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La crisi dell’Ue a quarant’anni dal “Coccodrillo”

All’inizio del 1980, le Comunità in Europa erano in crisi per molte ragioni. Tanto a causa di una crisi istituzionale fra il Parlamento europeo e il Consiglio sulla dimensione e sulla qualità del bilancio europeo, quanto per una crisi di tipo economico e politico. La prima colpiva la competitività e la crescita dei Paesi membri della Comunità europea in un mondo ormai globalizzato, mentre la crisi politica si manifestava nelle relazioni fra l’Est e l’Ovest.

Il sistema europeo appariva inadeguato per uscire da tutte e tre queste impasse, ma nessun governo né la Commissione, a quel tempo guidata dall’inconsistente lussemburghese Gaston Thorn, avevano mostrato di essere consapevoli di tale inadeguatezza e, anzi, avevano risposto con disprezzo alla richiesta del Parlamento europeo di dare capacità fiscale allo Sme (l’antesignano dell’Uem), confermando un bilancio europeo asfittico e riconoscendo la legittimità del ricatto britannico di Margaret Thatcher (“I want my money back”).

Il Parlamento europeo era stato scelto direttamente dai cittadini per la prima volta nel giugno 1979, ben ventuno anni dopo l’entrata in vigore dei Trattati di Roma, introducendo così un embrione di democrazia rappresentativa. Tuttavia la grande maggioranza dei deputati eletti non pensava che l’assemblea dovesse rivendicare poteri legislativi o che dovesse addirittura assumere un ruolo costituente, e cioè andare al di là dei limitati compiti che i trattati le attribuivano (la censura alla Commissione, il rigetto del bilancio, i pareri non vincolanti al Consiglio), con la sola eccezione di Willy Brandt, che aveva definito il Parlamento eletto una “assemblea costituente permanente” e, naturalmente, di Altiero Spinelli.

I deputati europei ritenevano invece che molte fossero ancora le potenzialità dei trattati che avrebbero potuto essere sfruttate dalle istituzioni europee. Lo scontro del dicembre 1979 fra il Parlamento e il Consiglio sul bilancio dell’anno seguente, conclusosi nel maggio 1980 con la vittoria del Consiglio presieduto dal ministro degli Esteri italiano Emilio Colombo, rese invece evidente l’inconsistenza del ruolo di un’assemblea prigioniera di funzioni quasi esclusivamente consultive.

Il passaggio dall’evidenza a un atto di volontà politico-parlamentare non era scontato, come fu dimostrato nel giugno 1980 dal dibattito in aula sull’accordo del Consiglio in materia di bilancio e dal mandato del Consiglio europeo alla Commissione “senza porre in questione né la responsabilità finanziaria delle politiche europee né i principi fondamentali della Pac […] per evitare che situazioni inaccettabili si manifestino” per uno qualunque dei Paesi membri (cioè per il Regno Unito).

Questo passaggio non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato, fra i deputati europei, Altiero Spinelli, eletto come indipendente nelle liste del Pci con un suo programma coerente con le scelte che egli aveva inutilmente tentato di far adottare come commissario dalla Commissione europea nel quadro del dibattito suscitato cinque anni prima dal Rapporto Tindemans.

Così Spinelli aveva descritto il 21 giugno 1980 la situazione europea:

“l’esistenza dei problemi comuni è ammessa; la necessità di apportarvi delle risposte comuni è riconosciuta; la capacità di formulare queste risposte in una entità politica europea e un’entità amministrativa europea esiste, ma la procedura rende difficile se non impossibile l’elaborazione della concezione europea e la formazione del consenso europeo mentre tale procedura esalta le preparazioni nazionali e favorisce la formazione di consensi interni sui problemi”.

