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Estremismo americano, la sfida alla democrazia

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In una maratona elettorale apparentemente senza fine, la voce “europea” che risuonava più nervosa per l’andamento (almeno fino a quel momento) dello scrutino era quella, come al solito molto teatrale, dell’antieuropeo per eccellenza, il britannico Nigel Farage: “una sinistra globalista dal 2016, fin dall’elezione di Trump e dalla vittoria di Brexit non accetta il risultato del voto popolare democratico […] se Trump vince l’estrema sinistra inizierà scontri e manifestazioni […] se vince Biden, in maniera nitida [e legale], i repubblicani accetteranno il voto […] questo è il significato di democrazia!”.

La democrazia ovviamente richiede non solo l’elezione dei rappresentanti, ma anche il rispetto degli stessi e degli elettori, oltre all’esistenza di un sistema di bilanciamenti, protezioni e controlli. La comprensione di tale sistema è cosi lontana dal background politico-culturale di Donald Trump, che, poco tempo dopo la dichiarazione di Farage, si è affrettato ad affermare di aver già vinto, che frodi erano (e sono) in corso e che bisogna fermare lo scrutinio delle schede restanti. Questa posizione, proveniente da un politico che potrebbe non accettare una eventuale sconfitta, sta preoccupando i media e molti osservatori. È in atto una sorta di colpo di Stato? È realistico il rischio di scontri? Può il sistema politico statunitense trasformarsi in un autoritarismo sospinto da milioni di voti per un presidente che si autodefinisce un outsider?

In realtà il problema centrale è un altro: è non essersi accorti prima di alcuni tratti criptofascisti e autoritari che erano, invece, ben presenti agli studiosi di questi fenomeni. A legittimare queste tendenze antidemocratiche ha contribuito un fattore culturale come l’idea, presente anche in qualche ambito intellettuale e accademico, che gli Stati Uniti siano un continente culturalmente separato da tutti gli altri e, quindi, con una propria storia e con peculiarità che lo rendono essenzialmente differente e non comparabile. Trump non poteva essere fascista perché il fascismo, non essendo un elemento autoctono, non è mai realmente esistito (o quasi) sul suolo americano.

Questo approccio ricorda il famoso e diffuso mito dell’ “allergia” francese al fascismo: buona parte del mainstream culturale e dell’opinione pubblica in Francia era convinta che le istituzioni della république fossero cosi democratiche che un “virus” italiano non aveva mai attecchito né prima né dopo il 1945 (paradossalmente uno storico americano Robert Paxton contribuì a rivedere questo bizzarro paradigma). Lo stesso sembra avvenire al di là dell’Atlantico. La democrazia liberale americana sarebbe troppo solida e radicata: il fascismo e l’autoritarismo sono “anomali” oltre che episodi esterni alla storia e tradizioni di un grande Paese. Seguendo questa curiosa interpretazione storica, il trumpismo diventerebbe un fenomeno prettamente nazionale e ben distinto dall’estremismo europeo o latinoamericano.

Sebbene un accordo possa esserci sulle caratteristiche transnazionali del populismo e della demagogia trumpiana, il mito dell’eccezionalismo a stelle e strisce ha fallito, almeno in parte, a comprendere i reali rischi per la democrazia. Il presidente non è, infatti, solo il simbolo della sfida del popolo contro le élite o l’emblema di una personalizzazione e mediatizzazione della politica già osservata in altre aree del globo. Trump è la quintessenza della legittimazione dell’estremismo di destra nazionalista, “muscolare” e xenofobo. Il politico “non-politico” paladino del sentimento anti-establishment ha trasformato la sua presidenza in un one-man show di berlusconiana memoria e in un attacco ad alcuni principi fondanti della democrazia occidentale. La sua retorica, amplificata e ingigantita da una propaganda protofascista e fuorviante, ha eroso il politically correct, il principio del rispetto dell’avversario, la sacralità di alcune istituzioni e glorificato l’uso della violenza come pratica di azione politica.

