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L’università italiana e la banalità del male
rubrica

Qualche anno fa Bettina Stangneth ha pubblicato un libro fortunato dal titolo significativo: La verità del male (tradotto in Italia nel 2017 da Luiss University Press). L’obiettivo del libro è quello di confutare la nota tesi di Hannah Arendt secondo cui Eichmann non fosse altro che un oscuro burocrate desideroso di eseguire gli ordini e di compiacere Hitler nel modo migliore possibile. Stangneth sostiene invece che Eichmann fosse un manipolatore, capace di costruire sia la sua immagine da ideatore della “soluzione finale” durante il nazismo, sia di veicolare un’immagine da mero esecutore di ordini durante il processo a Gerusalemme. Non so chi abbia ragione tra Arendt e Stangneth a proposito di Eichmann. Quello che so è che il successo de La banalità del male non è legato tanto al fatto di offrire un ritratto convincente di Eichmann e un resoconto fedele del processo in cui egli era imputato, quanto al fatto di delineare in modo filosoficamente interessante una certa dinamica di potere in grado di provocare negli individui l’abiura della propria autonomia individuale. Le tesi di Arendt, dunque, si applichino o meno ad Eichmann, mantengono una loro rilevanza di carattere generale. Esse, ad esempio, rappresentano una possibile chiave di lettura di alcuni esiti eventuali della burocratizzazione e dell’“efficientamento” dell’università italiana contemporanea.

Una premessa è d’obbligo. Io sono un moderato. Per ricorrere a una metonimia, non credo che l’Anvur sia l’origine di tutti i mali e neanche però che possa esserne la panacea. La valutazione della qualità della ricerca, della didattica, dei servizi resi agli studenti è cosa buona e giusta. Tuttavia, non si deve esagerare e bisogna avere consapevolezza di tutti i limiti dei sistemi di misurazione. Mi appaiono intollerabili i colleghi che gonfiano il petto per l’eccellenza ricevuta nella Vqr e provo una tenerezza mista a sconforto per quelli che si deprimono per un risultato negativo. A livello macro, la Vqr può offrire interessanti chiavi di lettura sullo stato della ricerca dei diversi settori disciplinari; a livello micro, perlopiù, ci racconta di miserie umane, di ripicche e dispettucci di cui gli accademici sono campioni. Da direttore pro tempore di un dipartimento “eccellente” sono felice del risultato raggiunto e delle risorse ricevute. Sono altresì convinto che assolutizzare questo risultato e chiudere gli occhi di fronte ai limiti del sistema di valutazione sarebbe un errore grave. Ancora, non si può guardare con indifferenza al disequilibrio tra risorse attribuite agli atenei del Nord e del Centro e quelle attribuite agli atenei del Sud. Sarebbe ottuso gloriarsi di far parte di uno dei pochi dipartimenti del Sud premiati, senza preoccuparsi del futuro di questa parte dell’Italia. La “desertificazione” di un territorio è un disastro per tutti, ma in primo luogo per chi in quel territorio ci vive. E si potrebbe continuare con molti altri esempi.

C’è però un rischio di fondo dietro all’attuale sistema di gestione dell’università, ed è un rischio che ha a che fare con la lezione di Arendt. La proceduralizzazione e la burocratizzazione della vita universitaria rischiano di creare individui (cioè, docenti) “ligi ad oltranza”. Il rischio, in altri termini, è quello di confondere i mezzi e i fini: l’accreditamento dei corsi di studio e dei dipartimenti non è il fine verso cui riversare tutti gli sforzi ma un mezzo per migliorare la qualità della ricerca e della didattica, che sono pur sempre le missioni principali di un docente universitario e dell’accademia nel suo complesso. Tuttavia, il tempo passato a compilare moduli e schede e la partecipazione a commissioni di ogni tipo produce una sorta di disciplinamento in senso foucaultiano che rischia di far perdere di vista questa semplice verità.

