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Il ritrovamento dei bronzi di Riace
16 agosto 1972
rubrica

Se il corpus di ogni mitologia è dato dall'insieme di narrazioni, drammatizzazioni e rappresentazioni che mettono a fuoco le vicende di personaggi al confine tra sfera naturale e divina, per una moderna mitologia, forse nessuna vicenda è più emblematica di quella dei bronzi di Riace.

A cominciare dalle circostanze del ritrovamento che si manifesta, nella congiuntura più favorevole alla nascita di una leggenda, con l’accadere in contemporanea di due prodigii: da un lato, la pesca, sempre imponderabile, dall’altro, la scoperta archeologica, meravigliosa per antonomasia, soprattuto se riaffiora da un naufragio e si offre, come un’apparizione, allo sguardo senza riserve di testimoni inconsapevoli.

È proprio la forza di quello sguardo estraneo e involontario e delle sue narrazioni che avvia il racconto dei bronzi di Riace e ne determina la portata mitica, tutta giocata al di fuori, e a volte contro, la disciplina archeologica accreditata.

Secondo una versione ufficiale dai risvolti mai completamente chiariti, il 16 agosto 1972, sul litorale della Calabria ionica, in località Porto Forticchio di Riace Marina, durante una battuta di pesca subacquea, Stefano Mariottini, chimico di professione, “dichiara di aver trovato alla distanza di circa trecento metri dal litorale ed alla profondità di dieci metri circa, un gruppo di statue, presumibilmente di bronzo”.

Nella denuncia ufficiale, depositata il 17 agosto 1972 presso la Soprintendenza alle antichità della Calabria, Mariottini riferisce di due figure maschili nude, l'una adagiata sul dorso, con viso ricoperto di barba fluente, l'altra coricata su un fianco, con una gamba ripiegata e uno scudo sul braccio sinistro. Solo cinque giorni più tardi, il 21 e il 22 agosto, i carabinieri e i sommozzatori della Soprintendenza provvedono al recupero delle statue sotto gli occhi di una folla di curiosi assiepati sulla riva, dando vita al primo degli spettacolari riti collettivi che contraddistinguono la vicenda della coppia di statue, da quel momento conosciute come i bronzi di Riace.

La serie di foto e i brevi filmati che ne descrivono il sollevamento subacqueo tramite palloni, l’arrivo sulla spiaggia e la partenza sul camioncino dei carabinieri contengono quanto basta per dare il via alla narrazione mitica. Accolte sulla sabbia da un coro di curiosi vocianti in maglietta e costume da bagno, le due statue vengono adagiate su lettucci improvvisati di legno e gommapiuma. Con una involontaria forza epica, la scena si misura con l’immaginario di un rito funebre, un autentico compianto sul corpo di eroi imponenti e sconosciuti.

Nessuno degli astanti può misurare l’entità della scoperta, ma, inconsapevolmente, vi riconosce tutta la forza di un fatto prodigioso e, suo modo, gli rende omaggio. Lacunosa e tiepida, al contrario, è la reazione degli archeologi che, dopo generiche dichiarazioni, rimanda ogni valutazione al restauro.

Dalle spiagge di Riace i bronzi spariscono, per più di otto anni, in una sorta di limbo funzionale presso i laboratori di restauro di Reggio e poi di Firenze. Anche il fondale torna al silenzio; dopo il ritrovamento gli archeologi non ritengono utile né opportuno esplorarne l’area, lamentando poi, al momento di farlo, otto anni più tardi, i deludenti risultati.

Dal centro di restauro della Soprintendenza archeologica di Firenze le statue riemergono, una seconda volta, dopo una straordinaria metamorfosi che sembra completarsi in diretta sull’onda di una forza inaspettata. Nella primavera del 1980, infatti, sono pronte per tornare in Calabria; la destinazione è la sala del museo di Reggio dedicata ai ritrovamenti subacquei; un ambiente non certo di rappresentanza ricavato nell’interrato del museo, da dotare dei dispositivi necessari alla conservazione assai problematica dei due bronzi. In autunno i lavori di adeguamento non sono ancora finiti, si decide, quindi, di esporre temporaneamente le sculture per illustrare le fasi del restauro.

