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>> viaggio nell’Italia dell’emergenza / 21
Rimini e l'Istituto Maccolini

Mentre Rimini diventava zona rossa con un numero di contagi esorbitante, che cresceva di giorno in giorno, all’Istituto Maccolini, storica Rsa cittadina gestita dalla Congregazione delle suore di carità di Maria Bambina (che quest’anno spegnerà le 120 candeline), succedeva qualcosa di incredibile: gli operatori decidevano di chiudersi dentro la struttura con gli ospiti, salutare le proprie famiglie e non entrare né uscire per almeno due settimane: l’obiettivo era quello di ”prendere tempo contro l’avanzata del virus e proteggere i 142 ospiti”, che hanno tra gli 85 e i 107 anni.

La settimana precedente la chiusura dell’Istituto la preoccupazione saliva, ed era proprio per il timore forte che succedesse il peggio al Maccolini. “Eravamo Covid free ma la malattia era dietro l’angolo ed eravamo consapevoli del fatto che le strutture per anziani, dove risiedono le persone più fragili, fossero i luoghi più vulnerabili”, spiega il direttore Matteo Guaitoli, dalle cui parole traspare ancora la commozione per ciò che è avvenuto tra quelle mura. “Mi sono confrontato con suor Rita (la superiora della Congregazione) e abbiamo deciso di tastare il terreno, salire ai reparti e lanciare l’idea: non ci è voluto molto; in 45 (circa la metà) hanno detto subito che ci stavano, che lasciavano le loro famiglie si «chiudevano» al Maccolini con gli ospiti”. Insomma, quel “fuoco della carità” era venuto fuori, dirompente, racconta suor Rita, e “una volta trovate le persone che volevano combattere questo nemico, le abbiamo motivate dal punto di vista umano, li abbiamo lodati perché comprendevamo il sacrificio che stavano facendo: tutti, giovani e meno giovani”. “È stata un’esperienza emozionante, faticosa e stancante”, le fa eco Guaitoli. Suor Rita ricorda con commozione il momento preciso in cui gli operatori hanno deciso di restare: “Hanno preso un copriletto dove hanno scritto #noirestiamoalmaccolini, lo hanno appeso in giardino: lì tutto è davvero iniziato”.

A quel punto “siamo partiti”: sono stati sgomberati la chiesa e la palestra per sistemare in quegli spazi i nuovi letti: “Sono trascorsi 15 giorni in cui tutti abbiamo preso coscienza del virus, sono arrivati i nuovi Dpi, e intanto l’Asl, con cui eravamo in contatto continuo, iniziava – fuori – a gestire il colpo”, spiega il direttore. Sono stati anche 15 giorni in cui si è costruita una nuova famiglia allargata: “Si sono approfonditi legami tra gli operatori, tra loro e gli ospiti, abbiamo cercato di tenere il morale alto e creare momenti di festa, abbiamo fatto la grigliata di carne”. Le parole d’ordine erano due: no paura, sì serenità. E quelle sono rimaste anche dopo quelle due settimane; gli ospiti devono averle respirate visto che nelle numerosissime videochiamate che continuano a fare con i parenti all’esterno — a cui è impedito l’ingresso dal 5 marzo — sono loro, gli anziani, a raccomandarsi di stare attenti ai loro cari, a trasmettere coraggio, perché se ne uscirà. Il gesto di umanità degli operatori è stato come un’onda che ne ha portati altri, per suor Rita: “Oltre alle cose necessarie, come i medicinali, sotto il cancello ho visto passare di tutto: caramelle, sigarette, cioccolata... Tante persone, da fuori, sono state con noi per dare un conforto”, racconta la religiosa, che, in giorni in cui le cronache raccontano di tanti contagi in molte Rsa d’Italia, di morti, di inchieste giudiziarie, ci tiene a ricordare tutte quelle persone fragili che non ci sono più: “Abbiamo visto una generazione portata via da carri armati dell’esercito, tutta saggezza di cui siamo stati privati...”.

Dal 31 marzo gli operatori non sono più chiusi dentro l’istituto, ma l’organizzazione è stata totalmente cambiata, grazie proprio a quei 15 giorni in cui si è lavorato sul fronte della prevenzione: “Oggi sappiamo che il virus potrebbe entrare, ma adesso siamo preparati. Sappiamo che medicine utilizzare, sappiamo come proteggere, sappiamo che se qualcuno si dovesse ammalare l’ospedale potrà accoglierlo; i primi giorni forse non sarebbe stato così perché la situazione era davvero terribile”. Come è stato costruito questo scudo protettivo? “Il Maccolini è diventato sei Maccolini: abbiamo istituito dei reparti, diviso l’Istituto in sei zone: un operatore entra in un solo reparto, non in altri, così se dovesse accadere che uno di loro porti il contagio dentro la struttura, resterà circoscritto a quella zona”, spiegano suor Rita e Guaitoli.

Il centro produzione pasti interno è stato fermato e il cibo è da asporto: tutto viene disinfettato, i dispositivi di protezione individuale ci sono: “All’inizio, quando non si trovavano, dei dentisti ce le hanno regalate”, aggiunge suor Rita. Che nella città romagnola è arrivata da quattro mesi, e insiste per dire due parole in più sui riminesi: “Ho trovato tanta accoglienza, tanta voglia di fare, sia nei riminesi che nei ragazzi stranieri che lavorano con noi e che vivono in questa città: sono diventati una cosa sola e ho potuto vedere la loro energia esplodere”.

È evidente che tutta questa nuova organizzazione ha avuto e avrà dei costi enormi: la Congregazione e il direttore amministrativo lo hanno ben presente. Costi su ogni fronte, moltiplicati. Ma ci si penserà, sono certi che si troverà il modo: questo è il tempo dell’azione.

 

 

 

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