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>> viaggio nell'Italia dell'emergenza / 17
Firenze, tra emergenza e governabilità
L’onda lunga dell’epidemia ha esaltato la posizione geostrategica di Firenze, sia nel paesaggio tra Nord e Sud, sia in quello tra centro e periferia, facendone uno snodo e un punto di osservazione privilegiato di questa crisi. Significativamente colpita da un trend in crescita, al contrario del resto del Paese e della stessa Toscana, la città metropolitana di Firenze contava il giorno di Pasqua 2.259 contagi, con un’incidenza del 2/1000 sulla popolazione residente, seconda solamente alle province di Massa (4/1000) e Lucca (2,6/1000) (anche se con letalità più contenuta). Questo lento sviluppo le ha dato la possibilità di vedere il problema avvicinarsi avendo – al contrario delle città del Nord, ma in modo più urgente di quelle del Centro Sud – il tempo per osservare e per pensare.

Pur senza essere stata aggredita, infatti, la città è rimasta sotto tensione in modo ininterrotto, spogliata della risorsa turistica e costretta “a pianificare l’emergenza” fronteggiando il problema giorno per giorno. L’agenda di Firenze è, pertanto, rappresentativa di quella del Paese, poiché coniuga intensità della pressione unitamente alla crescente gravità. La sua sfida è, conseguentemente, la sfida della governabilità, perché il governo cittadino ha ambiziosamente iscritto l’epidemia in un’agenda più ampia e in relazione con quelle degli altri (delle altre città, della Toscana, dell’Italia), andando ben oltre la propria prospettiva, e guardando al problema con gli occhi della visione complessiva. Pertanto, Firenze è divenuta, un po’ per forza e un po’ per scelta, il caleidoscopio di un Paese che cerca di prendere in mano un problema più grande tra emergenza e capacità strategica. Per comprendere questo meccanismo indotto dalla pandemia, prendiamo in esame il pot-pourri di politiche che ne derivano, seguendo i criteri mediante i quali si misura il grado di autonomia di un governo locale: poteri assegnati, uso della discrezionalità e accesso ai livelli superiori. La misura che se ne trae dà idea del sovradimensionamento del governo locale, da un lato, e dell’urgente necessità di un coordinamento sistemico, dall’altro.

Sul piano dei poteri, il sindaco Nardella ha fatto ciò che hanno fatto gli altri ufficiali dello Stato, regolando comportamenti e imponendo limitazioni; ma obblighi e divieti sono stati anche comunicati, condivisi, ritoccati e intensificati insieme ai controlli, sia sul piano dell’azione, sia su quello dell’empatia. Dopo uno scivolone iniziale sulla volontà di mantenere aperti i musei a fine febbraio, Nardella è stato il primo sindaco a “dare l’esempio” di una quarantena volontaria preventiva, per primo ne è uscito ed è stato tra i primi a organizzare iniziative originali e pressanti: uso dei droni, chiusura dei parchi, informazioni a tappeto ai cittadini anche per mezzo di telefonate registrate, presidio personale ai posti di blocco, suggerimenti e indicazioni su minori ecc. Ha insomma vestito i panni del sindaco che non si risparmia, giocando a tutto campo per la città e per lo Stato.

Sul piano delle scelte, l’attivismo ha visto misure martellanti: rinvio di tutte le tasse comunali al 30 giugno, mediazione con le amministrazioni centrali per distribuire le mascherine e far pervenire 5 miliardi ai comuni, incentivare il turismo, contatti continui con istituti di credito, associazioni sportive, enti di volontariato per favorire accoglienza dei malati o reperimento di soldi e tecnologie. A questo si aggiunge una fitta serie di iniziative verso potenziali e future politiche distributive (del governo) per rilanciare l’economia, istituire fondi speciali, un team di saggi e un tavolo permanente per il “dopo”. Anche in questo caso la dimensione simbolica accompagna, talvolta equipara e supera, gli interventi concretamente attuabili da un comune.

