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>> viaggio nell'Italia dell'emergenza / 11
La Milano del Coronavirus

La mattina del 24 febbraio sono sceso sotto casa per andare come tutti i giorni a bermi un caffè da Chateau Duffan. Il nome è un po’ pretenzioso, ma il titolare è un imprenditore cino-milanese della ristorazione con le idee chiare. Abito all’angolo con Paolo Sarpi, il quartiere che si identifica con la Chinatown milanese. Il bar è chiuso e un cartello dice che riaprirà tra una settimana. Scopro poi che quel giorno tutti gli esercizi di proprietà cinese hanno chiuso. Questa mancanza di rispetto delle regole comuni mi irrita. Al momento non capisco. Come tutti. In tutto il mondo.

Qualche giorno dopo il proprietario del locale lascia nella casella della posta condominiale tre mascherine per ciascuno. Timeo danaos et dona ferentes? Nel dubbio, come tutti, le prendo.

Scrivo queste note nei giorni della Pasqua 2020. Sono passati sei settimane da allora, ma sembra, o forse è, una vita fa. I giorni scorrono lenti e rapidissimi al tempo stesso. La giornata di ieri è già un ricordo lontano. Quando è morto Gregotti? E Arbasino? Sembrano passati anni. Nel frattempo gli spazi fisici attorno a me si sono ristretti giorno dopo giorno. Venerdì 6 marzo è stato l’ultimo giorno in cui sono stato in ufficio. Ho fortunosamente recuperato il pc qualche giorno dopo. Oggi, secondo l’ultima ordinanza regionale, posso spostarmi fino a un massimo di duecento metri da casa.

Silenzio a Milano è un vecchio libro di Annamaria Ortese, che distingue i diversi silenzi della città sotto la coltre dei rumori della civiltà industriale. Il silenzio di questi giorni è nuovo, interrotto solo dal cinguettio degli uccellini, dallo sferragliare dei tram, dal traffico felpato e soprattutto dalle sirene delle ambulanze. Questo, ogni tanto, mette angoscia.

Non è facile scrivere di Milano ai tempi del Coronavirus. Il campo di osservazione si è assottigliato moltissimo: due/tre isolati, il supermarket, la farmacia, le botteghe alimentari di quartiere che hanno trovato una nuova prosperità.

Lo schema in cui viviamo, compreso un sospetto patriottismo, mi pare quello della Grande guerra: c’è un fronte dove medici e infermieri sono buttati fuori dalle trincee, spesso all’arma bianca, c’è una retrovia dove si preparano i ricambi e c’è un grande fronte interno. Il fronte ha riguardato Bergamo, Brescia, prima Codogno, ora Piacenza, tutti luoghi che gravitano su Milano e dove tanti milanesi hanno scambi lavorativi, amicizie e affetti. Noi finora abbiamo vissuto nelle retrovie. All’inizio si seguiva il bollettino quotidiano increduli per l’escalation di morti, poi ci si è concentrati sulla Lombardia, ora quello che ci interessa è il numero di contagi in città. Forse non è bello da dichiarare, ma è così. Se il virus dilagherà a Milano, sappiamo che i letti in terapia intensiva non basteranno, nonostante gli sforzi delle ultime settimane. Nella cacofonia tra Stato e poteri locali è su quest’ultimi che si è concentrata la nostra attenzione. Tocca a loro fare delle scelte che riguardano la nostra vita quotidiana. Sono tre i personaggi venuti ribalta: il presidente della Regione Attilio Fontana, che, partito male, ha ogni tanto recuperato un po’ di credibilità, ma ha l’aria di un uomo sopraffatto dalle circostanze; il sindaco Sala che, dopo aver lanciato lo sciagurato hashtag #milanononsiferma, ha provato a recuperare terreno. È un grande lavoratore, cosa che i milanesi apprezzano, ma si è anche capito che i poteri del sindaco in questa situazione sono limitati. La terza figura, l’emergente, è Giulio Gallera, assessore al Welfare regionale, liberale in gioventù poi passato a Forza Italia. È lui che solitamente nel secondo pomeriggio commenta i dati regionali.

Ma dei politici ora si parla soprattutto per la débâcle della sanità lombarda. A parte i disastri delle zone di Bergamo e Brescia, il braccio di ferro tra Confindustria locale e autorità, il caso di cronaca (nera) è la sciagurata, criminale, gestione del Pio Albergo Trivulzio sollevata da un’inchiesta di ‘la Repubblica’. Ci sono responsabilità precise e una storia pregressa sulla gestione della sanità lombarda su cui riflettere e indagare. I 10.000 morti in aumento della Lombardia non credo che permetteranno sconti.

