Rivista il mulino

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Varsavia, 02/11/2020

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L’aborto in Polonia: storia di un diritto negato. Sono nata nel 1984 a Varsavia. In Polonia c’era ancora il regime comunista, c’era grigiore, gli scaffali dei negozi erano vuoti e fare un viaggio in Europa occidentale era quasi impossibile. All’epoca però vigeva una delle normative sull’aborto più progressiste del Vecchio continente. La legge, risalente al 1956, consentiva l’interruzione di gravidanza non solo per ragioni mediche e quando era la conseguenza di un reato contro la persona, ma anche nel caso di condizioni sociali difficili della donna. Scopo dichiarato della legge era prevenire “gli effetti negativi dell’interruzione di gravidanza in condizioni inappropriate o da parte di persone che non sono medici”. Pertanto, mentre negli anni Sessanta e Settanta le donne in Francia, Germania e Italia lottavano per i loro diritti, in Polonia si poteva praticare l’aborto legale e, quel ch’è più importante, in sicurezza. Conosco molte donne che all’epoca hanno utilizzato la legge e che, sebbene oggi non lo confessino apertamente, sanno di potersi sentire in un certo senso privilegiate. Per quanto ovviamente si possa chiamare “privilegio” il diritto fondamentale della donna a decidere del proprio corpo. A noi, figlie e nipoti di quelle donne, tale diritto è stato tolto. Scrivo dunque questo articolo affinché possiate comprendere cosa è accaduto negli ultimi anni e cosa ha fatto sì che migliaia di polacche oggi scendessero in piazza.

Nel 1989 il comunismo è crollato e sembrava che la condizione delle donne nel Paese potesse solo migliorare, tanto più dopo aver lottato spalla a spalla con gli uomini per la libertà e la democrazia, aver protestato contro il regime ed essere state parte di Solidarność. Tuttavia si trattava solo di apparenze. A partire dal 1989 deputati conservatori in collaborazione con l’episcopato polacco hanno tentato di criminalizzare l’aborto, depositando in parlamento progetti di legge con l’obiettivo di “tutelare la vita del concepito”. La criminalizzazione non è stata però immediata, bensì graduale. Dapprima sono stati introdotti piccoli cambiamenti che hanno reso più difficile una procedura ancora legale. È stata aggiunta una consultazione psicologica, l’obbligo di informare la donna delle conseguenze negative dell’aborto e l’obiezione di coscienza per i medici, che da quel momento hanno avuto il diritto di negare l’interruzione di gravidanza. Nel 1991 l’ordine professionale dei medici polacchi ha approvato un nuovo codice etico che ha proibito ai medici di praticare l’aborto a meno che la gravidanza non fosse l’esito di un reato contro la persona o mettesse in pericolo la vita o la salute della madre. All’epoca ha destato perplessità il fatto che il codice fosse più restrittivo della legge vigente. Tuttavia, i dubbi dell’ombudsman polacco si sono esauriti e si è iniziato a negare l’aborto alle donne.

Quelli erano anche anni di propaganda antiabortista, condotta, com’è ovvio, innanzitutto dalla Chiesa cattolica. A scuola nelle ore di religione veniva mostrato per esempio un film dal titolo Il grido silenzioso, girato negli anni Ottanta negli Stati Uniti, che includeva non solo un contenuto falsificato, ma anche immagini inadatte a spettatori minorenni. Inoltre è mutata la stessa lingua giuridica e di conseguenza quella del dibattito pubblico. “Feto” è diventato “bambino concepito”, “interruzione di gravidanza” è diventato “causazione della morte del bambino concepito” e la “donna incinta” presente nei codici penali precedenti, ha lasciato il posto a “madre”.