Sul piano dell’accesso verso altri livelli di governo, il potere cittadino ha giocato a tutto campo: lettere al presidente del Consiglio, telefonate al ministro degli Interni, inviti e sostegni diretti al presidente della Regione Toscana, alleanze con altri comuni della città metropolitana e della regione, e, dulcis in fundo, indirizzi sulla politica europea e sull’adeguatezza delle sue misure. Il gioco della visibilità ha affiancato ancora quello dell’azione: interventi televisivi e radiofonici hanno sostenuto il posizionamento della città come portavoce dei comuni nell’agenda nazionale.

Che cos'altro si sarebbe potuto fare? È un policy mix di politiche locali e nazionali di diverso tipo, un cocktail contraddistinto dal dinamismo, ma esagerato per un governo locale, evidentemente dotato di autonomia sostanziale, ma che pensa e agisce (anche) come un governo centrale. E ciò induce ad alcune riflessioni, anche perché tale affastellamento di interventi non ha risolto il problema cittadino: ha semmai aiutato a contenerlo psicologicamente, lasciando però irrisolti alcuni nodi, come ad esempio le mascherine, distribuite con la stessa lentezza del resto del Paese.

La ridondanza delle azioni simboliche e concrete messe in campo dal potere cittadino è, in fondo, uno spunto positivo, forse anche un esempio, ma una simile esuberanza nasce non solo sotto il segno della responsabilità, ma anche della paura di sbagliare, nonché dall’estemporaneità di quanti pensano di “dover far da soli”, o temono di essere lasciati tali, e danno vita a un frenetico pacchetto di reazioni messe in campo quasi ogni giorno, senza un vero piano, attingendo all’italica inventiva e alla sua capacità di adattamento tra mediazione con gli interessi organizzati e disintermediazione mediatica. Insomma, stirando la coperta corta dei veri poteri spettanti a un’amministrazione locale e allargando le maglie simboliche, a surroga di poteri strategici che non può avere, per avvicinarsi ai tavoli decisionali nazionali senza averne diritto e possibilità, ma con molte (anche buone) proposte in cerca di alleati e risorse. Conseguentemente, una città un po’ meno stressata dalla crisi, dotata di prestigio, visibilità e qualche velleità di leadership può giocare una partita per influenzare la linea e divenire un campione nazionale dell’emergenza nel campo dove ha maggiori chance, o dove queste sono a costo zero, ossia ingigantendo il set di risorse emozionali.

Diverso è se questo modus operandi coincida con la governabilità del problema, perché le politiche anti-Covid ripetono la tendenza sindromica italiana vista anche con le polveri sottili: disordinato accumulo di misure di scala diversa, esigenza di continua mediazione tra istituzioni, competizione spasmodica tra livelli di governo, eccessivo settorialismo dei tipi di politiche pubbliche scoordinate e trattate come indipendenti. A questo aggiungiamo il discrimine tra razionalità strategica e ambito simbolico che divide il Paese e che qui si vede chiaramente: da una parte (allo Stato e alle Regioni) le politiche sostanziali (dei fondi e dei poteri veri), dall’altra (ai sindaci) quelle delle emozioni; da una parte la pianificazione della fase due, dall’altra l’emergenza quotidiana della cum-passione.

Che cosa manca? L’integrazione di un sistema dove sindaci, Stato e Regioni giochino la stessa partita seguendo un piano comune, condividendo i "buoni strumenti" di ciascuno e non assurgendo ognuno a leader di una potenziale nuova squadra. Questa frammentazione rende la governabilità (anche dell’epidemia) faticosa e incrementale, relegandola a sola agenda emergenziale di solisti scoordinati che delega implicitamente nelle mani dell’ultimo anello della catena il cerino acceso della soluzione di problemi che non gli competono e che esigono risorse e strumenti che non può (e non deve) avere.

 

 

 

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