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viaggio in Italia / dopo il voto
Il voto nelle Marche: il riflesso di una società che cambia

La tappa marchigiana del “Viaggio in Italia” del “Mulino” aveva ampiamente messo in evidenza i presupposti di quello che si è poi verificato nell’esito del 4 marzo. Il progressivo e accentuato sfilacciamento del tessuto sociale, il venir meno dei solidi riferimenti del passato, la crescita di un malessere diffuso erano elementi ampiamente visibili e documentati dalle indagini svolte nell’ultimo decennio.

Tanto tuonò che piovve? Per la verità, di acqua, nell’Italia di mezzo, ne aveva già fatta parecchia, contribuendo al progressivo scolorimento della vecchia subcultura politica comunista. Lo ricorda in modo puntuale Francesco Ramella nel suo check-up sul "cuore rosso" dell’Italia centrale. Ma anche Mario Caciagli, che ricostruisce nel tempo il lungo "addio alla provincia rossa"

Già alle elezioni politiche del 2013, quest’area aveva assunto un rosa pallido, con il significativo innesto di colori nuovi. In particolare il giallo, visto che le Marche, con il 32%, si presentavano come la seconda regione più “grillina” d’Italia, poco dietro la Sicilia e al pari della Liguria. Mostrando come l’insoddisfazione sociale si traducesse in mobilità elettorale, pronta a premiare le proposte di “rottura”. Anche in questo senso si spiega il 45% ottenuto, solo un anno più tardi, dal “nuovo” Pd di Matteo Renzi.

Si è tuttavia trattato di un sussulto momentaneo, che per una brevissima stagione ha saldato gli elementi della tradizione con la spinta al cambiamento; per poi lasciare spazio a sentimenti di inquietudine ancora più accentuati, che incrociano diversi elementi di crisi: le difficoltà dell’economia e dell’occupazione, i problemi legati alla presenza e all’integrazione dei migranti e alla domanda di sicurezza, cui, in alcune aree, si aggiungono gli effetti del terremoto e le inefficienze delle azioni di intervento.

Tutti questi sentimenti erano stati registrati dall’indagine dell’Atlante sociale sulle Marche, che abbiamo presentato in questa sede, che al contempo segnalava l’indebolimento di quel legame comunitario che faceva di questa regione, insieme ad altre dell’Italia centrale, un contesto esemplare. Solo pochi mesi dopo, una conferma indiretta sarebbe arrivata dai tragici fatti di Macerata. Sebbene sia senza dubbio forzato generalizzare, quanto successo nel capoluogo marchigiano può essere visto come l’epifenomeno di una inquietudine sociale ampiamente documentata. Anche dalle interviste qualitative raccolte proprio in questa città nell’estate 2017 (da Simone-Paolo Ricci per la sua tesi di laurea magistrale in Politica Società Economia Internazionale  presso l’Università di Urbino Carlo Bo):

“Ci sta sempre la questione di questa invasione di immigrati […]. Sicuramente la città è cambiata. Adesso la sera quando esci, ti sembra di essere straniero a casa tua, prima ti fermavi su un bar a parlare di calcio, invece ora trovi sempre persone che non conosci […] io penso anche una ragazza sola si può facilmente trovare in difficoltà, perché non si sa bene come la pensano certe persone, fortunatamente qui da noi casi violenti si contano sulle dita, però potrebbero anche scapparci queste cose, noi non siamo pronti” [M., 55 anni, impiegato pubblico]

Il risultato elettorale del 4 marzo riflette, a sua volta, i segnali suggeriti dal territorio nella fase più recente. Basta mettere l’una vicina all’altra le mappe del 2013 e del 2018 per rendersi conto della portata del mutamento intervenuto. Se alle precedenti elezioni politiche si fosse votato con la Legge Rosato, degli attuali 6 collegi uninominali della regione, per la Camera dei deputati, i 3 collocati più a Nord sarebbero rimasti al centrosinistra, mentre i 3 collegi marchigiani del Sud sarebbero stati conquistati dal M5S.

Nel 2018, al partito di Di Maio è stata sufficiente una crescita di 3,4 punti percentuali, a livello regionale, per affermarsi in ben 5 dei 6 seggi uninominali. Le crescite più significative si osservano ad Ascoli (+5,5) e ad Ancona (+4,8). Ma il caso più clamoroso è sicuramente quello di Pesaro; perché il giallo arriva a colorare la parte più “rossa” della regione: di fatto la vera provincia rossa di una regione plurale. Perché in quel collegio il Partito democratico candidava uno dei ministri più in vista (e più popolare) del governo Gentiloni, Marco Minniti. Perché il candidato pentastellato era Andrea Cecconi: un candidato-fantasma finito nel ciclone del caso-rimborsi, messo “fuori” dal Movimento e totalmente assente dalla campagna elettorale. In questa provincia, peraltro, il malessere affonda le radici nei dati economici, in particolare sul fronte della disoccupazione giovanile, cresciuta negli ultimi tre anni dal 9,5 al 20,3%, contro una media nazionale del 17,7%.

Tuttavia, la dinamica più rilevante segnalata dall’esito elettorale riguarda la crescita del centrodestra e il suo ri-equilibrio interno in favore della Lega. La coalizione sale di quasi 12 punti rispetto alla precedente tornata, raccogliendo nel complesso un terzo dei voti. Forza Italia si ferma sotto il 10%, ma con un calo di quasi otto punti rispetto al 2013. La Lega, per converso, ottiene nelle Marche un risultato perfettamente allineato a quello nazionale: 17,3%. Le dimensioni del successo sono evidenti se si confronta questo dato con lo 0,7% raccolto nel 2013. E non appare, ancora una volta, casuale che il balzo più significativo riguardi proprio la provincia di Macerata, che insieme al vicino collegio umbro di Foligno figura nella lista degli incrementi più significativi per il partito di Salvini su base nazionale. In virtù di questa progressione, Macerata è anche l’unica zona a colorarsi di blu, nella nuova mappa politica regionale.

Il venire meno della subcultura rossa, nelle Marche, appare dunque ancora più marcato di quanto avvenuto nel complesso delle quattro regioni che il Cattaneo, nella sua “classica” tipologia costruita negli anni Sessanta, aveva racchiuso nel medesimo perimetro geopolitico.

Il processo di “normalizzazione” della società regionale, visibile su molti indicatori, si riflette nella “nazionalizzazione” degli esiti elettorali. Il tripolarismo marchigiano non appare, oggi, molto diverso dal tripolarismo italiano. La forza residua del centrosinistra locale, nel confronto con il risultato generale, si è ridotta a soli due punti percentuali (24,3% vs 22,6%), mentre la performance di Leu è addirittura peggiore rispetto al dato nazionale (2,9% vs 3,4%). Colpisce, tuttavia, come M5S e centrodestra raccolgano ormai oltre i due terzi dei voti.

È il risvolto di un cambiamento profondo sintetizzato nelle parole di una intervistata marchigiana, quando le è stato chiesto se avesse una ideologia di riferimento:

“Non più, prima ero una comunista convinta, ma ho perso la fiducia. Ad un certo punto non c’erano più i presupposti. Fino a Bertinotti sono arrivata, poi ho smesso, qualsiasi cosa. Oramai penso che chi arriva in politica non è più una persona pulita” [M., 36 anni, operaia qualificata]

Queste parole fotografano un cambio d’epoca. Quella comunità del passato, con i suoi ancoraggi identitari e i suoi legami tradizionali, oggi non c’è quasi più. Quantomeno, si fa molta fatica a scorgerla.

 

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