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Sardine über alles
rubrica
  • Identità italiana

Ogni elezione, soprattutto se combattuta fino all’ultimo voto, ha bisogno di un po’ di tempo per essere compresa nel suo significato storico e analitico più profondo. E questo vale anche per il recente voto emiliano-romagnolo, presentato come l’Armageddon definitivo della politica italiana. A una settimana di distanza si può ragionare a mente un po’ più fredda sull’esito, provando a individuarne gli aspetti o le lezioni più interessanti. Ne ho individuati quattro e provo a svilupparli in ordine.

1) Sardine über alles. Tra i tanti fattori che possono essere richiamati per spiegare il risultato del voto (cioè: la vittoria di Bonaccini o, se preferite, la sconfitta di Salvini) – tra cui rientrano la strategia molto local del centrosinistra, il “peso” del buongoverno regionale, la personalizzazione straripante del leader della Lega – ce n’è uno che conta più degli altri. O, meglio, che contribuisce a spiegare anche agli altri. Senza troppi giri di parole, queste elezioni sono state vinte dalle “sardine”: un gruppo di giovani bolognesi che, in maniera spontanea e coraggiosa, ha preso Salvini in contropiede, “spiazzandolo” (letteralmente) sul suo campo da gioco preferito, quello del consenso popolare nelle piazze italiane. Il tutto, peraltro, condito da un pizzico di organizzazione social: una beffa per la Bestia del “capitano”.

Le sardine hanno vinto queste elezioni per due ragioni distinte, ma strettamente collegate tra loro. Innanzitutto, hanno impedito che la radicalizzazione polarizzante della campagna del centrodestra a traino sovranista producesse quello che abbiamo osservato praticamente in tutte le ultime consultazioni regionali, cioè una mobilitazione elettorale fortemente asimmetrica che avvantaggia lo schieramento di Salvini e deprime quello di centrosinistra. Le sardine hanno messo un freno a questa spirale, innescando una contromobilitazione di segno uguale e contrario che ha finito per riscaldare una campagna iniziata in “sordina” nell’area del Pd e per convincere molti elettori del centrosinistra che quello emiliano non era un voto qualunque, ma era diventato una questione di principi e di valori. E, dunque, che fosse necessario prendersi la briga di andare alle urne e fare una scelta di campo. Dall’altro lato, la loro azione ha contribuito a polarizzare un confronto netto, senza sfumature, tra centrodestra e centrosinistra. Senza l’azione dei giovani attivisti bolognesi, il voto in Emilia-Romagna sarebbe stato soltanto un referendum personale – l’ennesimo – attorno alla figura di Salvini. Invece, la nascita delle sardine ha mostrato, in maniera assolutamente confusa ma originale, che un altro mondo è possibile, che c’è una differenza tra gli uni e gli altri. È stata questa polarizzazione tra due diversi modi di vivere e interpretare la politica che ha spinto molti elettori delle terze forze, specialmente tra i cinquestelle, a schierarsi (peraltro, come ha mostrato l’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo, scegliendo in massa Bonaccini).

Fin qui, la parte “positiva” della storia: le sardine sono state la novità decisiva della campagna elettorale in Emilia-Romagna. E dunque bravi. Ma è sul loro futuro che incombono inevitabilmente le preoccupazioni. Che ne sarà di loro e del capitale sociale/elettorale che sono riuscite a risvegliare? Qui bisogna intendersi, soprattutto sulla loro natura. Personalmente, non credo siano (ancora) un movimento collettivo. Allo stato attuale, per riprendere una vecchia lezione di Francesco Alberoni, sono più un “fenomeno collettivo di aggregato” che non un “fenomeno collettivo di gruppo”. Insomma, sono più una moda, che rischia di essere passeggera e di non lasciare traccia, soprattutto tra chi ne è stato coinvolto, che un movimento collettivo con un’identità, un senso di comune solidarietà, alcuni obiettivi da perseguire con una qualche forma organizzata di azione collettiva. Se vogliono continuare ad avere un ruolo nella politica italiana, almeno la trasformazione in movimento collettivo devono avere il coraggio e la forza di compierla. Il rischio è quello che vediamo, giorno dopo giorno, in casa del M5S: un’organizzazione che è rimasta testardamente nel limbo, evitando nel suo caso di portare a termine il processo di maturazione (tecnicamente, di istituzionalizzazione) da movimento a partito. Ora che si trovano nel mare aperto della politica, anche per le sardine è venuto il momento delle scelte.

