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Washington, 27/10/2017
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  • lettere internazionali

Trump e il Partito repubblicano. Da quando Trump è stato eletto presidente, il rapporto con il Partito repubblicano è stato contemporaneamente importante e oscillante. L’«appropriazione ostile del Partito» da parte del «Donald» è consistita nel sorprenderne i dirigenti prima con la vittoria alle primarie a spese di tutti i variegati candidati interni, e poi nello stupirli ancor più con quella alle presidenziali, quando già molti congressisti repubblicani si erano «rassegnati» a cercare una strategia su come operare sotto una presidenza Clinton. Una volta che Trump è diventato presidente, in coincidenza con la supremazia repubblicana nel Parlamento federale, in quelli statali, nei governatorati e persino nella Corte Suprema, dove Trump ha registrato la sua maggiore vittoria facendo eleggere un nuovo giudice che dà all’ala conservatrice la maggioranza nel supremo tribunale costituzionale, allora il Partito si è raccolto, anche se con molte tacite riserve, intorno al nuovo, inatteso leader.

Si è creata così una situazione di interdipendenza e di ambiguità reciproche che è ancora in corso. In campagna elettorale, diversamente da alcuni candidati del passato che si tenevano le mani programmatiche libere, aspettando la vittoria dagli errori della precedente amministrazione, Trump ha invece fatto un sacco di promesse. Non un programma organico, semmai una serie di misure sventolate come bandiere (il muro col Messico, il 3% di crescita economica e il ritorno dei posti di lavoro dall’estero, il negazionismo climatico, la fine dell’Obamacare, la revisione dei trattati internazionali e la riduzione del costo dell’impero, la fine del multiculturalismo e la rivincita del popolare bianco e maschile), che hanno mobilitato masse ed entusiasmi. Secondo un recente sondaggio Nbc/"Wall Street Journal", il 58% dei suoi voti alle presidenziali è dovuto principalmente alla sua figura, mentre il 38% degli elettori lo ha votato per lealtà al Partito. Trump è oggi complessivamente impopolare, ma conserva il controllo di una grossa fetta dell’elettorato repubblicano.

I congressisti del partito in predicato di rielezione nel 2018 o nel 2020 hanno difficoltà a criticarlo, perché temono di rischiare elettoralmente la poltrona. Le due elezioni congressuali suppletive svoltesi recentemente negli Stati meridionali di Georgia e South Carolina, entrambe vinte dai repubblicani, hanno mostrato che il trumpismo elettorale è ancora ben vivo. Si trattava certamente di terre repubblicane, come ormai gran parte del Sud, ma soprattutto nella prima i democratici avevano un candidato forte e una campagna ricca che doveva indicare il cambio di marea. La recente tragicomica controversia con il senatore Robert Corker, secondo cui la Casa Bianca è un asilo-nido per adulti (e un politico non diventa presidente della Commissione Esteri del Senato se non ha i piedi ben piantati nel Partito) è tuttavia condotta non a caso da un parlamentare che ha già annunziato il suo ritiro.

Ma se diversi congressisti repubblicani «dipendono» elettoralmente da Trump, è anche vero il contrario. Le sue bandiere programmatiche rivestono un forte peso simbolico e scarsa flessibilità politica, e se non realizzate rischiano la disillusione dei suoi sostenitori. In ultima analisi, benché la sua amministrazione cerchi di usare tutti i poteri esecutivi e amministrativi disponibili, come nel caso della soppressione dei limiti voluti da Obama alle emissioni da carbone annunciata dall’Environmental Protection Agency, o del recente ordine esecutivo del presidente per erodere l’Obamacare, Trump dipende per realizzare le sue principali proposte dalla delegazione repubblicana in Congresso.