In quel discorso egli indicò il contenuto essenziale di un progetto, di un metodo e di una agenda per cambiare le Comunità europee, basato su tre punti fondamentali: la redazione di un breve trattato di natura costituzionale, globale e coerente con l’obiettivo di sostituire integralmente i trattati esistenti; il ruolo costituente del Parlamento europeo; un calendario che consentisse all’assemblea di sottoporre il progetto direttamente a tutti i Parlamenti nazionali, senza passare attraverso la procedura paralizzante del negoziato diplomatico, in modo da trasformare le elezioni europee del giugno 1984 in un referendum pan-europeo confermativo.

Il discorso di Spinelli non suscitò grande interesse perché la maggioranza di popolari, socialisti e liberali erano piuttosto preoccupati dal rischio di mettere in discussione il difficile accordo raggiunto fra i governi dove – con maggioranze variabili – erano presenti tutte e tre le famiglie politiche nel Parlamento. Per questo Spinelli si vide costretto a trasformare il suo discorso in una lettera che fu poi inviata il 25 giugno a tutti i deputati europei.

Fu proprio con quel testo che si avviò l’azione costituente che, passando attraverso il Club del Coccodrillo, avrebbe portato il Parlamento europeo ad approvare a larga maggioranza il 14 febbraio 1984 il “progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea”, che avrebbe influito sulla storia dell’integrazione europea al contrario dell’inutile e inconsistente “Dichiarazione solenne di Stoccarda” del 1983.

Il Club del Coccodrillo nacque la sera del 9 luglio 1980 in una sala riservata del Ristorante “Le Crocodile” al numero 10 di Rue de l’Outre à Strasburgo. Oltre ad Altiero Spinelli – e al sottoscritto, a quel tempo suo assistente al Parlamento europeo – due deputati tedeschi del Ppe (Luecker e Von Wogau), un conservatore britannico (Stanley Johnson, padre di Boris), due laburisti britannici (Balfe e Key), una Dc italiana (Gaiotti), un repubblicano del Gruppo liberale (Visentini) e un comunista italiano (Leonardi).

Buona parte della discussione fu dedicata alla relazione con i gruppi politici, con Bruno Visentini che chiedeva di uscire dai gruppi e il tedesco Luecker che ne difendeva il ruolo esclusivo per non lasciare margini di manovra ai singoli deputati.

Alla fine passò l’idea di Spinelli di un “intergruppo”, che avrebbe presentato una risoluzione in assemblea chiedendo la costituzione di una commissione ad hoc per la riforma delle Comunità europee. Ci vollero però ben dodici mesi per ottenere il voto dell’assemblea (9 luglio 1981) e altri sette (27 gennaio 1982) perché la nuova commissione iniziasse i suoi lavori sotto la presidenza di Mauro Ferri.

Con orgoglio da “rivoluzionari” i nove deputati scelsero di battezzarsi “Club del Coccodrillo” come i giacobini francesi avevano scelto il nome del Convento dei frati giacobini dove si erano riuniti per la prima volta. Durante gli anni dell’azione costituente Spinelli decise di usare uno strumento di comunicazione cartacea per far discutere, conoscere e diffondere l’azione del Parlamento europeo: “Crocodile: lettre aux membres du Parlament européen”, che raggiunse una tiratura di diecimila copie in cinque lingue europee.

Oggi l’Unione europea vive, drammaticamente amplificata, la crisi del 1980, su tre diversi fronti: con un conflitto fra il Parlamento europeo e il Consiglio sulla dimensione e sulla qualità del bilancio europeo; sugli effetti della pandemia che hanno colpito la dimensione economica e sociale dei Paesi membri in un mondo interdipendente e globalizzato; e, infine, con l’instabilità delle relazioni internazionali aggravate dalle aggressive sovranità assolute e dall’unilateralismo di Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Recep Tayyip Erdogan, Jair Bolsonaro e Kim Jong-un.

Ciò rende più che mai evidente, a quarant’anni dalla nascita del Coccodrillo, la necessità di avere al più presto una nuova iniziativa costituente del Parlamento europeo, per compiere un salto verso un sistema federale senza attendere che i governi escano dal pantano confederale.

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