Le innovazioni legislative e l’intenzione di cambiare la legge sull’aborto naturalmente non sono avvenute senza una reazione della società e in particolare degli ambienti femministi. L’inizio degli anni Novanta è stato segnato da proteste grandi e piccole e da iniziative civiche per un referendum nazionale. Nel 1992 una proposta referendaria in tema di aborto ha raccolto 1,7 milioni di firme, ma l’allora presidente Lech Wałęsa non ha acconsentito al suo svolgimento. È stato un chiaro esempio di mancata considerazione della voce del popolo nel dibattito sui diritti delle donne in Polonia. Purtroppo questa situazione si sarebbe ripetuta ancora molte volte. Il 7 gennaio 1993 il parlamento polacco ha approvato la c.d. “legge sulla pianificazione familiare, la tutela del feto umano e le condizioni di ammissibilità dell’interruzione di gravidanza”, che ha reso l’aborto illegale in Polonia. Tre anni più tardi un nuovo parlamento, a maggioranza socialdemocratica, ha riformato la legge, senza però abolirla. Gli emendamenti alla legge hanno permesso l’interruzione di gravidanza nel caso di pericolo per la vita della donna, di difetti congeniti letali del feto, di gravidanza quale risultato di un reato, di condizioni difficili e situazione di vita della donna (quest’ultima premessa è stata rimossa da una sentenza della Corte costituzionale). Questa legge è nota in Polonia come il c.d. “compromesso sull’aborto” sebbene, come si può giustamente notare, non sia stato un vero compromesso perché non ha preso in considerazione la voce delle donne polacche.

Quando in Polonia è stato concluso il compromesso sull’aborto avevo nove anni. Non ricordo molto del periodo antecedente l’approvazione della legge. Ricordo però quello che è avvenuto dopo, quando ero adolescente. Ricordo, ad esempio, che non avevamo alcun tipo di educazione sessuale. Nessuno introduceva noi, giovani donne, alla nostra sessualità, né ci informava dei diritti riproduttivi vigenti. Nella maggior parte delle case questo tema non esisteva o era opportunamente poco approfondito e alle conversazioni sul sesso si accompagnava quasi sempre la vergogna. Ci formavamo quindi tramite le riviste per i giovani che in quegli anni pubblicavano rubriche riguardanti la salute sessuale. Perché ne scrivo? Perché ad oggi in Polonia, più di 20 anni dopo, manca un programma di educazione sessuale soddisfacente, avanzato ed elaborato da esperti (non da politici o sacerdoti).

La pressione graduale degli ambienti conservatori più estremisti sulla questione dei diritti riproduttivi, combinata con l’obiezione di coscienza sempre più sfruttata dai medici, ha causato l’inizio di proteste da parte delle donne polacche. In reazione a una proposta di legge di iniziativa popolare che mirava a inasprire la normativa sull’interruzione di gravidanza, nel 2016 ha preso piede un grande movimento civile dal nome “Protesta nera”. Ricordo che nell’ottobre di quell’anno ero assieme a 30 mila donne per le vie di Varsavia. Pioveva e portavamo ombrelli che sono diventati il simbolo della nostra resistenza. Alla fine il parlamento ha respinto la proposta di legge, ma questo non significava che i conservatori avessero rinunciato ai loro piani per rendere più severa la legge, al contrario. Nell’autunno del 2017 un gruppo di deputati ha presentato al Tribunale costituzionale una questione per riconoscere le premesse relative ai difetti congeniti come incompatibili con la costituzione e di conseguenza rendere illegale l’interruzione di gravidanza a essi ascrivibile.

Qualche giorno fa, il 22 ottobre, il Tribunale costituzionale, che rende conto al partito di governo Diritto e giustizia, presieduto da Julia Przyłębska, ha reputato come incostituzionale l’ammissibilità dell’interruzione di gravidanza nel caso in cui “diagnosi prenatali o altre circostanze mediche indichino un’alta probabilità di una grave e irreversibile malformazione del feto o di una malattia incurabile che mette in pericolo la sua vita”. In Polonia, un Paese in cui il 98% degli aborti viene praticato sulla base di tale premessa, questo significa un quasi totale divieto di aborto, la sofferenza di migliaia di donne e delle loro famiglie e un’istigazione agli aborti clandestini. Il dramma dell’intera situazione è aggravato dal fatto che la decisione su uno dei diritti più importanti per le donne polacche cade nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, che il governo non è palesemente in grado di gestire. Forse qualcuno pensava che la pandemia avrebbe fermato le proteste? Non lo so. In ogni caso non lo ha fatto.

Mentre scrivo questo articolo proseguono in tutta la Polonia manifestazioni a cui non partecipano soltanto donne a cui un governo iper conservatore sta gradualmente togliendo ulteriori diritti. Accanto a loro ci sono intere famiglie, rappresentanti di diverse professioni, la comunità Lgbt+ (che il governo polacco continua a chiamare “un’ideologia”), liceali, anziani che ricordano ancora la guerra. Siamo tutte costrette, nonostante la pandemia, a uscire per strada perché queste proteste rappresentano una battaglia la cui posta in gioco non sono più solamente i diritti delle donne, bensì la democrazia e la libertà.