Le note che seguono riguardano soprattutto la vita quotidiana della città ai tempi del Covid-19.

Chi sta in casa. Tanti si sono chiusi in casa dal primo giorno, il 9 marzo, e non sono più usciti. Le consegne a domicilio, seppur rallentate, funzionano. Molti sono impegnati nello smart work, una categoria ampia e privilegiata di lavoratori, ora e probabilmente anche in futuro. Per il resto si approfitta per pulire e ripulire, fare lavori domestici (tutti hanno sospeso le collaborazioni esterne), cucinare più volte al giorno, fare ginnastica (ma a Milano si dice yoga). Da subito è partita un’offerta di contenuti digitali spesso gratuiti per il tempo libero, ma l’impressione è che non ci sia abbastanza serenità per leggere i classici o rivedere vecchi film, almeno finché si è nella “fase 1”. Ci si telefona, ma sono soprattutto riti famigliari. Scorre invece un ininterrotto flusso di WhatsApp, quasi sempre a sfondo umoristico, anche se ora sta rallentando. Anche le chat, che per alcuni sono condominiali, vanno per la maggiore. Ci si rassicura, si danno informazioni utili. Molti negozi di quartiere offrono la spesa a domicilio. Va fortissimo il pesce fresco, un’evidente sublimazione. Le serate finiscono prima del solito e, dopo il pasto, ognuno si ritira nei propri spazi, spesso digitali.

Chi esce. Un quarto della città circa è in movimento. Sono quelli che la mandano avanti: autisti dei mezzi pubblici, negozianti, chi si occupa di acqua, luce e gas, medici e personale paramedico. Su uno scontrino di un supermercato c’è scritto: “Dimenticatevi di Superman e Batman, i veri Super Eroi lavorano qui”. La parola “eroe” è entrata nel lessico quotidiano. Troppo facile citare Bertolt Brecht: “Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi”.

Chi sta in casa esce soprattutto per fare la spesa. Uno alla volta si entra nei supermercati, si attende in farmacia, qualcuno frequenta le edicole. Le code nei supermercati rivelano subito la composizione sociale del quartiere. Quelle dei più poveri sono naturalmente le più tristi. Insopprimibile resta la passione per la Esselunga, che è davvero nel Dna della città. Il milanese rivela doti inaspettate di homo sovieticis (o foemina sovietica), pazientando in code che proseguono per ore. Gli over 65 hanno corsie preferenziali (ma non dovrebbero stare a casa?). Altra attività, prima frenetica, ora quasi estinta, è quella sportiva. Correre, camminare. Finché si poteva ho camminato anch’io, ma la voglia mi è passato quando ho visto un ciclista apostrofare violentemente due runner, con un “meritate di crepare” che, di questi tempi, è suonato agghiacciante. E allora era ancora consentito correre, almeno attorno ai parchi. A Milano, come altrove, mi dicono che si pratica la delazione sui social: l’equivalente del caposcala ai tempi del fascismo. Invidiatissimi sono i proprietari dei cani, che escono fino a tre-quattro volte al giorno. Si radunano a debita distanza nei parchetti senza recinzioni. C’è poi la categoria degli sfollati tra Riviera ligure, Forte dei Marmi, località di montagna in Italia o all’estero, nelle case di campagna. A parte, forse, quest’ultima tipologia, non sono amati dai locali e neanche in città sono visti di buon occhio. È circolata persino una frase apocrifa dei Promessi sposi sulla villeggiatura dei nobili al tempo della peste. I Promessi sposi, eterno, attualissimo oroscopo della nostra vita.

La paura e la morte. La morte, il grande rimosso della nostra società, è tornata al centro dei discorsi di tutti: “Chi è vivo? Chi è morto? Chi ha il Covid?”.

