Rivista il mulino

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Graduatorie dipartimentali e sviluppo del sistema
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A un articolo pubblicato da questa rivista hanno già risposto altri, lasciando però indiscussi alcuni aspetti su cui ci piacerebbe ritornare. L’intenzione del legislatore è stata chiaramente indicata nel comma 319 della legge di bilancio per il 2017: «Il ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca richiede all'Anvur, sulla base dei risultati ottenuti, all'esito dell'ultima valutazione della qualità della ricerca (Vqr), dai docenti appartenenti a ciascun dipartimento delle università statali: a) la definizione del calcolo di un apposito «Indicatore standardizzato della performance dipartimentale» (Ispd), che tenga conto della posizione dei dipartimenti nella distribuzione nazionale della Vqr, nei rispettivi settori scientifico-disciplinari; b) l'attribuzione a ognuno dei dipartimenti delle università statali del relativo Ispd». Tale indicatore non è un’invenzione né del legislatore né di Anvur, ma è stato proposto dal fisico Giacomo Poggi quando uscirono i risultati della prima Vqr. Un gruppo di lavoro congiunto Crui-Anvur ne sperimentò l’applicazione ai dipartimenti universitari l’anno successivo.

Non si tratta quindi di elaborazioni truffaldine attuate a posteriori da commissari in conflitto d’interessi, ma dell’applicazione di un algoritmo conosciuto e già sperimentato. E proprio allo scopo di assicurare la trasparenza e la controllabilità delle procedure di calcolo adottate, l’Anvur ha recentemente reso disponibili i microdati delle valutazione dei prodotti relativi alla Vqr 2011-2014, debitamente anonimizzati, permettendo a chiunque di poter replicare i propri risultati.

L’indicatore standardizzato è certamente criticabile per molti aspetti, primo fra tutti quello per cui si assume che settori scientifico-disciplinari diversi siano comparabili. L’ipotesi sottostante l’operazione di standardizzazione presuppone, infatti, che la qualità della ricerca sia ugualmente presente in ogni settore, mentre semplice aneddotica suggerisce che nelle diverse aree di ricerca vi sia autoselezione dei ricercatori. Per aggirare questo problema si sarebbe potuto chiedere che venisse preso a riferimento un ambito più ampio di quello nazionale: in questo caso i prodotti di ricerca sarebbero stati valutati in riferimento alla produzione scientifica internazionale, e la standardizzazione che ne sarebbe emersa avrebbe altrettanto goduto di comparabilità tra settori. Questo è però il principio di base sottostante alla valutazione bibliometrica, che non piace a Viesti e oltretutto non è generalizzabile a tutte le discipline. Egli avrebbe potuto criticare l’utilizzo di un indicatore basato sui punteggi della Vqr che non corregge per la presenza di coautori, oppure avrebbe potuto criticare l’adozione di un ugual numero di prodotti per ricercatore in comunità scientifiche molto differenziate per produttività. Se la prende invece con il fatto che l’applicazione della standardizzazione produce risultati a suo dire implausibili: «Questo confronto è stato invece fatto, e ha prodotto disparità non giustificate fra il numero di «eccellenti» nelle diverse aree scientifiche (ad esempio: 35 in economia e 8 nelle scienze politiche), frutto delle scelte discrezionali operate nell’individuazione dell’Ispd».

In realtà non vi è alcuna arbitrarietà in questo risultato, che discende semplicemente dal diverso peso relativo in termini di personale delle diverse aree. Allo scorso 1o gennaio (data del calcolo dell’indicatore standardizzato) erano in servizio 50.817 docenti e ricercatori, di cui 3.983 (7,8%) in area 13 (Economia e statistica) e 1.463 (2,8%) in area 14 (Sociologia e scienze politiche). A meno di distribuzioni atipiche dei punteggi, sommatorie di punteggi standardizzati tendono a distribuzioni normali: non stupisce quindi che quote analoghe si riscontrino nella frequenza dei dipartimenti eccellenti. Su 352 dipartimenti ammessi a presentare domanda di finanziamento, quelli con predominanza di area 13 sono 37 (10,5%) e quelli con predominanza di area 14 sono 8 (2,3%).

Nessun trucco quindi nella costruzione degli indicatori, quanto piuttosto precise scelte di politica universitaria volte a premiare la capacità di ricerca esistente. Invocare altri criteri di priorità politica è legittimo – scrive Viesti:  «senza tenere conto della complessiva produzione scientifica dei dipartimenti, dell’impegno e della qualità della didattica, della loro capacità di interagire fruttuosamente con i propri territori di insediamento (“terza missione”)». Ma questi sono diversi da quelli che il Parlamento ha scelto di perseguire. Bene richiamare l’attenzione sul fatto che un meccanismo basato sulle capacità di ricerca esistenti svantaggia chi parte da performance più deboli e produce allargamento dei divari. Ma la soluzione non può essere snaturare il meccanismo, quanto piuttosto affiancarlo con altri interventi.

Proviamo a immaginare che una eventuale ministra dell’Istruzione decida di correggere il meccanismo distributivo nella direzione auspicata da Viesti. Sarebbe sufficiente introdurre un emendamento che dica che le graduatorie di eccellenza dei dipartimenti devono essere definite per macroaree territoriali: in questo modo Nord, Centro e Sud otterrebbero esattamente la stessa percentuale di dipartimenti finanziati. È questo che si auspica? Viesti è davvero convinto che i suoi colleghi di ateneo sarebbero contenti di gareggiare protetti da un punteggio di disabilità? Non crediamo che questa sia la via d’uscita migliore.

Pensiamo invece che si debba sgombrare il tavolo da pregiudizi e riconoscere apertamente la funzione sociale di promozione dello sviluppo locale delle università, e che questa funzione debba essere finanziata in quanto tale, rendendo il finanziamento pubblico più generoso laddove le condizioni ambientali siano più avverse. Tale finanziamento aggiuntivo sarebbe opportuno fosse dedicato a sanare deficit di sistema identificati ex ante, in una logica condivisa e responsabile di raggiungimento di obiettivi.

Il nostro Paese non può permettersi a lungo il brain drain degli studenti universitari (dal Sud al Nord, e dal Paese verso il resto dell’Europa), se non al rischio di un impoverimento di lungo periodo delle possibilità di crescita. E gli investimenti devono andare nella direzione opposta al movimento degli studenti, lasciando docenti e ricercatori liberi di competere sulla qualità della ricerca che svolgono.