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«Veli» e presepi imperversano in un’Italia che non sa parlare di religioni
Tutta la laicità che ci manca
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Domenica 15 dicembre, a Roma, durante la grande manifestazione delle “sardine” (100 mila persone, o giù di lì), alcuni giovani si sono alternati sul palco di piazza San Giovanni. Tra questi, una ragazza di origini palestinesi, Nibras Asfa, che ha tenuto il suo breve intervento, leggendo qualche riga dai principi fondamentali della nostra Costituzione, con i capelli coperti da un foulard. A partire da questo episodio, nei giorni seguenti un articolo comparso su “MicroMega” a firma di Paolo Flores D’Arcais ha rimesso in moto la polemica sul fatto che sia lecito, nella nostra Repubblica, indossare quello che genericamente viene chiamato “velo” (lo hijab, il più comune; ma anche lo jilbab, che copre tutto il corpo; e il niqab, che spesso viene confuso con il burqa): «Le sardine non possono enunciare come programma l’attuazione della Costituzione, e poi affidare questo messaggio a una donna che indossi il velo islamico», sembra essere il nocciolo della tesi del direttore di “MicroMega”.

Si tratta, è evidente, di un punto delicatissimo, che da un lato riguarda la presunta limitazione della libertà che toccherebbe le donne (ancora una volta musulmane, le altre sembrano non debbano mai essere contemplate) che indossano un velo (tema che approfondiamo con un articolo di Sara Farris); e, dall’altro, riguarda l’altrettanto presunta anticostituzionalità dello stesso, in uno Stato come il nostro, laico nonostante la menzione del Concordato siglato con la Chiesa cattolica in Costituzione (art. 7), dove la laicità è in origine garanzia delle libertà di culto (artt. 3 e 8), e certo non pretesto per la loro limitazione.

Vi è poi un’altra questione, che qui invece vorremo mettere in luce, che riguarda la feconda strumentalizzazione dei simboli religiosi a fini tutt’altro che religiosi. La cronaca degli ultimi tempi ci fornisce molti esempi in proposito, di cui la polemica sul velo di Nibras è solo il più recente.

L’impressione che si può ricavare da diversi episodi che ci vengono dall’attualità, infatti, è che in mancanza di una laica alfabetizzazione religiosa, le manifestazioni esteriori legate a una appartenenza di fede vengano per lo più lette con lenti ideologiche. Sempre più spesso, in un’Italia da tempo descritta dai sociologi come in via di secolarizzazione (si vedano, ad esempio, i lavori di Franco Garelli), le religioni si trovano invischiate in logiche di appartenenza – etnica, razziale, nazionale, politica – che dividono il mondo in un «noi» versus un «altro da noi». Pensiamo, a pochi giorni dal Natale, al presepe. Chi ne esalta le proprietà taumaturgiche in un mondo senza più bussola valoriale in genere lo erige a baluardo a difesa delle aggressioni che proverrebbero da culture esterne ed estranee, e per questo potenzialmente ostili. Ma cosa ci sia dietro a questa tradizione nata in epoca medievale (una prima rappresentazione di questo tipo si deve a San Francesco, negli anni Venti del Duecento, ma le raffigurazioni pittoriche della natività sono rintracciabili sin dal secondo secolo dopo Cristo) è lasciato nelle nebbie dell’ignoranza, al pari della storia che il Presepe racconta e dei passi evangelici da cui è tratto. Accade così che chi sotto Natale si affanna a difendere le proprie «radici» (sempre di grande interesse il libro che pubblicò, con questo titolo, Radici, Maurizio Bettini) sembra non riconoscere in quelle statuine simboliche riparate nella mangiatoia la vicenda umana dei viandanti che oggi tentano di trovare salvezza nel nostro Occidente, e che certo si presentano diversi alla vista di chi può permettersi di fare il presepe in salotto. In assenza di un’analogia cristiana o più semplicemente empatica e culturale tra il Presepe e i giorni in cui vivo che altro è, l’appello alle radici, se non il tentativo, come ha scritto proprio Bettini, di «confondere la memoria privata con quella collettiva e l’antropologia con la nostalgia: e peggio ancora la storia con la politica»?.

Siamo incastrati in un paradosso. Da un lato la strenua difesa di vaghe tradizioni identitarie, sostanzialmente svuotate del messaggio cristiano e conglobate dal mercato capitalistico – per di più, come si è visto di recente, strumentalizzate senza pudore alcuno all’interno del messaggio politico (il rosario, il richiamo a una quasi cieca fede mariana...); dall’altro l’istintivo astio laicista verso qualsiasi segno che riconduca a un’appartenenza spirituale (peraltro, molto spesso, più desunta che reale). La destra che bacia il rosario e la sinistra che inveisce contro l’incostituzionalità dei foulard, la destra che brandisce simboli che la sinistra demonizza senza conoscenza (salvo poi ritrovarsi insieme contro i fazzoletti), la destra che inventa un passato mai esistito e la sinistra che immagina un futuro alla John Lennon, senza religione perché la religione in sé è un fatto premoderno e dunque superabile, anzi da superare: chi arriva da fuori non ha altra alternativa se non quella di adeguarsi «alla civiltà». Sono questi gli estremi dialettici di un Paese come il nostro, dove la sana e concreta praticabilità delle opzioni mediane – la via di convivenza civile indicata dal dettato costituzionale – fatica financo ad articolare un discorso, perché in questo superficiale strepitio degli opposti non trova disponibile una rappresentanza politica forte e riconoscibile. Siamo un Paese in cui esiste l’ora di religione cattolica, ma in cui è raro che gli insegnanti nominati dai vescovi aprano davvero la Bibbia per raccontare la storia di Gesù Cristo. Nella scuola pubblica di uno stato laico l'ora confessionale non dovrebbe esistere, ma il paradosso è proprio qui: qualora la religione cattolica venisse insegnata davvero, i bambini avrebbero più anticorpi per proteggersi dai presepi politici, costruiti da chi millanta una cattolicità di cartapesta. Come ci suggerisce l’esperienza storica della minoranza valdese – cristiani a lungo perseguitati dalla Chiesa di Roma, e forse per questo tollerati da MicroMega, sebbene la loro esistenza non sia per ragione ma, guarda un po', per fede – siamo un Paese poco laico per le stesse ragioni per cui siamo un Paese poco evangelico.

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