Occorre ricordare che la protezione dei diritti di ogni essere umano è alla base del sistema politico e sociale costruito sulle ceneri di guerre e dittature. Quando i diritti essenziali (come quello al voto) o il rispetto di minoranze etniche o religiose, degli immigrati e rifugiati e della comunità Lgbt sono minacciati, la democrazia, che già di per sé non è un’entità millenaria, è chiaramente in affanno. L’estremismo “in action” si è materializzato non solo con la violenza xenofoba di una parte delle forze dell’ordine, con il razzismo presidenziale verso i mussulmani americani o con i vari attacchi di Trump all’oppositore di turno. Il trumpismo ha legittimato ulteriori pratiche non democratiche di opposizione al “nemico” politico.

Il tentativo sgominato dall’Fbi di rapire la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, deve farci riflettere. Una milizia di cittadini armati aveva, infatti, deciso di dare un segnale alla società attaccando lo Stato “tiranno” e iniziando una sorta di guerra civile. La democratica Whittier, che era stata uno dei target preferiti del presidente repubblicano, ha immediatamente suggerito come Trump stesse incentivando un “terrorismo domestico”.

Il Michigan non è neanche un caso isolato. Un’organizzazione come Armed conflict location and event data project (Acled) ha recentemente monitorato l’attività di un’ottantina di milizie, la maggior parte basate nelle zone rurali e suburbane e ideologicamente posizionate a destra, inclusi i Boogaloo bois, i Three percenters, la Civilian defense force e i Proud boys. Oltre alla percezione di un colpo di Stato della sinistra, un’avversione verso il lockdown e un attivismo violento, vari gruppi si erano detti pronti a imbracciare le armi per  difendere Trump, un presidente che si è ben visto dal condannare la loro violenza e quella dei seguaci del nazionalismo bianco. La rivista “The Atlantic” ha, inoltre, mostrato come alcune milizie siano riuscite a inserire nei propri ranghi membri delle forze dell’ordine e dell’esercito, oltre che molti veterani. Quest’opera di proselitismo ha preoccupato le agenzie federali e parte della società civile. L’ultimo report che Acled ha preparato con l’associazione MilitiaWatch afferma invece come le elezioni possano contribuire a un’escalation di violenza e conflitto in un vasto numero di Stati e soprattutto in Georgia, Michigan, Pennsylvania, Oregon e Wisconsin.

Questo conferma la sopravvivenza di trend e correnti politiche e sociali che, a prescindere da Trump, supportano culture antidemocratiche, violente e autoritarie. Il trumpismo e le milizie rappresentano pertanto una riformulazione e attualizzazione di quelle tradizioni xenofobiche, demagogiche e nazionaliste storicamente esistenti all’interno delle comunità nordamericane, ma, al tempo stesso, sono anche parte della storia transnazionale e globale dei fascismi e dell’estremismo di destra. In un articolo pubblicato il 30 ottobre (e tradotto in italiano) Jason Stanley, Federico Finchelstein e Pablo Piccato giustamente suggeriscono che bisogna “riconoscere che non votare contro Trump alle elezioni di quest’anno è di per sé una forma di collaborazione ad un attacco alla democrazia già in corso. L’America oggi è minacciata non solo dall’autoritarismo ma anche dal fascismo, che opera come un culto esplicitamente antidemocratico incentrato su un leader che promette la restaurazione nazionale di fronte alle mortificazioni presumibilmente causate da minoranze, liberali e marxisti. Poiché il fascismo glorifica la violenza e la militarizzazione della politica, dovremmo preoccuparci del fatto che Trump si sia rifiutato di impegnarsi per un trasferimento pacifico del potere”.

Questo dovrebbe far preoccupare un Paese a forte polarizzazione politica, con consistenti tensioni sociali e in cui un numero crescente di cittadini sembra non tener conto del rispetto dei principi della democrazia quando si vota un candidato politico. A prescindere dalla vittoria o sconfitta di Trump, la vera sfida sarà il ritorno e il consolidamento di pratiche democratiche solide e durature, lontane da quelle derive autoritarie e nazionaliste che hanno fatto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna euroscettica e xenofobica di Farage esempi di estremismo globale.