Da qualche giorno l’inceneritore di Lambrate non accetta nuovi morti. Bisogna smaltire quelli del mese di marzo. È la prova più evidente che i morti a Milano sono molti più del solito, molti di più di quelli dichiarati. Una controprova di carattere sociale sono le pagine dei necrologi sul “Corriere della Sera”. Raramente sono meno di due. Sugli stessi giornali le agenzie di pompe funebri comprano intere pagine per illustrare i propri servizi aggiornati alle ultime difficoltà della presente situazione. All’inizio ci si chiedeva tra amici: “Tu conosci qualcuno morto di Corona Virus?”. La risposta era generalmente no, ma nel corso delle settimane è cambiata: genitori di amici, qualcuno con cui si è lavorato insieme, amici che vivono altrove. L’immagine più esatta, anche se foriera di inquietudine, è quella di un cerchio che si stringe. Di notte molti dormono male, hanno incubi, devono ricorrere ai sonniferi. Io per ora riesco a dormire: vado a letto presto come al solito, leggo qualche pagina di un libro, poi mi addormento, sopraffatto come molti dalla tensione della giornata. Mi sveglio nel cuore della notte, scrivo un diario degli avvenimenti pubblici di quel giorno e un po’ a fatica mi riaddormento. Per me il momento più difficile è il tardo pomeriggio, quando arriva il conteggio dei morti. Non sempre è così. In ogni caso poi mi scuoto, mangio qualche cosa ascoltando le notizie alla radio. La televisione l’ho abolita da tempo. Scrivo di me perché so che per molti è così. Qualche volta mi è capitato di uscire dopo cena: in giro c’è qualche raider che solca le strade vuote, i soliti proprietari di cani, ma l’occhio è attratto dalle finestre illuminate, istantanee di civiltà domestica, e l’orecchio dalla musica che riecheggia nel buio. Qualcuno infatti ha preso l’abitudine di mettere musica ad alto volume col consenso dei vicini. L’altra sera un improvvisato concertino si è concluso con Buonanotte fiorellino di Francesco De Gregori e uno scroscio di applausi. Un balsamo per il cuore. In ogni caso verso le 21.30 scatta un naturale coprifuoco.

Il mondo di ieri, il mondo di domani. Tra i libri di mio nonno paterno, ragazzo del ‘99, alpino nella Grande Guerra, mi è rimasto Il mondo di ieri di Stefan Zweig, che racconta la dolcezza di vivere in un’epoca non ancora inghiottita dai totalitarismi, quando si girava per l’Europa senza passaporto. Zweig, ebreo in fuga dall’Europa, si tolse la vita nel 1942 a Petropolis, località di villeggiatura a qualche chilometro da Rio de Janeiro. Penso al “mondo di ieri” quando percorro via Volta, l’arteria commerciale che collega il quartiere a corso Garibaldi, per andare a comprare il giornale. È quasi scontato che molti negozi non riapriranno più: alcuni sono inutili, vistosi, ma altri sono piccoli caffè, esercizi famigliari portati avanti a fatica, oppure hanno semplicemente un dipendente di troppo. Tra le note positive c’è la diffusione di reti solidali, di gruppi d’acquisto, di azioni di buon vicinato, di nuovi sistemi distributivi. Per strada chi si conosceva di vista ora saluta con maggior calore. Basterà per costruire il mondo di domani? Ho letto che a Bologna il cardinale Zuppi ha invitato i parroci a suonare le campane a fine giornata. A Milano, almeno dove abito, raramente si sentono le campane. Sarebbe bello che quando finirà tutto, almeno un primo tutto, le campane di Milano suonassero a stormo. Sarebbe anche bello che tra loro risuonasse una campana laica. Quella che, secondo Adriano Olivetti, vibra: “ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro la rassegnazione, la povertà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”. La vita contro la morte.

Per finire. Mi sarebbe piaciuto finire così, con le parole di Adriano Olivetti. Il suo pensiero è più che mai attuale di fronte al disfacimento di una classe dirigente e di una democrazia che è rappresentativa solo di nome. Eppure in questo momento è difficile essere ottimisti, pensare a come sarà il dopo, anche se è giusto pensarci. Un grande insegnamento nei momenti di difficoltà è confrontarsi con chi è in una situazione ancora più difficile. Così telefono a Marisa (classe 1925), che è in attesa che esca il suo nuovo libro. Vorrebbe scrivere ma non è molto in forma. Ora però ha letto il libretto di Paolo Giordano e ha cominciato a buttar giù qualche riflessione. Gianni (1926) si è occupato per tutta la vita dei libri degli altri, ora deve seguire l’edizione del carteggio tra Raffaele Mattioli e Gianfranco Contini. Gli dà fastidio farlo perché c’è lui sempre tra i piedi, ma se non lo fa lui…Bruno (1930) ha appena vinto la battaglia per la sepoltura della moglie non ebrea nel cimitero ‘ebraico’ di famiglia. Ci ha scritto sopra un libretto che ha provocato una risposta risentita del rabbino capo di Roma. Sta preparando la replica. Eduardo (1931) non ha tanta voglia di scrivere di melodramma, come fa di solito. Legge o rileggi vecchi romanzi. Ora è immerso ne I demoni. Tutti hanno vissuto l’ultima guerra e ne sottolineano le differenze. Il termine di paragone però è quello. Sono persone che di solito escono poco di casa, ma proprio ora ne hanno, come tutti, una gran voglia. Saremo davvero migliori quando accadrà? A Milano forse saremo diversi, per il resto dipende da noi.

 

 

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