero, ha fortemente avvertito la crisi, la regione, proprio per l’importanza di questa vocazione produttiva, non poteva non risentirne. Prima della crisi, essa disponeva di una base di partenza vantaggiosa, con indicatori migliori se comparati al contesto italiano. Le Marche, però, sembrano avere via via perso quell’atmosfera diffusa di benessere misurato per cui si specificava.

Gli indicatori di povertà relativa presentati nel Rapporto Istat su La povertà in Italia appaiono, per le Marche, nel 2015, in contrazione rispetto al 2014 e al di sotto del dato medio nazionale. Ma sono più elevati rispetto alle altre regioni del Centro (come Toscana ed Emilia-Romagna). La linea di tendenza mostra una crescita lineare nel tempo: dal 5,8% del 2003, al 6,3 del 2007, al 7,6% del 2015. La povertà assoluta colpisce il 6,1% delle famiglie italiane nel 2015. Nelle Marche si ferma al 4,2%. Ma in crescita rispetto al 2010 (+0,6%).

L’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita e di reddito evidenzia una sostanziale stabilità del rischio di povertà o esclusione sociale, a livello nazionale, tra il 2014 e il 2015 (rispettivamente 28,3% e 28,7%). Le Marche fanno però osservare un trend differente. Pur restando sotto il dato medio del rischio registrato a livello italiano, nella regione si registra una crescita di tale probabilità (dal 19,6% al 23%).

Oggi è piuttosto diffusa l’idea, e non solo in questa regione, che i giovani non dispongano di opportunità di miglioramento della propria posizione sociale ed economica, come invece avveniva per le passate generazioni rispetto alle precedenti. Questa percezione della prospettiva futura rimanda, più nello specifico, al tema della cosiddetta “fuga dei cervelli”. O comunque, di componenti giovani e scolarizzate della società che si recano all’estero alla ricerca di lavoro. Si tratta di una questione nazionale: un fenomeno di ampia portata alla quale le Marche non paiono sottrarsi.

A questo proposito, l’XI Rapporto Italiani nel Mondo 2016, curato dalla Fondazione Migrantes, fa osservare come i marchigiani iscritti all’Aire nel corso 2015 sono stati 2.615. Nell’assieme, negli ultimi 10 anni, periodo che corrisponde all’incirca a quello della crisi economica, se ne contano oltre 60 mila. Se vengono considerati i 128 mila marchigiani residenti all’estero, la loro incidenza sulla popolazione regionale è pari all’8,3%, un dato superiore alla media nazionale (7,9%). Ma, al di là di questi aspetti quantitativi, è il tratto qualitativo del fenomeno migratorio che conta: interessa particolarmente il segmento dei giovani con elevati livelli di formazione.

Altri dati contribuiscono a precisare il profilo della regione. La XXVII edizione della classifica de «Il Sole - 24 Ore» sulla Qualità della vita evidenzia, nel 2016, rispetto all’anno precedente, uno scivolamento di 4 su 5 delle province marchigiane: solo quella di Ancona sale. I territori provinciali mantengono comunque posizioni medio-alte (Macerata 23°, Ancona 28°, Ascoli Piceno 42°, Pesaro Urbino 43° e infine Fermo, 62° su 110), a testimonianza del considerevole standard di vita nella regione, anche se qualche problema, nei vari ambiti considerati da questi indici, sembra emergere.

All’andamento dei dati strutturali appena richiamati, corrisponde un deciso cambiamento di umore sociale. Il sentiment, misurato da una recente indagine condotta da LaPolis (Università di Urbino Carlo Bo) che ha realizzato l’Atlante sociale delle Marche, lo ha messo bene in evidenza. L’analisi comparata dei trend delle opinioni dei marchigiani e degli italiani, prima e dopo la crisi, offre un quadro eloquente delle trasformazioni avvenute nella società regionale.

I marchigiani hanno scoperto di non essere più al sicuro, e neanche più “dimenticati” in un angolo di mondo tranquillo. Si sono resi conto, al contrario, di essere esposti agli eventi di natura globale e alle relative conseguenze. In questi ultimi anni, infatti, la crisi si è innestata sui processi di modernizzazione della società locale. Ha agito da moltiplicatore di quei fattori che hanno inasprito le conseguenze dell’onda lunga della globalizzazione e delle politiche di austerity, drammatizzandone gli effetti.

La componente di quanti ritengono che oggi nelle Marche si viva meglio che in altre regioni si è fortemente ridotta nel tempo. Ma va anche detto che gli stessi cittadini non pensano che nelle Marche si viva peggio che altrove. Si vive come in altre regioni italiane. La stessa lettura può essere riscontrata in relazione al giudizio sulla qualità del governo locale e della sua classe politica.

In un quadro così delineato, a risentirne è anzitutto la rappresentazione sociale del futuro. Quella dei giovani in particolare. È una categoria che, quando guarda in prospettiva, sembra farlo in modo remissivo. Privilegia anzitutto ipotesi e soluzioni che possano assicurare certezze, ormai sempre meno diffuse. Questo avviene anche a scapito dei sogni e degli entusiasmi, che vengono ricalibrati verso il basso.

La ricerca di LaPolis fa osservare non solo le aspettative sul fronte della sicurezza sociale e delle prospettive economiche individuali e familiari cambiate negli ultimi anni,  ma si collochino in cima all’agenda delle priorità politiche proposta dai cittadini. Anche il rapporto con la dimensione pubblica ha subito un deciso cambiamento. Le Marche esprimevano, in passato, una fiducia istituzionale superiore alla media nazionale. Oggi, questo differenziale non c’è più. Il calo generalizzato della fiducia nelle istituzioni denota un progressivo disincanto verso la dimensione pubblica. È noto come il consenso sociale verso l’apparato istituzionale sia una risorsa fondamentale per l’azione di governo e si leghi, conseguentemente, a un migliore rendimento delle istituzioni. Su questo, ma anche su altri fronti - ad esempio la soddisfazione dei servizi in calo, in primo luogo quelli socio-sanitari - si osserva uno scivolamento delle Marche, che tendono a sovrapporsi alla media nazionale.

Alla crescente delegittimazione dei diversi riferimenti istituzionali, si associa una diffusa azione partecipativa, che rimanda però a un impegno politico di mobilitazione critica. La protesta, del resto, è la faccia opposta al consenso. Detto in altre parole, le Marche si sono «normalizzate». Assomigliano sempre più all’Italia. Su alcuni aspetti, hanno addirittura superato l’Italia, anche se si tratta di un sorpasso in retromarcia.

Tutto questo si riflette sulla tenuta della società locale e delle sue basi tradizionali, fortemente sollecitate in questi anni difficili. In tale cornice è anzitutto il senso di comunità che rischia di smarrirsi e perdere il suo significato più profondo.

 

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