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Parma
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Parma è una città europea? Per capire la «città ducale» che ci troviamo di fronte oggi si può partire dalla sua storia. Basterebbe ricordare il ruolo giocato sia dai Farnese sia da Maria Luigia (Maria Luigia d’Asburgo Lorena, «imperatrice dei Francesi e regina d’Italia, poi duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla») per avere la prova della vocazione europea di Parma. Ma il quadro è certamente più ampio.

Per rendersene conto è sufficiente percorrere un breve tratto a piedi dalla stazione verso il centro. Così facendo incontriamo una serie di monumenti e di opere d’arte che testimoniano quale crocevia di movimenti culturali sia stata nei secoli la «petite capitale»: alla nostra destra il complesso monumentale della Pilotta, con la Galleria Nazionale, il Teatro Farnese, il Museo Archeologico e la Biblioteca Palatina. Subito dopo due possibilità (ma l’una non esclude certo l’altra): la prima, proseguire lungo Strada Garibaldi, per arrivare subito al Teatro Regio e alla Basilica di Santa Maria della Steccata; la seconda, attraversare Strada Garibaldi per portarsi facilmente in Piazza del Duomo, dove ammirare la Cattedrale, il Battistero, il Palazzo Vescovile. E nel passare da una piazza (Pilotta) all’altra (Duomo) si potrà facilmente transitare da Strada Macedonio Melloni, ove, nell’ex Monastero di San Paolo, vi è la Camera della Badessa (o Camera di San Paolo), affrescata dal Correggio al pari della cupola del Duomo.

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Passando all’economia e alla società del nostro tempo, che cosa si può dire della vocazione europea di Parma? Per rispondere a questa domanda è meglio seguire due diverse traiettorie. La prima riguarda direttamente il mondo delle imprese e, in particolare, quella che da sempre è la cartina di tornasole di una economia aperta: le esportazioni. La performance dell’economia parmense negli anni a cavallo della crisi è ragguardevole: dal 2006 al 2015 – in base ai dati elaborati dalla Camera di Commercio di Parma – le esportazioni sono aumentate di oltre il 60%, passando da 3.932 a 6.342 milioni di euro. Tra i mercati di destinazione l’Unione europea, col 55,5% dell’export, continua a rappresentare il primo mercato di sbocco (con Francia e Germania che valgono, rispettivamente, il 14,0% e l’11,4%). Viene poi la quota di export verso gli Stati Uniti (9,8%), che per di più sta crescendo molto velocemente. Nei settori che maggiormente hanno contribuito alle esportazioni parmensi, fra il 2008 e il 2015, spicca la farmaceutica, ormai affiancatasi agli ambiti industriali più classici dell’economia parmense, l’alimentare e la meccanica (senza dimenticare minerali non metalliferi, chimica, moda, plastica). Più in generale, l’«indice di resilienza» – calcolato da Unioncamere Emilia-Romagna – mostra come sia stata «l’Emilia più occidentale (Piacenza e Parma) a resistere meglio negli anni della crisi».

Molte sono le concause. È ragionevole pensare che queste eccellenti performance in termini di export, oltre che di fatturato e occupazione, siano correlate a una struttura assai solida dell’industria parmense. In essa infatti coesistono – per rifarci alle note ricerche di Mediobanca, Unioncamere, Intesa Sanpaolo – due delle pochissime «multinazionali» manifatturiere italiane, le uniche presenti in Emilia-Romagna; più di 50 «medie imprese industriali», sulle circa 500 esistenti in regione, e 4 distretti industriali, sui 19 in regione: «alimentare di Parma», «food machinery di Parma», «salumi di Parma», «lattiero-caseario parmense» (essi hanno dato origine a un export complessivo per il 2016 di 1.669 milioni di euro). Questa struttura va completata tenendo conto di quelle imprese – divenute ormai grandi – che si collocano fra le medie imprese (fino a 350 milioni di fatturato) e le multinazionali (oltre 3 miliardi): una terra di mezzo da coltivare perché avere un maggior numero di imprese dalle spalle più larghe facilita l’attività di ricerca, innovazione e formazione del capitale umano.

