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>> viaggio nell'Italia dell'emergenza / 19
Roma e i senza fissa dimora

Come in molte altre città italiane, a Roma gli invisibili stanno rimanendo tali anche durante questa pandemia. Il diritto alla salute di chi è costretto a vivere in strada, in accampamenti, nei centri di accoglienza o nei centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) sembra essere considerato dalle istituzioni alla stregua di un fastidioso compito da cui fuggire.

Da un lato gli inviti alla responsabilità, la disposizione di controlli a tappeto e la messa in pratica di un solido apparato repressivo e sanzionatorio; dall’altro, la macroscopica ipocrisia verso chi una casa non ce l’ha, o verso chi è costretto a vivere in centri di accoglienza sovraffollati o, peggio, nei Cpr.

Questa ipocrisia risulta ancor più evidente ricordando le misure adottate, invece, per garantire gli spostamenti dei “volontari”: già nel decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) del 9 marzo, seppur non esplicitamente, le attività di volontariato erano comprese tra quelle consentite, previa autocertificazione. Eppure, a quasi due mesi di distanza, nonostante le direttive della Protezione civile, nessuna misura di prevenzione è stata messa in atto per i destinatari di queste attività, come invece è successo in rare occasioni, dove i comuni hanno adottato misure straordinarie per offrire un riparo, seppur precario e collettivo, alle persone costrette all’addiaccio (ad esempio, Bolzano e Lecce).

Anche nel mezzo di una pandemia, il copione non è cambiato: le istituzioni chiudono gli occhi davanti all’evidenza della povertà e dell’emarginazione, sono sorde agli appelli delle associazioni e, quando prendono parola, si esprimono a sproposito. Solo per fare un esempio, il 4 aprile, la sindaca della capitale ha richiesto alla Regione Lazio di effettuare “i tamponi ai tanti senza fissa dimora che trovano rifugio [sic] nell’area della stazione Tiburtina, per evitare il rischio di focolai di infezione da Coronavirus. Bisogna tutelare i cittadini". Una dichiarazione breve ma sufficiente a mettere in luce tre elementi che delineano la visione del Comune di Roma: rifiuto della responsabilità (è la Regione a dover gestire il problema); misure di intervento inutili (con la constatazione della positività o della negatività non si risolve la questione dell’isolamento); identificazione dei senza fissa dimora come un problema per “gli altri” (sono i cittadini a dover essere tutelati, non chi non ha un tetto sopra la testa). La discriminazione, in tempi di Covid-19, si fa dunque più forte, in barba al sentimento di unità, di comunità e di solidarietà di cui le istituzioni si riempiono la bocca.

Parlare di dati certi è molto difficile, anzi impossibile. Il rapporto Istat del 2014 sulle persone senza fissa dimora parla di circa 7.700 presenze a Roma ed è lecito credere che negli ultimi anni il numero sia abbondantemente cresciuto. Un rapporto della Caritas del 2018, citando una ricerca di Luca Di Censi, conta invece tra le 14.000 e le 16.000 persone, considerando “anche le situazioni di cosiddetto barbonismo domestico e quanti vivono in insediamenti non idonei – immobili abbandonati, accampamenti informali, roulotte, bivacchi in strada ecc.”.

Al di là delle statistiche, che inquadrano il problema partendo da dati campione di un target “omogeneo” dei senza fissa dimora, si tratta, almeno a Roma, di persone che loro malgrado sono costrette a condurre una vita invisibile e che non trovano risposte sostanziali nel macrosistema del Welfare locale. Le cause di questa precarietà abitativa sono molteplici e conseguenza di politiche di accoglienza superficiali, rigide e caratterizzate da una tendenza all’esclusione. Lo abbiamo toccato con mano, attraverso la nostra stessa esperienza, sperimentando l’incapacità di risolvere un problema anche lì dove ci si aspetterebbe che l’amministrazione che governa la capitale d’Italia sia in grado di farlo.

In questo universo abbiamo incontrato richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale che, entrando e uscendo dal circuito di “reception”, si trovano a condurre un'esistenza priva di qualsiasi strumento che li orienti verso il sistema sociale ed economico nel quale intessere percorsi inclusivi. A questi si aggiungono coloro che sono privati del diritto di soggiorno, per le illegittime lungaggini burocratiche, e che vivono in un limbo di attesa, durante il quale la vita letteralmente si ferma. E questa è solo la punta di un gigantesco iceberg.