Tuttavia resta il fatto che egli non è un repubblicano se non per esigenza politica: è esterno ai canali della professionalità politica, diversamente da tutti i suoi predecessori dopo Eisenhower. Certamente condivide pezzi importanti dell’eredità reaganiana, centrale nell’attuale Partito: il taglio delle tasse (oggi la nuova legge davanti al Congresso dovrebbe diventare la vittoria principale dell’amministrazione nei suoi primi due anni, dopo la fallita abrogazione dell’Obamacare), l’antistatalismo, o il rafforzamento militare. Ma Trump è egualmente vicino alle posizioni della cosiddetta «alt-right», la destra populista dei Tea Parties, con la sua critica all’establishment washingtoniano di qualunque colore e all’internazionalismo assertivo dei reaganiani. Anche Trump è convinto, come ha spesso detto Steve Bannon, già suo assistente e comunque oggi attivissimo anche fuori della Casa Bianca, che le discutibilissime controversie sui monumenti ai generali sudisti della Guerra civile o a Cristoforo Colombo, in nome delle minoranze razziali e delle popolazioni native, sono una manna per la destra populista che può così lanciare un efficace appello al patriottismo nazionalista della maggioranza bianca maschile di ceto medio-basso e popolare. E lo stesso risutato l’«alt-right» si aspetta dalla reazione alla protesta dei giocatori soprattutto neri di football americano quando alle partite viene suonato l’inno nazionale.

La poca «repubblicanità» del presidente si è tatticamente vista di recente nel caso del cosiddetto "Daca", vale a dire l’abrogazione delle norme di Obama a favore degli immigrati giunti clandestinamente ancora bambini, cui si offriva una via di legalizzazione. Come da promessa elettorale Trump le ha cancellate, ma non vuole passare per un presidente crudele con i «children» o ex-tali. Siccome una larga fetta della destra repubblicana congressuale più radicale sul tema dell’immigrazione non sembrava offrirgli una soluzione che gli permettesse di salvare la faccia, con un’acrobazia tattica il presidente ha raggiunto un accordo con la leadership democratica al Congresso che prevedeva norme di tutela degli ex-fanciulli clandestini in cambio del rafforzamento del controllo di frontiera. Il salto mortale partitico ha fatto uscire dai gangheri 150 membri repubblicani della Camera, che hanno firmato una lettera di protesta: Trump ha fatto marcia indietro, ha chiesto ai democratici di reinserire nell’accordo il finanziamento del famoso muro col Messico cui nella prima versione aveva rinunciato, e tutto è crollato.

La scarsa repubblicanità di Trump gli permette certo di giocare su molti tavoli, ma è anche fonte di grandi debolezze. Sono note le sue tensioni con il capo della delegazione repubblicana al Senato, Mitch McConnell, che accusa di scarsa efficacia e scarsa fedeltà, e con il ministro degli esteri Rex Tillerson (che a sua volta gli ha dato del deficiente), che vede come troppo debole per la politica estera assertiva che Trump persegue. Le continue smentite dei twitter presidenziali alle posizioni appena prese dai suoi ministri sono una fonte continua di irritazione e di immagine caotica del governo.

Trump misura la fedeltà del suo entourage non in relazione al partito repubblicano ma a se stesso (e non è certo il primo presidente a farlo, anzi, la natura stessa della presidenza spinge in questa direzione). In questo momento in cui i media sono pieni del suo scontro con Tillerson ma soprattutto con Corker, i suoi portavoce rispolverano la vocazione anti-establishment del populismo trumpiano e sottolineano che il presidente sarà d’ora in poi intento a misurare severamente chi nell’establishment repubblicano, soprattutto congressuale, favorisce e chi boicotta la realizzazione del suo programma, e denuncerà pubblicamente questi ultimi come politicanti antipatriottici e antipopolari. Le sue critiche ai senatori Jeff Flake e Dean Heller, con incerte rielezioni in Arizona e Nevada, ne sono un esempio.

È una opinione non solo propagandistica, ma denota la necessità per Trump di vittorie programmatiche e legislative per mantenere la lealtà del suo seguito. Salvo il radicalizzarsi di crisi internazionali come quella della Corea del Nord, che potrebbero pericolosamente spostare il fuoco della controversia pubblica, la misura decisiva oggi sembra quella della riduzione fiscale. Ma anche qui il partito appare spaccato. Un forte taglio delle tasse mette d’accordo i repubblicani trumpiani e gli eredi più fedeli del reaganismo. Tuttavia a esso si oppongono l’ala del Partito che predica l’equilibro del bilancio e quanti cercano un’occasione per dare una lezione a questo presidente che continua a non adattarsi alla rassicurante casa politica repubblicana.

 

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