Il «grappolo di imprese» («cluster») di Parma specializzato nel food già emergeva nel celebre lavoro di Michael Porter (Il vantaggio competitivo delle Nazioni, Mondadori, 1990). D’altronde Cibus – il Salone internazionale dell’alimentazione che si tiene alle Fiere di Parma – è una vetrina mondiale. Due novità di questi ultimissimi anni rafforzano tale vocazione: Parma si fregia del marchio Unesco di «Città creativa per la gastronomia», ed è stato lanciato il «Food Project d’Ateneo», volto a mettere sempre più in relazione l’Università di Parma e le eccellenze industriali del territorio. Nel complesso, gli sviluppi degli ultimi decenni hanno contribuito a plasmare una manifattura che ha nell’industria alimentare e nel suo incrocio con quella meccanica/impiantistica il suo tratto caratteristico. Tuttavia l’economia parmense è anche farmaceutica, moda e prodotti di bellezza, così come Ict e start-up dell’era digitale. Oltre all’edilizia, sempre forte in città sotto il profilo dell’influenza politica.

Accanto alle esportazioni, oggi più che mai, per comprendere fino in fondo l’apertura di un’economia, vanno considerati i flussi di investimenti diretti esteri. Parma negli ultimi anni è stato il terreno d’elezione di alcune operazioni importanti. Si pensi all’acquisizione di Parmalat da parte dei francesi di Lactalis, o al fondo belga Verlinvest, entrato recentemente nel capitale di Mutti. Rilevanti sono poi le operazioni compiute all’estero da imprese-guida come Barilla, Chiesi Farmaceutici, Dallara Automobili. Sempre più considerevole sta poi diventando la presenza nel Paese di Cariparma, acquisita dal gruppo francese Crédit Agricole – uno dei più grandi d’Europa – alcuni anni or sono.

Ma se vogliamo comprendere appieno le potenzialità insite nella vocazione europea della città dobbiamo percorrere anche una seconda traiettoria, che non ha più a che fare con le performance degli attori economici, bensì con il funzionamento delle istituzioni che qui, a vario titolo, si occupano d’Europa. L’elenco è significativo: l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), la Scuola per l’Europa (dall’inizio dell’età scolastica fino alla soglia degli studi universitari), la Fondazione Collegio Europeo (post-laurea), Alma (la Scuola internazionale di Cucina italiana) a cui si aggiungerà la Scuola internazionale di Alta Formazione sugli Alimenti e la Nutrizione. Vengono poi le istituzioni che, in virtù della loro missione, hanno anche il compito di rafforzare la vocazione europea della città: l’Università, che ha da poco eletto con ampia maggioranza un nuovo rettore; la Camera di Commercio, in via di accorpamento con Reggio Emilia e Piacenza; le due Fondazioni di origine bancaria, che hanno venduto le rispettive banche. Ma come funzionano queste istituzioni, ognuna vista di per sé e come parte di un sistema?

Proviamo a fare un esempio. Molti entusiasmi suscitò in città, quasi quindici anni or sono, la scelta di Parma quale sede dell’Efsa. Che bilancio se ne può trarre? Chi se ne occupa da vicino all’Università di Parma distingue fra piani diversi, operando una sorta di tripartizione: l’«impatto reputazionale legato al prestigio è probabilmente incalcolabile»; l’«impatto economico sull’indotto è elevato per il terziario ed è associato a un cambio culturale nei servizi, si pensi all’inglese ormai diffuso»; l’«impatto legato alle ricadute economiche sulle imprese (ad es. le Pmi del settore alimentare), erroneamente ventilato e quindi atteso, ma di fatto ininfluente, com’è naturale che sia trattandosi di una autorità indipendente». Un’analisi che andrebbe naturalmente ripetuta per ognuna delle altre istituzioni sopra menzionate.

