Rivista il mulino

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L’autunno delle migrazioni

Un muro di un chilometro, pagato dalla Gran Bretagna, eretto su terra di Francia, impedirà ai disgraziati ospiti della «giungla» di Calais di abbordare i camion che imboccano il tunnel sotto la Manica. Ecco un bell’esempio di cooperazione europea sul fronte delle migrazioni! L’impotenza dell’Europa di fronte alla questione migratoria – di impotenza politica, si badi bene, si tratta – è desolante. Intorno al continente c’è un semicerchio ribollente di guerre, conflitti e tensioni, dall’Ucraina alla Siria, alla Libia, nutrito dall’instabilità mediorientale e sub-sahariana. C’è un processo inarrestabile di globalizzazione, che porta con sé il moltiplicarsi degli scambi umani. C’è la debolezza demografica dell’Europa – uno dei fattori della debole crescita – che inevitabilmente attrae flussi d’immigrazione. Ma i 28 (o 27?) giuocano col Lego migratorio: un muro qui, un filo spinato là, una barriera (materiale o giuridica che sia) intorno. Aspettando che le acque si calmino da sole.

Alle soglie dell’autunno, il parziale consuntivo proposto dall’Unhcr informa che gli sbarchi di migranti via mare (fino al 26 settembre) sono stati 302.000 (furono poco più di un milione nell’intero 2015), 166.000 in Grecia, 131.000 in Italia e poche migliaia in Spagna.

Per l’Italia si tratta di un numero all’incirca invariato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per la Grecia invece gli sbarchi si sono ridotti di 3/4 in conseguenza dell’accordo con la Turchia concluso a fine marzo. In Grecia, la metà degli arrivi è di provenienza siriana, per 1/4 è afghana, per 1/6 irachena. Negli arrivi in Italia, le provenienze sub-sahariane predominano, e una piccola minoranza è costituita dagli arrivi dalla Siria e altri Paesi mediorientali e del subcontinente indiano. I nigeriani costituiscono 1/5 circa degli arrivi e un altro quinto è costituito da eritrei e somali, mentre tra il 5 e il 7% si situano i migranti provenienti da Senegal, Mali, Sudan, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia.

Il vertice dei 27 Paesi della Ue tenuto a Bratislava (il ventottesimo Paese, la Gran Bretagna, era opportunamente assente) ha prodotto una dichiarazione all’acqua di rose con alcune righe imbarazzanti riguardanti «Migrazioni e frontiere esterne» e i tre «obiettivi» da perseguire. Che sono: 1) «non consentire mai la ripresa dei flussi incontrollati dello scorso anno e ridurre ulteriormente il numero dei migranti irregolari»; 2) «assicurare il pieno controllo delle nostre frontiere esterne e tornare a Schengen»; 3) «ampliare il consenso dell’Ue sulla politica migratoria a lungo termine e applicare i principi di responsabilità e solidarietà».

Certo, non si può dissentire da questi obbiettivi, ma le «misure concrete» che la dichiarazione si propone – per il primo punto, sostenere il patto con la Turchia, rafforzare il confine esterno della Bulgaria e «continuare a sostenere gli altri Stati in prima linea» – anziché concrete appaiono parecchio generiche. Il «tornare a Schengen» del secondo punto suona paradossale: è vero che i 27 stanno pian piano erodendo Schengen, ma non ne siamo ancora «usciti» come sembra dare per acquisito la dichiarazione. Paradossale è anche il terzo punto: non passa giorno senza che emergano nuovi motivi di dissidio tra i 27 e quindi anziché «ampliare il consenso» [sulla politica migratoria] sarebbe già positivo riuscire a «frenare il crescente dissenso». L’unico strumento concreto proposto, e davvero essenziale – la stipulazione di «patti sulla migrazione per la cooperazione e il dialogo con i Paesi terzi volti alla riduzione dei flussi di migrazione illegale e all’aumento dei tassi di rimpatrio» – è per ora lettera quasi morta. Molto si parla di un «migration compact» con i Paesi africani che coniughi aiuto allo sviluppo col governo dei flussi, ma non è dato di vedere né la volontà politica né le risorse per metterlo in atto.