In questo momento è fondamentale identificare i diversi piani in cui è necessario un intervento, sia per contrastare l’attuale pandemia da Covid-19, sia per imparare dagli errori fin qui fatti e dimostrare lungimiranza politica. Le criticità evidenti nella città di Roma riguardano diversi aspetti.

Innanzitutto, l’insufficienza dei posti per persone senza dimora nel circuito cittadino. Appare evidente come il circuito cittadino soddisfi solo una porzione delle esigenze di accoglienza in città, come dimostrano i numeri di un Piano freddo che era già insufficiente prima dell’emergenza sanitaria in atto. Dagli ultimi dati disponibili, infatti, sono solo 5 i centri (con 477 posti) accessibili a chi non ha un alloggio, mentre secondo le stime aggiornate al 2018 della comunità di Sant'Egidio sono circa 8.000 le persone senza fissa dimora presenti a Roma. E sono state 7.657 quelle che si sono rivolte allo Sportello unico dell'Ufficio immigrazione di Roma Capitale per presentare richiesta di accoglienza tra luglio 2017 e ottobre 2019, a conferma dell’inadeguatezza sempre più marcata dell’intero sistema. Tra questi, molti sono i titolari di protezione umanitaria, ora abrogata (1.742 casi), e sono circa 1.400 le persone senza documenti.

Vanno poi considerati i mancati accessi al sistema di accoglienza. Dal 9 marzo ad oggi, non è stato possibile per gli operatori legali chiedere l’accesso in accoglienza di migranti nel circuito cittadino o di richiedenti asilo e beneficiari di protezione ai circuiti Cas e Siproimi, in quanto gli uffici competenti di Roma capitale, della Questura e della Prefettura sono chiusi e non procedono agli inserimenti. Così moltissime persone, pur avendo diritto a un posto in accoglienza, continuano a dormire per strada, aumentando l’insieme dei senza fissa dimora. Tra questi rischia di aumentare anche il numero delle donne migranti vittime di tratta e sfruttamento.

C’è poi il tema della criticità nelle strutture di accoglienza. Infatti, si stanno moltiplicando nei centri di accoglienza straordinari e ordinari le denunce di ospiti e operatori circa la mancanza dei presidi sanitari necessari a garantire la tutela sanitaria all’interno delle strutture, anche in virtù dei numeri alti di presenze nei grandi centri e della difficoltà di attuare le misure di distanziamento sociale, oltre alla mancanza di indicazioni sanitarie e legali chiare da parte degli uffici centrali responsabili. Inoltre, le sanificazioni e gli altri interventi mirati a ridurre il rischio di contagio sono ancora minimi e procedono a rilento.

Che dire poi della salvaguardia dell’attività di volontari e operatori? Per giorni e giorni, dall’entrata in vigore delle misure restrittive rivolte alla popolazione e delle limitazioni alla mobilità, è stato complicato proseguire con le attività di distribuzione pasti e supporto legale alle persone senza dimora, nonostante sia evidente la necessità di garantire tali servizi, a maggior ragione in un contesto emergenziale come l’attuale.

Il 20 marzo un’ordinanza del presidente della Regione Lazio è intervenuta per assicurare la mobilità dei volontari al fine di legittimare i loro spostamenti per le attività ritenute necessarie, ai sensi dei vari Dpcm adottati. Tuttavia, serve da parte delle istituzioni un maggiore supporto in relazione alla fornitura dei dispositivi sanitari necessari per operare in modalità sicure e protette rispetto ai rischi di contagio attivo e passivo.

Se si ricorresse a una lente di ingrandimento per leggere nel profondo quell’invisibile massa di “homeless”, individuando chiaramente le cause e gli effetti di questa disparità sociale, si potrebbe già orientare in modo equo e puntuale una politica sociale efficace e risolutiva, senza rincorrere l’emergenza nell’emergenza, che puntualmente arriva ad accendere il dibattito politico ma mai un interesse vero e attivo da parte della politica.

 

[Questo articolo è frutto del lavoro di “Pensare Migrante”, un collettivo, di cui gli autori fanno parte, con sede a Roma che mira all'autodeterminazione ed emancipazione sociale di chi migra. “Pensare Migrante” offre supporto con attività e servizi di informazione, assistenza e tutela legale; orientamento ai servizi socio-sanitari; orientamento e supporto nella ricerca del lavoro, nel riconoscimento dei titoli di studio e nella formazione professionale; supporto nella ricerca di alloggio]

 

 

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