Permettetemi di raccontare una vicenda spiacevole, in sé trascurabile, che mi ha visto, mio malgrado, protagonista. La commissione paritetica docenti studenti (Cpds), costituita a livello di struttura di raccordo, riceve una segnalazione anonima da parte di uno studente il quale lamenta che “il professore [io, N.d.A.], per spiegare meglio il programma, ha aggiunto alcune ore extra di lezione (…). Ciò ha causato disagi dal momento che non tutti gli studenti possono effettivamente seguire le lezioni, in quanto pendolari o in quanto impegnati con impegni extra-curriculari o di lavoro”. Già dalla segnalazione si evince che le ore extra non si sovrappongono, come è ovviamente giusto che sia, ad altri insegnamenti del medesimo anno. Lo studente anonimo omette che io ho proposto alcune alternative per svolgere le lezioni extra e che loro stessi hanno deciso quando farle. Ma si tratta di un dettaglio. La Cpds, a questo punto, invia la segnalazione al coordinatore del corso di laurea, il quale mi chiede di fare le mie deduzioni. Io resto interdetto, per un attimo penso a uno scherzo – ma, per varie ragioni, escludo subito che questo possa essere il caso – e decido di rinunciare a presentare qualsivoglia deduzione, visto che la stessa segnalazione, a dispetto delle intenzioni del suo autore anonimo, mostra con chiarezza la sua pretestuosità. Il presidente della cpds è chiaramente spazientito per la mia mancanza di collaborazione e mi informa che non può esimersi dal registrare le segnalazioni e che ha già convocato una riunione della Cpds perché “la procedura lo impone”. Passata la rabbia, ho riflettuto sul fatto che questo episodio - una inezia, in sé – insegna qualcosa su un sistema-universitario regolamentato da una serie pressoché inesauribile di protocolli e procedure. Il rischio è di trasformare i protocolli e le procedure in un fine a sé stante da applicare in modo acritico e irriflessivo. Tale atteggiamento ha un nome, “legalismo etico”, e non si tratta di una bella cosa.

Come difendersi da questo rischio? Ovviamente, la soluzione non è quella di tornare al passato, a una università in cui l’autonomia veniva in molti casi scambiata con l’arbitrio. Non credo neanche che la soluzione vada ricercata nell’ennesima riforma, più o meno ampia, che si proponga di tutelare nel modo ottimale le sorti magnifiche e progressive del sistema universitario italiano.

Personalmente, mi accontenterei di un po’ di buon senso. In primo luogo, ciascuna università dovrebbe sforzarsi, nell’esercizio della propria autonomia, di eliminare le commissioni, gli organismi, le procedure e i moduli pletorici e di farsi guidare dal buon vecchio adagio entia non sunt multiplicanda… Non è un caso che la tendenza sia esattamente quella opposta: se i protocolli e le procedure divengono un fine in sé, è evidente che si tenda a moltiplicarli all’infinito. In secondo luogo, i regolamenti e le circolari dovrebbero essere redatti in modo semplice e chiaro. Ciò aiuterebbe sia a comprendere il fine di ogni documento normativo sia a non ingenerare l’idea che l’interpretazione di tali testi spetti a una casta di professori ed amministrativi eletti (Kafka docet). In terzo luogo, tutti i docenti (soprattutto i più bravi nella ricerca e nella didattica) dovrebbe occuparsi, per un periodo circoscritto, della governance del proprio ateneo, senza però farsi fagocitare da questa attività trasformandola nella propria attività principale, se non nell’unica. Non si tratta di un’invettiva generalizzata contro “i professionisti della politica”. Concordo con Weber che la politica sia, o possa essere, una professione. Tuttavia questo è vero per il governo della città e dello Stato, ma non vale per l’università. I professori che, per professione, si occupano prevalentemente di attività gestionale perdono di vista le peculiarità dell’accademia e tendono a gestirla come una qualsiasi impresa. Bisogna sempre ricordare che la vocazione di un professore universitario deve essere principalmente quella di studiare e insegnare e che solo chi studia e insegna è in grado di organizzare in modo efficiente un’istituzione che deve “produrre”, innanzitutto, ricerca e didattica

Un ultimo punto, forse il più importante. Gli studenti, che costituiscono la ragion d’essere dell’università, non devono essere trattati come i clienti di un centro commerciale. Essi non vanno necessariamente blanditi, né le loro richieste necessariamente esaudite. Insegnare, che è poi quello che siamo chiamati a fare, significa anche e soprattutto saper dire dei “no”. Come ci ricorda un celebre libro, sono i “no” che aiutano a crescere. Questo significa fare capire a uno studente che non ha sempre ragione e che, ad esempio, se una sua segnalazione è palesemente pretestuosa, può tranquillamente essere cestinata senza bisogno di seguire la procedura “con grande zelo e cronometrica precisione”.

 

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