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Civiltà Appennino
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Usiamo Googlemaps per tutto, anche per spostamenti minimi. I nostri telefoni, per quanto i loro schermi abbiamo ormai superato i sei pollici, possono riportare solo piccole porzioni della strada che dobbiamo percorrere, un pezzetto dopo l’altro. Ricorriamo a Googlemaps per andare in vacanza, in auto; ma anche per spostarci a piedi in città, da una via a una piazza, da un palazzo a una fermata del bus. Saliamo su un tram e seguiamo il tragitto, fermata per fermata, incapaci di orientarci. Ormai lo smartphone sta prendendo il posto anche dei Gps di chi si muove con lo zaino in spalla. E per lo più mettiamo in soffitta le carte, che solo di rado squaderniamo ancora su un tavolo, la sera, prima di rimetterci in marcia il giorno dopo. Fissi sullo schermo, però, perdiamo di vista l’insieme e stiamo ancorati a un piccolo tratto. Hai voglia zoomare: vediamo benissimo e in dettaglio tutti i punti che uniscono il cammino da “a” a “b”, ma non ciò che sta intorno. Forse anche per questo ci è diventato difficile avere un’idea di massima delle grandi distanze.

Prendiamo ad esempio le montagne che tagliano in due per il lungo la nostra penisola, il bel paese / ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe, come canta Petrarca. Da sopra a sotto, i nostri Appennini, a seconda che si considerino o meno anche le tre piccole catene sicule – Peloritani, Nebrodi, Madonia, da Est a Ovest – contano dai 1200 ai 1400 km circa. Se osserviamo una carta del nostro continente e poniamo il pollice e l’anulare tra appennino ligure e Sicilia, ci accorgiamo che si tratta più o meno della stessa apertura che va dal confine italiano alla fine dell’Europa continentale, laddove la Germania di Rügen si appoggia sul Baltico. Eppure le montagne appenniniche sono sempre state considerate come montagne minori, dovendo patire una sorta di complesso di inferiorità rispetto ai massicci alpini. Per quanto l’appennino abruzzese, ad esempio, contenga in sé cime tutt’altro che trascurabili e simili alla vista a certi monti dolomitici. Il gran Sasso sfiora i tremila. Rilievi bellissimi - si pensi ai monti della Laga, che sovrastano i luoghi martoriati dal terremoto del 2016, o alla Sila calabrese: ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo - a lungo rimasti tagliati fuori dalle mete turistiche dell’Italia del boom, che puntò innanzitutto al mare e subito dopo ai monti alpini. Salvo poi scoprire le montagne di mezzo per invaderle di quelle seconde case che oggi incontriamo in gran parte abbandonate. Prima sono stati i posti vissuti dai vecchi, le case di sasso, i casolari di pietra ad essere via via abbandonati, negli anni Cinquanta e Sessanta del grande esodo verso la città e la fabbrica. Poi, con i soldi del benessere, i figli sono tornati ad occupare per qualche settimana all’anno case vecchie e nuovi edifici in cemento armato. Gli uni e gli altri arricchiti di modernità (l’infisso d’alluminio, la cucina componibile, il cortile asfaltato).

Ma per lo più lungo questi decenni di Repubblica l’Appennino non c’è quasi stato, o e rimasto in disparte. Nonostante ci siano stati i suoi luoghi, i suoi paesi, le sue piccole municipalità, incluse le rivalità da provincia a provincia, a dieci chilometri di distanza l’una dall’altra, o anche meno. Così, senza che ci fosse un suo oggetto percepito in una qualche forma d’insieme, non c’è potuta essere nessuna questione appenninica.

Ora da qualche tempo l’Appennino è tornato, anche grazie al discorso pubblico sulle aree interne, “dove quasi 5 milioni di italiani vivono lontani dai servizi fondamentali, scuola, salute e mobilità ferroviaria, ‘a guardia” di un terzo del territorio nazionale”. Si è tornato a ragionare su questi territori difficili e a volte inospitali ma fondamentali nel definire l’identità stessa di un popolo e la sua storia, di per sé già molto frammentata, spezzettato da Nord a Sud, dal grande al piccolo, dalla città alla periferia. Il merito di questo rinnovato interesse va a chi si è rimesso in cammino, letteralmente, per raccontare quel che è e quel che potrebbe diventare, l’Appennino. I libri si sono via via aggiunti alle guide che invitano alla scoperta dei (fin troppi) cammini. Qualcosa è arrivato anche sulla stampa, come nel caso dei racconti di Rumiz, poi raccolti in libri (uno fra tutti, se volete, è La leggenda dei monti naviganti, 2007). Sono stati messi in fila i casi virtuosi di riattivazione dei luoghi, le esperienza di rilancio di vecchi saperi. Si è iniziato a ragionare di nuovo incrociando geografia e demografia.

Su questo filone si muove anche un piccolo libro da poco uscito per Donzelli, che inaugura una serie curata dalla Fondazione, manco a dirlo, “Appennino”, con sede e idee lucane ma sguardo nazionale, che si propone di mettere mano a un futuro possibile senza “nessun languore, nessuna nostalgia”, come dichiarato da subito nella presentazione di Piero e Gianni Lacorazza. Il libro – una saggina di 140 pagine, fatto di due interventi in parallelo, uno di Raffaele Nigro, l’altro di Giuseppe Lupo – è un bel punto di partenza per muovere la nostra attenzione sul Paese dimenticato. Viene voglia di riprendere in mano Silone, Carlo Levi, Rigoni Stern. E di scoprire altri meno noti ma molto attenti a quesi luoghi, come Raffaele Crovi. C’è, dicevo, l’Italia di oggi: i migranti, il lavoro in vigna, le contraddizioni di un modello economico che mostra la corda e che richiede di essere rivisto profondamente e di ritrovare vigore affiancato da un altro sguardo, meno produttivista ma decisivo per lo sviluppo (naturalmente non solo di tipo economico) del Paese. C’è, naturalmente, nel libro la contaminazione dell’ambiente da parte dell’uomo; la forza comunque rivoluzionaria dell’antropizzazione che ha segnato, a volte indelebilmente, la terra e chi la abita. La forza del lavoro. La bellezza dei luoghi che non chiede nulla in cambio ma che, anzi, ripaga chi la sceglie prima d’altro. È un mondo, l’Appennino. Fatto di donne e di uomini, di non poche donne e non pochi uomini che hanno scelto di provarci, e che spesso ci riescono. Non di eroi, come a volte li si vuole intendere, questi giovani strani che prendono e vanno a vivere altrove, nei posti sperduti e non sempre accoglienti, a volte aspri che non tanto tempo prima i loro avi avevano scelto di non abitare più.

Di libri come questo c’è bisogno. E c’è bisogno di racconti, per mostrare al centro che là fuori c’è un mondo di possibilità che chiede di essere riconosciuto e sostenuto. Solo aprendosi a questa civiltà (appunto) potremo ritornare a credere in un futuro nazionale non più diviso, tra un sopra ricco e un sotto povero, tra un dentro vivo e un fuori in affanno, ma ricompattato intorno a una spina dorsale che nessun altro Paese può vantare.

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