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Il carcere insostenibile
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Di fronte alle condizioni in cui versa ormai da tempo il sistema penitenziario, afflitto da rinnovate condizioni di sovraffollamento, carenza di operatori e di risorse dedicati, inottemperanza alle principali direttive sulla tutela dei diritti, non è difficile comprendere le proteste di questi giorni. Sia quelle dei detenuti rinchiusi nelle sezioni abbandonate, dopo la chiusura delle attività, l’espulsione dei volontari e l’interruzione dei colloqui con le famiglie, sia quelle degli operatori esasperati e impotenti di fronte a una situazione diventata insostenibile.

La recente esplosione di veri e propri episodi di violenza non può che drammatizzare le posizioni di entrambe le parti: far uscire dal carcere più detenuti possibile, per chi auspica un indulto o un’amnistia; chiudere tutti dentro alle celle, revocando semilibertà e lavoro all’esterno, per chi rivendica il pugno forte.

Stiamo parlando di un sistema abbandonato dalla politica – trascorso l’entusiasmo degli Stati generali sull’esecuzione della pena e l’illusione di una riforma – che dopo un lungo periodo di relativa deflazione ha visto nuovamente aumentare la popolazione detenuta fino a superare la capienza disponibile. E’ quindi comprensibile che con l’occasione drammatica dell’attuale emergenza sanitaria si susseguano appelli e rivendicazioni da diverse parti: da chi, da osservatore attento delle condizioni di detenzione come le Camere penali, i Giuristi democratici o noti esponenti dei Radicali italiani, denuncia lo stato di abbandono del sistema penitenziario e chiede misure immediate di deflazione, a chi denuncia le condizioni di lavoro e di sicurezza in cui si trovano gli operatori, come le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria.

I dati ci restituiscono un sistema disastrato e abbandonato a se stesso: un terzo della popolazione detenuta nel nostro Paese si trova in custodia cautelare, in una situazione di attesa, dentro istituti circondariali particolarmente sovraffollati e deteriorati, in condizioni di promiscuità assoluta, senza attività e senza lavoro. Più di ottomila persone condannate hanno una pena residua di meno di un anno; altre ottomila tra uno e due anni; altre seimila tra due e tre anni: complessivamente, più della metà dei 41 mila detenuti con almeno una condanna definitiva deve scontare una pena o un residuo pena di non più di tre anni. Sono tutte persone che potrebbero legittimamente avere accesso a misure alternative alla detenzione, all’affidamento in prova al servizio sociale, alla detenzione domiciliare o alla semilibertà (oggi estendibili fino ai quattro anni di pena) oppure a una nuova estensione della libertà speciale anticipata; persone che fra qualche tempo usciranno comunque e che potrebbero essere più proficuamente accompagnate all’esterno attraverso le misure che la legge già mette a disposizione.

Non c’è dubbio che il sistema sconta diversi problemi: una legislazione penale carcerocentrica, un allarme sociale cavalcato politicamente, un tessuto sociale del tutto impreparato ad accogliere. Probabilmente questo è il momento meno opportuno per far breccia nell’opinione pubblica, già spaventata, arrabbiata, e nervosa per l’epidemia in corso. Ma almeno sulla situazione sanitaria dovrebbe essere facile convergere: l’emergenza, assieme al Paese tutto, affligge anche questo carcere, popolato da donne e uomini che vivono a stretto contatto e in situazione promiscua, in condizioni personali e di salute vulnerabili e con un accesso limitato ai servizi medici. Sullo sfondo delle rivendicazioni umanitarie e di quelle politiche, come non riconoscere l’impellenza della prevenzione, della riduzione del rischio di contagio, della messa in sicurezza immediata?

Aspettando condizioni più favorevoli, va riconosciuto che le proposte di Antigone per fronteggiare l’emergenza legata al diffondersi del Coronavirus costituiscono il minimo indispensabile: affidamento in prova e detenzione domiciliare estese senza limiti di pena a tutti coloro che hanno problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus; detenzione domiciliare per tutti coloro che già fruiscono della semilibertà. La prima proposta fa valere un principio minimo di salvaguardia della salute in una condizione in cui il sistema non è in grado di tutelare gli elementi più fragili e vulnerabili della popolazione detenuta (contenendo peraltro il rischio di successive e legittime richieste di risarcimento da parte di chi vedesse aggravarsi la propria situazione in virtù dell’inapplicabilità, in carcere, delle disposizioni ministeriali). La seconda conterrebbe il rischio di contagio legato all’andirivieni di chi trascorre la propria giornata fuori e rientra la sera per dormire in carcere, oltre a ridurre le presenze rendendo disponibili le sezioni attualmente riservate ai semiliberi.

Il potenziamento degli strumenti di comunicazione con le famiglie e l’estensione dei tempi delle telefonate non sono secondari, andando a contenere la preoccupazione per i propri cari e la sensazione di isolamento e abbandono, che non possono che inasprire gli animi e condurre alla disperazione. Le notizie di cronaca sono significative in questo senso: secondo la maggior parte dei testimoni (funzionari, volontari, familiari) esplosioni di rabbia e di violenza appaiono legate alla condizione di estremo sovraffollamento (diecimila detenuti in più rispetto alla capienza prevista), allo stato di tossicodipendenza (quasi un terzo della popolazione detenuta ne soffre, per lo più giovane, straniera), alla sensazione di isolamento e perdita totale del controllo sulla situazione. Ricordiamo che il carcere non è abitato solo dai detenuti: migliaia di poliziotti penitenziari e centinaia di funzionari giuridico pedagogici continuano ad entrare ogni giorno, in condizioni insalubri, senza adeguati dispositivi di prevenzione, in una tensione crescente e ardua da gestire.

Quando sarà superata l’emergenza sanitaria sarà necessario ritornare più forte di prima a chiedere l’attenzione della politica e un atteggiamento razionale da parte dell’opinione pubblica, che oggi è spaventata, arrabbiata, verosimilmente assai poco disponibile all’ascolto. Riprenderemo in mano i dati, quelle ventimila persone all’interno dei nostri istituti con pene o residui pena inferiori ai tre anni, e ricorderemo che queste persone, piaccia o meno, presto usciranno. Che senso può avere la chiusura che finora si è registrata nei loro confronti? Non sarebbe meglio lavorare nel progressivo e responsabile accompagnamento di queste persone all’esterno, invece che condurle a fine pena alla porta del carcere con il vestito che hanno addosso e un biglietto dell’autobus in mano, abbandonate a se stesse o, nel migliore dei casi, alle proprie famiglie? C’è chi sostiene che sia la pena finalizzata al reinserimento sociale ad esigerlo, qualcun altro è spinto da motivazioni religiose che fanno appello al perdono e alla clemenza, altri sono spinti da valutazioni economiche (che senso ha tutto questo investimento di risorse nel carcere chiuso per chi rientrerà presto in società?), ma è soprattutto chi è interessato alla propria sicurezza che dovrebbe rifletterci. A fronte di tassi di recidiva che si attestano in Italia attorno al 70%, le ricerche ci dicono che la fruizione delle misure alternative garantisce ovunque tassi decisamente inferiori (intorno al 20%).

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