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Gli scienziati e le insidie dei media

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  • Culture

Quando gli imitatori ti fanno il verso vuol dire che sei entrato ufficialmente nel media system. È quanto accaduto in questi mesi a tanti virologi ed epidemiologi, con i quali, ormai, abbiamo tutti familiarizzato.

Un effetto collaterale della pandemia, in un anno funesto che ricorderemo per ben altro. Ma da non sottovalutare, perché incide sulla sensibilità dell’opinione pubblica italiana verso la scienza e la ricerca.

È da molto tempo che si registra un vero e proprio crollo della fiducia nelle competenze. Da ben prima dell’uno vale uno dei 5 Stelle. Ma, soprattutto, da ben prima che entrassimo nella società digitale, che sembra appiattire la gerarchia delle fonti, facilitando l’esplosione della post-verità e delle fake news.

La crisi del sapere esperto, invece, dipende da un’evoluzione profonda delle nostre società; dalla radicale trasformazione del modo in cui si costruisce la fiducia. Nelle società gerarchiche si era portati a credere nell’efficacia del sapere istituzionale. La fiducia era intrinseca al ruolo. Se faccio il medico il mio parere non può essere messo in dubbio dai pazienti. È così! Punto. Nelle società contemporanee, invece, la fiducia deve essere giocata ogni volta nel ruolo. Devo guadagnarmela di continuo.

Del resto, è un processo che ogni genitore conosce bene. In passato, l’autorità – soprattutto paterna – si esprimeva attraverso obblighi, censure, divieti che non dovevano essere spiegati. Non si discuteva! Oggi, invece, l’autorevolezza va negoziata. Certamente è ancora possibile imporre prescrizioni o regole – anche severe – ma vanno spiegate. Devo esplicitare le «buone ragioni» per cui voglio o, finanche, pretendo che il mio interlocutore si comporti in una determinata maniera.

Se ampliamo il discorso, osserviamo come nelle società democratiche, fondate sulla centralità dell’opinione pubblica, si registri la stessa evoluzione. Ognuno sa che deve continuamente portare prove alle proprie argomentazioni; perché gli interlocutori hanno facilmente accesso a un repertorio d’informazioni, spesso confuso, parziale, zoppicante, ma comunque più ampio che in passato. Possono confrontarsi con un numero di opinioni e giudizi differenti. Quindi, chiedono continue dimostrazioni prima di fidarsi. Qualsiasi sia la fonte: un giornalista, un politico, uno scienziato.

Se si parla di giornalismo, si può facilmente constatare come le classiche locuzioni di conferma della veridicità di un evento quali – «c’è scritto sul giornale», «l’ha detto la televisione» – ormai siano desuete. Non basta il parere di un sapere esperto a sancire la veridicità di un fatto. Le prospettive e i punti di vista sono sempre tanti e bisogna confrontarli, discuterli, dubitarne. È cresciuta la capacità comparativa. Anzi, quelle stesse locuzioni non di rado sono pronunciate con tono sarcastico; come a voler insinuare che se i giornali ne hanno parlato in un certo modo sarà andata sicuramente diversamente.

Lo stesso atteggiamento lo riserviamo a tutte le competenze. Si pensi al perdurante successo del complottismo. Puntualmente presentatosi anche per il Covid-19, con gli scienziati spesso accusati di servire gli interessi indicibili delle solite multinazionali farmaceutiche!

L’ambiente digitale ha soltanto prodotto un’ulteriore accelerazione a tale processo, perché diventa ancora più agevole l’accesso alle informazioni. La cosiddetta disintermediazione consente potenzialmente a chiunque di leggere, ascoltare o guardare enciclopedie d’informazioni su ogni fenomeno sociale o evento accaduto. Una ricchezza ingestibile che produce due possibili effetti. Riparare nel «già noto», rifugiandosi in quelle bolle informative dove ti viene ripetuto proprio quanto vuoi sentirti dire: le opinioni che condividi, le idee più semplici da comprendere, le spiegazioni più lineari. Ci si espone soltanto a ciò che si approva, per non entrare in crisi, per non essere assaliti continuamente dai dubbi.

Altrimenti, bisogna individuare una bussola efficace per decidere di chi e di che cosa fidarsi. Questa bussola si chiama reputazione: un prerequisito fondamentale della fiducia. Ma, come ben si sa, la reputazione può essere buona o cattiva. La reputazione in Rete è fondamentalmente figlia della condivisione. Avendo spesso poche informazioni dirette sull’emittente, bisogna contare su quanti la apprezzano. Ed eccoci alla fortuna dei like e dei wow; così come delle piattaforme quali Tripadvisor che ci aiutano a scegliere la migliore pizzeria. Ma se dalla pizza passiamo a validazioni molto più complesse quali l’efficacia di un vaccino o di cure mediche, si può ben comprendere come tutto diventi molto più difficile.  

Per questo motivo abbiamo accolto con piacere ed enormi aspettative l’apparizione di virologi ed epidemiologi sui nostri schermi. Un primo sconcerto lo abbiamo registrato davanti alle differenti posizioni da loro subito assunte. Tuttavia, è proprio così che lavora la scienza: esprimendo dubbi, provando e riprovando, fallendo e ripartendo. Era quindi normale che davanti a un nuovo virus si prospettassero tante ipotesi, anche fra loro divergenti. Però poi è successo qualcosa che ci dice dell’insidiosa quanto attraente forza delle logiche mediatiche; che rischia, però, di compromettere la reputazione dei nostri scienziati. La costante presenza ha indotto molti di loro a recitare una parte: il vecchio saggio che lo aveva già detto; lo scettico; il negazionista; quello che non si fida di nessuno; quell’altro che ribadisce come tutto sia sbagliato e da rifare.

Da esperti si sono trasformati in personaggi di quell’enorme commedia che è diventato il discorso sulla pandemia. Un processo che può prendere una china pericolosa. Non si tratta di biasimare la vanità dei protagonisti, quanto piuttosto di temere si comprometta la tardiva quanta lenta affermazione in Italia della divulgazione scientifica.

Saper raccontare come lavora la scienza, attraverso quali percorsi e a cosa serve è molto importante per due motivi. Innanzitutto, perché la scienza è pagata prevalentemente dai cittadini attraverso la fiscalità; soprattutto in un Paese in cui gli investimenti in ricerca e innovazione dei privati sono modestissimi. In secondo luogo, perché esprimere chiaramente i processi logici, le deduzioni che producono determinati risultati scientifici dà valore al lavoro dei ricercatori, favorisce – per l’appunto – la loro buona reputazione. Processi fondamentali affinché scienza e ricerca acquistino il valore sociale che meritano.

È dunque un bene per queste nuove star apprendere rapidamente le logiche dei media; assecondarle per essere chiari e sintetici, ma senza caderci dentro e rischiare di far apparire anche la loro l’ennesima recita di una prestabilita parte in commedia: come un qualsiasi tronista.