Rivista il mulino

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URBANISTICA
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Dal numero 3/2017
Bruno Simili, 22 June 2017

BS: Partirei da una domanda semplice, almeno in apparenza: a più di quindici anni da un suo libro intitolato «L’arte di curare la città», come stanno le nostre città?

PLC: Faccio una piccola premessa, prima di risponderle. Per capire come stanno le nostre città dovremmo infatti cercare di vedere quali sono le dinamiche economiche di piccolo cabotaggio che oggi ne caratterizzano il cuore storico.

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Edoardo Zanchini, 16 February 2017

La vicenda del nuovo stadio della Roma ha in queste ultime settimane superato l'attenzione della cronaca locale, per diventare un tema di dibattito politico e urbanistico nazionale.

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Dagli oneri di urbanizzazione non arrivano le risorse che dovrebbero: il caso dell’Emilia-Romagna
Paola Bonora, 01 July 2016

La rendita è una patologia letale del sistema economico italiano. Fagocita le risorse e le confina a ruolo passivo a scapito delle attività produttive, come la crisi sta mostrando.

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Bruno Zanardi, 10 June 2016

La parola d’ordine che gira oggi nel mondo dell’architettura è, sempre più, «il Novecento ha salvato i centri storici italiani, adesso bisogna salvare le periferie».

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Bruno Simili, 13 May 2013

Circondati da cifre e percentuali di ogni tipo, che ci raccontano lo stato in cui versa il nostro Paese, non dovremmo avere più bisogno d’altro per afferrarne il degrado e per comprendere la perdurante incapacità del nostro ceto politico di fare fronte comune nel contrastarlo. Complice la crisi economica che va ben al di là dei confini nazionali, sono soprattutto i numeri di questa stessa crisi, e delle sue conseguenze, ad essere messi in primo piano nei tanti rapporti periodici con cui istituti di ricerca italiani ed europei illustrano con impietosa regolarità lo stato dell’arte. Eppure, anche chi per mestiere è costretto a fare lettura regolare di questi veri e propri bollettini di guerra non può comprendere sino in fondo che cosa sia davvero il degrado civile e politico dell’Italia contemporanea, se non visita l’Aquila.

A quattro anni dal terremoto che la devastò nell’aprile 2009, la città appare oggi come la metafora di un declino che, poco alla volta, sta erodendo le basi stesse del vivere in comunità; così come della grave insufficienza che da anni segna la politica nel proporre soluzioni e rimedi di medio e lungo periodo. Al di là dell’emergenza, che molto spesso siamo bravissimi a gestire, ciò che resta è uno stato di abbandono e di insufficienza cronica.

La città è deserta. Ancora pattugliata da camionette dell’esercito, che nulla o quasi possono fare nei confronti degli episodi di sciacallaggio che continuano periodicamente. C’è un silenzio rotto soltanto da qualche demolizione (in verità rare, rispetto allo stato di molte costruzioni di nessun valore e che non sarà più possibile recuperare in alcun modo). I cantieri attivi sono pochi. Molti quelli partiti ma poi fermati per mancanza di fondi. Il teatro comunale, ad esempio, è stato riportato in vita grazie al lavoro dei suoi responsabili istituzionali, che hanno saputo mettere a frutto in maniera diretta e concreta i soldi subito raccolti con la solidarietà degli sms e della televisione. Ma la gara per l’appalto più grande, che dovrebbe finalmente far ripartire i lavori per ripristinarne il corpo principale, è ancora al palo. 

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