Rivista il mulino

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PARTITI
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Dopo l’articolo di Carlo Trigilia / 8
Gianfranco Pasquino, 26 June 2018

Nel 2007 ero da dieci anni iscritto ai Ds, i Democratici di sinistra, l’unico partito di cui ho mai preso la tessera. Quando iniziò la battaglia per portare i Ds all’incontro con la Margherita con l’obiettivo di dare vita a un Partito democratico, “scesi in campo” a sostegno della Mozione 3 che suggeriva di procedere lentamente attraverso una prima fase federativa.

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Dopo l’articolo di Carlo Trigilia / 2
Claudia Mancina, 21 May 2018

La parabola discendente del Partito democratico, che dal 2008 – data del suo esordio – al 2018 ha perso circa sei milioni di voti, è sconvolgente. Proiettarla sullo sfondo della simile vicenda dei partiti socialisti europei non può essere un esercizio consolatorio

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Paolo Pombeni, 25 January 2018

C’è da chiedersi quanto sia una strategia priva di rischi la corsa a delegittimare qualsiasi soluzione di governo si possa ipotizzare nel caso, che si continua a dare quasi per scontato, che dalle urne non esca una maggioranza di governo. Si può ben capire che i partiti considerino rischioso esporsi su un tema scivoloso da due punti di vista.

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Matteo Giglioli, 18 December 2017

Populismo o plutocrazia? Ano 2011 – il cui slogan è Bude líp, «Andrà meglio» – è il partito del magnate Andrej Babiš che lo scorso ottobre si è aggiudicato la vittoria alle elezioni legislative in Repubblica Ceca. Ano significa «sí» in ceco, ma è anche l’acronimo di «Azione dei cittadini insoddisfatti», mentre 2011 si riferisce all’anno di fondazione del movimento civico anticorruzione che fece da precursore al partito. Con circa il 30% dei suffragi e 78 seggi su 200 nella Camera Bassa di Praga, Ano è diventato di gran lunga il primo partito ceco;

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Paolo Pombeni, 13 November 2017

La politica italiana non è più sull’orlo di una crisi di nervi: ormai c’è entrata in pieno. Basti considerare i tormenti relativi alle elezioni siciliane: anziché continuare a domandarsi se si possano considerare l’anteprima di quanto succederà a marzo, limitandosi in questo caso alle profezie su chi vincerà le elezioni, converrebbe fare qualche ragionamento pacato su alcune tendenze di fondo.

Innanzitutto sul fenomeno dell’astensionismo. Ridurlo a una questione sicula è piuttosto improprio, visto che alle regionali emiliane del novembre 2014 votò il 37,1% degli aventi diritto e che alle amministrative del giugno scorso al primo turno in pochissimi casi si andò oltre il 40% (e sorvoliamo sul caso di Ostia). Adesso naturalmente tutti, dai 5 Stelle alla sinistra-sinistra fino alla Lega, si affannano a ripetere che ci penseranno loro a richiamare alle urne il gregge disperso. Nessuno, però, che spieghi come mai ne erano convinti anche prima di domenica 5 novembre, ma poi siano stati smentiti alla prova dei fatti.

In realtà un astensionismo così ampio testimonia il distacco dalla politica di quote importanti anche di cittadini informati, che non credono più al significato di scegliere i rappresentanti: vuoi perché una parte pensa che chiunque vinca non cambierà molto, tanto più o meno tutti sono vincolati a fare quel poco che è possibile; vuoi perché un’altra parte pensa che siano tutti egualmente incapaci e poco raccomandabili.

Quel che vediamo è che i partiti sono pochissimo disposti a farsi carico davvero del sistema-Paese e rimangono inchiodati alle rispettive retoriche consolidate, ormai espresse più in formule rituali da negromanti che in ragionamenti che invitino a entrare dialetticamente nel merito di quel che si propone.

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