È una storia giornaliera: del muro di Calais, si è detto. Non ci sorprendono più i muri e le barriere ai confini esterni della Ue: dopo quelli «storici» attorno a Ceuta e Melilla in Marocco, o tra Grecia e Turchia, altri se ne costruiscono o si pianificano: Viktor Orban ha annunciato che occorre rafforzare la barriera di 4 metri di altezza lungo il confine con la Serbia, costruendo un’altra barriera parallela; la Bulgaria ha in costruzione una barriera di 146 chilometri alla frontiera con la Turchia; Estonia, Lettonia e Lituania erigeranno una barriera di 400 chilometri con la Russia. Perfino Norvegia e Finlandia vogliono rafforzare alcuni tratti del confine con la Russia. La Polonia guarda con apprensione ai 500 chilometri di confine con l’Ucraina.

Ciò che sconcerta – e offende – è la costruzione di muri all’interno dell’Europa e dello stesso spazio Schengen: tra Slovenia e Croazia, tra Croazia e Ungheria; tra Romania e Ungheria (in alcuni tratti). Sono, questi, colpi pesanti di piccone al pilastro centrale della costruzione europea, che sancisce la libera circolazione all’interno del suo spazio. Meno scandaloso, ma tuttavia preoccupante, è l’uso della sospensione del libero transito – pur contemplata da Schengen ma solo in casi eccezionali – tra Belgio e Francia, tra Austria e Slovenia, tra Germania e Austria.

La questione migratoria è politicamente un tizzone rovente. Paradossalmente lo è anche per gli xenofobi, le cui posizioni oltreché sciagurate, sono spesso grottesche e controproducenti. I leader tengono la guardia alta, in attesa delle elezioni: negli Stati Uniti, in Francia, in Germania.

Il 25 settembre gli svizzeri del Canton Ticino hanno votato, in grande maggioranza, per mettere un freno agli (indispensabili) frontalieri, per lo più cugini lombardi. Il 2 ottobre, la schiacciante maggioranza dei votanti ungheresi ha respinto l’ipotesi di una qualsiasi redistribuzione dei rifugiati operata dalla Ue («Volete che l’Unione europea abbia il potere di decretare l’insediamento coattivo di cittadini non ungheresi in territorio d’Ungheria senza il consenso del Parlamento?»: il 98% ha votato «no»). Per fortuna il referendum non ha raggiunto il quorum del 50% dei votanti, ma il risultato varrà a introdurre una riforma nel senso voluto dal governo con altri strumenti legislativi. È un «no» a ogni condivisione dell’onere dei rifugiati, e un «no» alla solidarietà tra Paesi europei.

Il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) condivide in tutto e per tutto le opinioni di Orban, e si trovano d’accordo con lui, oltre al collega polacco, uomo di destra, anche i due leader socialdemocratici ceco e slovacco. In Gran Bretagna, Theresa May (che da ministro dell’Interno ha promosso una politica restrittiva) si appresta a negoziare con la Ue un’intesa basate su massime dosi di libero mercato e minime dosi di libera circolazione. La Spagna si lecca ancora le ferite di una sconsiderata politica migratoria che ha alimentato la bolla speculativa immobiliare, e si rallegra che i flussi migratori dall’Africa si riversino sull’Italia. Solo la Merkel «giganteggia», nonostante le sconfitte nelle elezioni parziali, e propone accordi con l’Egitto e altri Paesi africani in linea con quello con la Turchia. Accordi sgradevoli per i regimi in carica, ma che potrebbero includere robuste dosi di garanzie per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la cooperazione degli organismi internazionali (l’Unione africana, che conta poco, ma è ancora un rilevante simbolo; le Nazioni unite con le sue agenzie specializzate; la Ue, le maggiori ong).

 

[Questo articolo è stato pubblicato su «Neodemos» il 6 ottobre 2016]

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