Con un allestimento a dir poco modesto, a testimonianza di una decisione presa in fretta e di risulta, il 15 dicembre 1980 il salone del Nicchio del Museo archeologico di Firenze si apre per la prima esposizione dell’eccezionale scoperta; la chiusura è prevista per l’11 gennaio. Senza il conforto di azioni pubblicitarie e con un titolo per addetti ai lavori poco accattivante: I grandi bronzi di Riace: un restauro archeologico, l’affluenza comincia in sordina. Ma è la narrazione dal basso a espandersi, aggettivi spericolati accompagnano descrizioni personali di ammirazione e turbamento, capaci di tessere l’ordito mitico; il passaparola alimenta l’immaginario e accredita l’evento. Lunghe code di visitatori si formano sotto gli alti muri del Museo, solitamente negletti e silenziosi, serpeggiano davanti all’ingresso, si stringono tra le transenne di contenimento necessarie ad un certo punto per ristabilire l’ordine. Chiamata ad assistere ad una seconda epifania, la folla accorre, si accalca, si mette in coda, attende sempre più numerosa; ancora una volta è il suo sguardo a decretare il prodigio, che spiazza gli addetti ai lavori, incapaci di decifrare la portata di ciò che accade. La mostra viene prorogata a furor di popolo fino al 24 giugno, ma, su espressa richiesta del Presidente Sandro Pertini, prima di tornare a Reggio, i bronzi si fermano a Roma; una breve sosta al Palazzo del Quirinale fino al 12 luglio, per una affluenza record di trecentomila visitatori in soli dodici giorni.Come sulla spiaggia, anche in questo caso le immagini fotografiche sono illuminanti per cogliere il significato dell’avvenimento. Se la folla seminuda della spiaggia volgeva lo sguardo verso il basso in una sorta di pietas involontaria, a Firenze e a Roma lo solleva verso l’alto, soggiogata dalla maestosa autorità di tanta inquietante perfezione. Sotto gli occhi attoniti del mondo accademico, l’opinione pubblica si appropria dei bronzi di Riace, che entrano nell’immaginario popolare offrendosi, come ogni mito, alle più libere interpretazioni, senza escludere versioni kitsch e derive pornografiche.

Secondo Salvatore Settis il delirio collettivo che, a partire dagli anni Ottanta, decreta la fama dei bronzi di Riace, ha una faccia per nulla esaltante: il “fallimento” degli archeologi, di coloro che avrebbero potuto e dovuto entrare in consonanza con le reazioni del pubblico. Le ragioni sono attribuibili alla distinzione ideologica che a partire dagli anni Settanta si apre nel campo dell’archeologia classica, tra attività sul terreno e studi storico-artistici. L’affermarsi della cultura materiale porta a una separazione tra archeologi "scavatori" e archeologi "storici dell’arte", al punto che l’analisi formale di un’opera è guardata con diffidenza, sospettata di non proporre dati misurabili, di lasciar troppo spazio alla soggettività, di condurre a posizioni estetizzanti. Ma se possiamo e vogliamo considerare, oggi, l’archeologia non tanto come accumulo di fatti certi, quanto perpetua performance rappresentativa fatta di ipotesi e approssimazioni, possiamo anche comprendere e interpretare la misura di codici di appagamento diversi da quelli squisitamente disciplinari.Sotto questo aspetto i bronzi di Riace riservano ancora inaspettate occasioni di riflessione; perturbante è, a dir poco, la più recente. Nell’estate del 2015, la mostra “Serial Classic” curata da Anna Anguissola e Salvatore Settis per la Fondazione Prada di Milano, espone la replica del bronzo Riace A, secondo la ricostruzione degli archeologici tedeschi Vinzenz e Ulrike Brinkmann. Rifusa in bronzo, integrata degli elementi mancanti (elmo, scudo e lancia), la statua si offre al pubblico in una inusuale e morbosa prossimità: su un basso piedistallo ostenta un corpo sfrontatamente nudo dal sorprendente colorito dorato, su cui spicca la brillante lucentezza di occhi, labbra, denti e capezzoli. Una vivacità disturbante, tutta da elaborare, però, se vogliamo aggiornare convenzioni e pregiudizi sull’estetica classica, che non era né livida come i bronzi dei nostri musei, né esangue come i levigati marmi tanto amati da Winckelmann.

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