2) L’inganno del “fortino rosso”. Sono comprensibili i giubili di festa per chi ritiene di avere scampato il pericolo supremo, respingendo l’attacco d’inverno scatenato da Salvini verso l’Emilia-Romagna. Ma da qui a pensare, come invece si è letto in questi giorni, che la sinistra ha difeso il suo “fortino rosso” ce ne corre eccome. L’idea stessa di “fortino rosso” appare ormai totalmente fuori dalla realtà. L’Emilia-Romagna si conferma, infatti, una regione altamente contendibile, dove il consenso “per partito preso” non esiste più e ogni voto va conquistato sul campo, comune per comune o quartiere per quartiere. Non facciamoci ingannare dal voto ai candidati, dove il distacco tra Bonaccini e Borgonzoni sfiora gli 8 punti percentuali. Quello è un voto molto idiosincratico, che si muove sulle proposte e sui proponenti del momento, quindi assolutamente e facilmente variabile. Per avere una stima dei reali rapporti di forza tra i due schieramenti in regione, è consigliabile guardare al voto di lista, dove centrosinistra e centrodestra sono divisi soltanto da un paio di punti (2,7). Se a ciò si aggiunge che in questa tornata elettorale il centrodestra è risultato la prima forza politica in due terzi dei comuni (218 su 328), è evidente che la rassicurante descrizione del fortino rosso che resiste “e non si lega” non tiene. Lo scenario politico in Emilia-Romagna è ormai chiaramente bipolare e, spesso, paradossalmente, gli attori decisivi della contesa tra i due poli sono quegli elettori 5 stelle che, più si riducono, più aumentano il loro peso specifico, in grado di decidere da che parte far pendere l’ago della bilancia

3) Una frattura territoriale da ricucire. Forse semplifico eccessivamente, ma in fin dei conti ogni elezione o, più precisamente, ogni mandato elettorale ha una sua missione specifica, prioritaria rispetto a tutte le altre. Dopo le elezioni regionali del 2014, la priorità per la classe politica dell’Emilia-Romagna era quella di ricucire la frattura che si era creata con la stragrande maggioranza dei cittadini, che aveva espresso tutta la sua insoddisfazione facendo toccare il record all’astensione (62,3%). Oggi, è un’altra la frattura che deve essere risanata e non divide più il popolo dalla classe politica, ma scorre lungo i territori emiliano-romagnoli. Il voto del 26 gennaio ci ha consegnato l’immagine di una regione spaccata a metà, divisa in due aree con connotati economici, culturali, demografici profondamente differenti.

Da una parta, c’è l’Emilia urbana, ripartita economicamente e culturalmente vivace, che si snoda tra Parma e Ravenna, e ha il suo centro promotore nella “dotta” Bologna, una città sempre più a suo agio nell’età della globotica, tra concorrenza internazionale, robotica industriale e intelligenza artificiale. Dall’altra parte, c’è l’Emilia appenninica, quella delle aree rurali interne e marginali, dove la Lega ha raccolto, in media, quasi il 48% dei consensi e che si sentono l’ultimo vagone della “locomotiva” Emilia-Romagna. Un vagone che rischia di staccarsi dal convoglio principale, creando diseguaglianze territoriali (e, quindi, economiche e sociali) non più recuperabili. Questa è dunque la vera sfida per i prossimi cinque anni di governo regionale: far sì che quel “gran pezzo dell’Emilia” non si spezzi in due tra territori che “ce l’hanno fatta” e territori left behind (per di più, ironia della storia, left behind by the left).

4) Salvini nella trappola della paura. Ultimo ma non certo per importanza, Matteo Salvini: vero mattatore della campagna elettorale emiliano-romagnola, ma anche grande sconfitto dal voto. Per il leader della Lega, la sconfitta più che elettorale è simbolica. Dopo aver vinto otto elezioni regionali consecutive, assieme agli alleati di centrodestra, in Emilia è andato a sbattere contro un red wall che lui stesso – con la sua campagna radicale e personale – ha contribuito ad innalzare. La sua leadership ne esce ammaccata, ma continua a restare centrale sia nel sistema politico italiano che all’interno del centrodestra, con Giorgia Meloni ancora troppo debole per lanciare la scalata e Berlusconi ormai rassegnato alla deriva del suo partito. Tuttavia, il voto emiliano ha segnalato due limiti anche per una leadership forte e indiscussa come quella del “capitano” del sovranismo italiano. Il primo limite è strutturale: mentre il leader della Lega ha fatto il pieno di voti nelle piccole e medie comunità rurali che si sentono abbandonate dalla politica e dai grandi processi di sviluppo, nelle aree urbane il messaggio sovranista e protezionista fa fatica ad attecchire. Anzi, come ha mostrato il caso emiliano, più il messaggio del leader leghista si fa forte e chiaro, più la reazione “urbana” si rafforza. Il che, ovviamente, rappresenta un handicap per chi si candida a rappresentare l’intero centrodestra italiano.

Il secondo limite è invece retorico: a forza di soffiare sulle paure degli italiani, alcuni italiani hanno iniziato ad avere paura di Salvini – dei suoi toni, dei suoi modi, dei suoi proclami. Da soggetto, è diventato oggetto della paura, spaventando un elettorato moderato (e non solo) che chiede risposte e non un’iniezione ulteriore e quotidiana di terrore. Naturalmente, è ancora troppo presto per capire se Salvini aggiusterà il tiro (la recente formazione del “governo ombra” potrebbe andare in questa direzione) o continuerà imperterrito per la sua strada, ma basterà aspettare le prossime scadenze elettorali per rendersene conto.

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