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>> viaggio nell'Italia dell'emergenza / 22

Padova, capitale europea del volontariato 2020

Sembra passato un secolo da quel 7 febbraio in cui l’Istituto Spallanzani di Roma, emanando il suo ottavo bollettino, informava del primo italiano ufficialmente contagiato dal Coronavirus dopo essere passato per Wuhan. Era ancora il “virus dei cinesi”, o anche la “fase 0”: si svuotavano i ristoranti e si moltiplicavano gli atti di razzismo nei confronti di chi avesse la sfortuna di avere lineamenti orientali – immigrato, turista, cittadino italiano –; si parlava di un’influenza mentre molti medici di base già segnalavano delle polmoniti che da alcune settimane richiedevano con frequenza il ricovero.

Il 7 febbraio – quando il lockdown di Wuhan ci sembrava una misura abnorme, intollerabile in un Paese democratico – il presidente della Repubblica Mattarella poteva inaugurare serenamente di fronte a migliaia di persone stipate all’interno della fiera “l’anno di Padova capitale del volontariato 2020”. Prima città italiana a ottenere questo riconoscimento, Padova si preparava a celebrare il grande impegno civile, individuale e organizzato, presente in città e provincia – circa 6.500 associazioni che vanno dal Welfare alla protezione ambientale, dallo sport al sociale – con tante iniziative e appuntamenti che avrebbero avuto al centro sette temi: povertà e nuove emarginazioni; salute e benessere; cultura e istruzione; tecnologia e innovazione; ambiente e urbanistica; economia e sviluppo sostenibile; pace e diritti umani. Tutti gli eventi previsti sono stati ovviamente sospesi, e la pandemia ci ha messo di fronte all’urgenza di affrontare radicalmente una crisi che avrà risvolti sociali tanto profondi quanto laceranti.

Padova è stata tra le prime province a imporre le misure di contenimento del virus a causa del focolaio di Vo’ Euganeo. L’impatto in termini di posti di lavoro persi è stato notevole, così come il numero delle ore di sospensione dell’attività lavorativa. Il settore dell’industria turistica e termale è in ginocchio, così come le attività artigianali e commerciali. Parliamo di circa 100 mila lavoratori che hanno avuto una sospensione parziale o totale coperta da un ammortizzatore e altri 90 mila lavoratori del settore privato che non hanno nemmeno tali tutele. Tra questi le colf e le assistenti familiari, e i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo e della cultura, che anche dopo il decreto “Cura Italia” continuano a non aver accesso a tutele adeguale e per i quali la fase due non garantisce una reale prospettiva di ripartenza.

Una rapida discesa verso la povertà che trova riscontro in alcuni dati riportati dall’assessora alle Politiche sociali Marta Nalin, secondo la quale a partire dal 14 marzo sarebbero pervenute al numero di riferimento per le richieste di informazioni e assistenza dei servizi sociali più di 10 mila telefonate, di cui solo il 10% proveniente da soggetti già noti ai servizi stessi. Inoltre, a partire dal 1° aprile – data di inizio della consegna dei buoni spesa – la maggioranza delle richieste è pervenuta da persone con età compresa tra i 29 e i 49 anni, in gran parte prive dei requisiti per l’accesso ai servizi perché, in molti casi, il loro Isee fotografa una situazione economica che ora non c’è più.

Anni di precarizzazione del lavoro, di contenimento salariale ed erosione di un Welfare State già fortemente selettivo hanno causato una maggiore esposizione al rischio di trovarsi sotto la soglia di povertà. Per non parlare di chi lavora nell’economia informale, come i e le sex workers.

Con il lockdown la “capitale europea del volontariato” ha dovuto affrontare velocemente e concretamente numerose emergenze: da garantire beni e servizi primari a chi non ha un reddito sufficiente per far fronte alle spese incomprimibili, a provvedere ai senza fissa dimora, all’assistenza ai disabili psichici, agli anziani soli o alle persone immunodepresse, ad assicurare la continuità educativa a chi non ha accesso ad adeguate dotazioni tecnologiche, a contrastare la violenza di genere, specie in ambito domestico.