Ricapitolando. Le vestigia del passato offrono immediatamente un’idea di città europea, a cui si uniscono le tante e importanti manifestazioni artistiche, culturali, enogastronomiche e musicali che si susseguono durante l’anno e che contribuiscono a rendere Parma e il suo territorio (Busseto, Colorno, Fontanellato, l’Appennino parmense) un luogo di grande attrazione per turisti italiani e stranieri. Le imprese parmensi hanno alzato l’asticella verso prodotti a più elevato valore aggiunto e verso i mercati europei e mondiali: molte evidenze empiriche confermano la giustezza di questa strategia, ma nel contempo non vanno abbandonate al loro destino le tante imprese che non ce la fanno (è in crisi per esempio la Froneri, impresa di produzione di gelati per marchi quali Motta e Nestlé).

Che cosa dire, infine, del livello istituzionale (inteso in senso lato) che ha a che fare con lo sviluppo economico-sociale e, quindi, con la vocazione europea della città? Resta netta l’impressione che, in città, prevalga ancora un certo individualismo e che difetti, invece, un autentico spirito comunitario. Non è questa una novità per Parma. «L’area parmense può persistere nel percorrere il sentiero di una frammentazione soggettuale e processuale, oppure può decidere di sperimentare la sinergia fra soggetti e oggetti – in diversi settori – facendo dell’integrazione della diversità e della relazionalità la leva della propria rinnovata identità oltre che dello sviluppo». Sono parole del 2005 (tratte da una ricerca del Censis dal titolo Imprese e sviluppo nel modello di Parma. Scenari e trasformazioni della società parmense commissionata dall’Unione Parmense degli Industriali), che conservano ancora oggi la loro validità. Parole che confermano l’assoluto bisogno – per citare sempre il Censis – di «ricostruire un’efficiente architettura di leadership locale (chi propone nuove idee e nuovi percorsi di sviluppo credibili)», abbandonando invece l’idea di un sistema locale come «impenetrabile torre d’avorio» e di un «modello socioeconomico autoconsistente», frutto anche di una «temporanea “rarefazione” della classe dirigente locale». Qualcosa si sta muovendo, come dimostra la nascita di un’associazione («Parma, io ci sto!») volta ad aggregare - intorno a progetti concreti per il territorio - energie sociali e istituzionali.

In conclusione. Proprio perché la città ha il passato che ha; proprio perché, oggi, ha le imprese eccellenti che abbiamo visto; proprio perché è la sede dell’Efsa e di istituti educativi di impronta europea; per tutto questo e altro ancora (si pensi all’opera delle organizzazioni del volontariato nel dare risposta alle nuove povertà e al bisogno di integrazione come il Ciac) alle istituzioni culturali e politiche della città è richiesto un supplemento di coraggio. La grandeur che in tempi recenti ha portato a costruire per volontà delle giunte di centrodestra il Ponte Nord non ha nulla di grande, tutt’altro.

La fine ingloriosa della giunta guidata dal sindaco Vignali e il successivo commissariamento della città nel 2011 hanno infatti lasciato un buco di centinaia di milioni di euro. A ruota è venuto il «nuovo», impersonato da una giunta in origine pentastellata, guidata dal sindaco Pizzarotti, recentemente riconfermato, mai gradito al capo e, alfine, uscito dal Movimento in coda allo scorso mandato. La netta vittoria al ballottaggio, per la seconda volta consecutiva (2012 e 2017), contro il centrosinistra pone ora Pizzarotti nella condizione di poter e dover esprimere con maggiore compiutezza la sua idea di città. Il Pd, dal canto suo, che è fuori dall’amministrazione comunale di fatto dal 1998, deve invece dedicarsi a ricostruire una leadership e una piattaforma programmatica che lo rendano competitivo per la sfida del 2022.

A tutti, dicevamo, è richiesta – in questo nuovo inizio – una dose supplementare di coraggio, che in una città fatta così non deve lasciare spazio alla retorica (che abbonda). Dovrebbe, al contrario, significare qualcos’altro: uscire dai propri egoismi di lobby o di casta, riconoscere – nella selezione e nel necessario ricambio della classe dirigente, delle élite – il merito e non solo predicarlo, saper guardare al di là del proprio orticello manifestando una maggiore attitudine a cooperare con altre città. Altrimenti può accadere che, a forza di evocare il mito della «petite capitale», si rischi davvero di rimanere «piccoli».

 

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