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Se il velo si combatte da sinistra
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Recentemente si sono levate alcune voci su una presunta contraddizione nell'accogliere una donna musulmana velata sul palco delle "sardine" (si veda ad esempio l'articolo Paolo Flores D'Arcais su "MicroMega"). Questo tipo di accuse non fanno che riproporre, su scala italica, le posizioni delle destre così come delle correnti social liberiste francesi. Da quasi vent’anni ormai queste ultime attaccano le comunità musulmane in Francia come nemiche delle donne e della laicità e hanno sostenuto le varie leggi che dal 2004 in poi hanno proibito il velo nelle scuole e il velo integrale nei posti pubblici. Gli argomenti sono i medesimi: il velo non sarebbe altro che un simbolo di oppressione delle donne e un attacco contro i valori repubblicani di separazione tra Stato e religione. Ma vediamoli questi argomenti, per quello che sono: espressione di razzismo anti-Islam e di misoginia millantati da femminismo laico e illuminista.

Per cominciare, l’idea che il velo sia meramente un simbolo di oppressione delle donne è una semplificazione di una realtà ben più complessa. I significati del velo islamico storicamente sono stati diversi e sono dipesi largamente dal contesto geografico e sociale in questione. Per esempio, in Medioriente fino alla metà del XX secolo solo le donne della borghesia ricca portavano il velo, a differenza di contadine e lavoratrici che non coprivano il capo, se non in alcuni casi con un panno. Bisognerebbe anche ricordare che il velo pre-data l’Islam ed è stato portato anche dalle donne cristiane, come succedeva alle donne laiche nelle regioni del meridione italiano fino agli anni Sessanta, o come succede ancora nel caso delle suore cattoliche. Ma al di là dei significati diversi assunti dal velo islamico nei secoli, mentre è chiaro che l’imposizione per legge del velo alle donne – come accade in Paesi come l’Arabia Saudita – rappresenta un simbolo di oppressione proprio in quanto ingiunzione, non è chiaro affatto in che senso si tratti di un simbolo di oppressione in quei Paesi in cui non solo non viene richiesto per legge, ma viene addirittura stigmatizzato, come accade in Occidente.

Sono sempre più numerosi ormai gli studi che dimostrano come il velo, in Europa così come negli Stati Uniti, si sia trasformato in un simbolo di resistenza contro l’islamofobia dilagante, libertà individuale e bisogno di affermare la propria identità altra quando questa viene costantemente derisa. In quindici anni di ricerca sociologica sulle donne migranti e musulmane in vari Paesi europei, non ho mai incontrato una giovane donna musulmana che affermasse di essere stata obbligata a portare il velo. Al contrario, ne ho incontrate tante (studentesse, colleghe, donne che ho intervistato per motivi di ricerca) che mi hanno rivelato di aver scelto di portarlo proprio contro la volontà paterna. Ai padri che suggerivano alle figlie di non indossare il velo per evitare di attirare l’attenzione su di sè e rischiare così di essere discriminate a scuola e al lavoro, queste figlie rispondevano: vogliamo essere libere di praticare la nostra religione senza nasconderci.

In secondo luogo, D’Arcais sostiene che il velo minacci i valori della laicità e paragona il velo al crocifisso affisso sui muri delle aule scolastiche italiane. Entrambi a suo parere – crocifisso e velo islamico – non dovrebbero essere visibili in luoghi pubblici se si vogliono rispettare i principi della laicità. Il paragone tra crocifisso e velo tuttavia non tiene. Quando si autorizza l’affissione del crocifisso in un’aula scolastica, infatti, è lo Stato stesso che contraddice il principio di separazione Stato-Chiesa, adottando e imponendo un simbolo religioso invece di esigere che l’istituzione pubblica resti neutrale. In altre parole, la laicità diventa principio di tutela e garanzia delle libertà individuali solo se le istituzioni dello Stato non si identificano con una religione in particolare. Ma gli individui non sono istituzioni e devono essere liberi di praticare la propria religione. Uno Stato che non consente ai soggetti di esprimere il proprio credo religioso nello spazio pubblico è uno Stato autoritario. Applicando questa idea di laicità, peraltro, le suore cattoliche non potrebbero prendere parola nei luoghi pubblici, né potrebbero farlo preti, o esponenti/praticanti di altre religioni. E portandola alle sue conseguenze estreme, suore, preti o portatori di simboli come il kippah, o il crocifisso, o il turbante dovrebbero essere banditi dai luoghi pubblici tout court.

Ma il più delle volte dietro le posizioni simil-femministe e secolariste contro il velo delle donne musulmane si cela in realtà un disprezzo particolare per l’Islam, espressione di un certo nazionalismo eurocentrico e da scontro di civiltà di huntingtoniana memoria.

In un mio libro da poco tradotto in italiano ho chiamato femonazionalismo la strumentalizzazione dei temi dell’uguaglianza di genere da parte di forze razziste e nazionaliste. Sebbene in quel lavoro mi concentri sulle strumentalizzazioni del femminismo ad opera delle destre, è importante sottolineare come vi sia una versione femonazionalista liberale e di sinistra che è ancora più pericolosa. È più pericolosa perché quando la sinistra in particolare segue la destra sul suo terreno e inizia a usare un lessico e pratiche xenofobe (come quando attacca le comunità musulmane o i migranti), le destre inevitabilmente diventano più forti. L’idea che si debbano fare concessioni sui temi dell’immigrazione e del razzismo per seguire un presunto sentimento popolare non solo è profezia che si autoavvera (laddove la sinistra sacrifica il valore fondamentale dell’antirazzismo e rinuncia così a educare in senso gramsciano il popolo a tale valore
imprescindibile, finendo per alimentare sentimenti razzisti tra la gente), ma è anche fondamentalmente un suicidio elettorale, come dimostrano i successi delle destre xenofobe a livello mondiale.

 

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