A queste urgenze l’associazionismo laico e cattolico che ha promosso e ottenuto il prestigioso riconoscimento internazionale ha risposto piuttosto rapidamente, con senso pratico e intelligenza. Attorno al progetto Per Padova noi ci siamo – sostenuto da Comune di Padova, Centro servizi volontariato provinciale e diocesi – si è attivata una rete tra le realtà associative formali e informali, i servizi Caritas, i servizi pubblici e alcune realtà produttive presenti sul territorio, che ha attirato donne e uomini volenterosi di mettere a disposizione tempo e competenze. I numeri forniti da Nicolò Gennaro, direttore del Csv di Padova, sono sicuramente significativi: 1.571 cittadini coinvolti come volontari attivi, di cui oltre la metà senza precedenti esperienze di volontariato, e ben il 69% al di sotto dei 44 anni. Il progetto di solidarietà si è rivolto a una pluralità di soggetti portatori di bisogni differenti: sono stati somministrati 10.000 pasti e 1.600 colazioni a persone in difficoltà; 54 persone senza fissa dimora sono state accolte a Casa Arcella, struttura con servizi notturni e diurni; 136 famiglie hanno ricevuto un computer; 10.496 individui sono stati raggiunti con spese alimentari e farmaceutiche; 3.500 anziani soli over 74 hanno ricevuto le mascherine per proteggersi dal Covid-19; a 2.150 persone con ridotta mobilità è stata consegnata la spesa a domicilio; infine a 590 nuclei familiari di non residenti, e quindi esclusi dai buoni spesa, sono state consegnate spese solidali.

A questo si deve aggiungere l’intervento svolto dall’associazione Mimosa a sostegno delle e dei sex workers, chiusi in casa spesso in situazioni di povertà estrema, senza la possibilità di lavorare, senza la possibilità di accedere ad alcun strumento di sostegno al reddito, ma con l’affitto da pagare e spesso anche i debiti contratti per arrivare in Italia. Le persone provenienti dall'Est Europa in molti casi hanno fatto ritorno ai Paesi di origine: la quarantina di donne a cui l’associazione consegna spese, fornisce informazioni e che segue nell’accompagnamento sanitario e nella mediazione con i proprietari di casa sono per lo più nigeriane, e in numero minore sudamericane transgender.

Un fatto sicuramente nuovo, non scontato, ma decisamente importante per il contributo che sta dando alle varie attività è la partecipazione al progetto Per Padova noi ci siamo degli attivisti e delle attiviste di Officina Sociale e del Centro sociale Pedro, delle Polisportive Popolari San Precario e Quadrato Meticcio e del sindacato Adl Cobas. Organizzazioni che partono, senza nasconderlo, da un approccio decisamente più politico, dove è esplicita la denuncia delle contraddizioni e delle disuguaglianze strutturali che l’emergenza Coronavirus sta enfatizzando, oltreché la critica a un Welfare State selettivo e inadeguato, ma che convergono con le associazioni di volontariato nella necessità di un intervento solidaristico concreto e immediato, volto a sostenere i soggetti più in difficoltà.

È chiaro che il laboratorio padovano di pratiche solidali su basi volontaristiche sta svolgendo un ruolo sussidiario fondamentale in una fase confusa dal punto di vista sanitario e in cui l’indirizzo delle politiche sociali sembra avere come riferimento un mondo che non c’è più, e non solo per via del Coronavirus. Tuttavia è altrettanto evidente che la sfida di un nuovo Welfare in grado di garantire una vita dignitosa a tutti e tutte richiede, oltre al mutualismo e al volontariato, una radicale riforma delle politiche economiche, industriali e sociali e una decisa battaglia per la riduzione delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

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