Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Cosa resta del modello emiliano?
rubrica
  • Identità italiana

Esiste ancora il "modello" dell’Emilia-Romagna? A giudicare dallo stato di apprensione con cui, a sinistra, si discute delle prossime elezioni regionali si direbbe proprio di no. Soprattutto dopo la sconfitta subita alle elezioni europee. Ma cos’era quello che Togliatti definì il laboratorio emiliano? Un modello di sviluppo, innanzitutto: che teneva insieme crescita economica e politiche sociali avanzate; dinamismo di mercato e regolazione pubblica; benessere privato e democratizzazione. Un modello che consentiva al Pci di accreditarsi come partito di governo, pragmatico e responsabile, capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa.Tanto da far scrivere allo storico inglese Donald Sassoon che, all’estero, il buongoverno veniva percepito come una specificità tipicamente emiliana.

Potremmo dunque riassumere il “modello emiliano” in tre punti: 1) buone performance economiche; 2) inclusione e coesione sociale; 3) alta qualità della governance locale. Che fine ha fatto tutto ciò? È proprio vero che la scomparsa del Pci e la fine delle subculture politiche territoriali me hanno decretato la fine? I dati degli ultimi anni sembrerebbero dire il contrario.

1) Iniziamo dalle performance economiche. Ancora oggi questa regione assicura buone prestazioni e un elevato benessere. Nonostante i recenti segnali di rallentamento, durante gli ultimi cinque anni è cresciuta, recuperando quasi del tutto i valori (reali) del Pil precedenti la crisi. I rapporti annuali della Banca d’Italia mostrano che questo trend positivo è stato alimentato da una buona dinamica degli investimenti e dell’export, con una elevata partecipazione alle filiere globali del valore e una produttività delle imprese superiore alla media italiana.

Ciò che va sottolineato è che l’Emilia-Romagna continua a produrre un elevato benessere. È la terza regione italiana per reddito procapite, con un valore superiore di circa un quarto alla media nazionale e di un quinto a quella europea. Il reddito medio delle famiglie si colloca poco sotto quello della Lombardia, mentre la ricchezza netta è molto superiore al dato italiano. Anche l’occupazione riflette lo stato di salute dell’economia. Il numero complessivo di occupati è cresciuto di quasi il 20% rispetto ai livelli del 2007 e l’Emilia-Romagna si trova al secondo posto in Italia per il tasso di occupazione complessivo, superando di quasi due punti la Lombardia. Lo stesso vale per la disoccupazione che, a livelli frizionali, è pari al 4,8%.

2) Passiamo quindi all’inclusione e alla coesione sociale. Per quanto il Welfare regionale sia sottoposto a nuove sfide (legate soprattutto all’invecchiamento e ai processi migratori), anche sotto questo profilo il modello sembra tenere. Bastano pochi dati per rendersene conto. La distribuzione del reddito è meno disuguale che nel resto d’Italia. Le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono sotto la media nazionale e l’incidenza della povertà relativa (pari al 5,4% nel 2018) è la più bassa tra le Regioni a statuto ordinario (Rso). A questo proposito, merita ricordare che, già nel 2016, l’Emilia-Romagna aveva varato un Reddito di Solidarietà per sostenere le famiglie in gravi difficoltà economiche o in situazioni di esclusione sociale. Ben prima che ci pensasse il primo governo Conte.

3) Questo ci introduce all’ultimo punto del modello, la governance locale. Secondo l’European Quality of Government Index, che valuta la qualità dell’azione pubblica nelle regioni europee, l’Emilia è prima, insieme a Lombardia e Veneto, nella graduatoria delle Rso. La buona qualità della governance pubblica esce confermata anche dai dati Istat sui servizi collettivi e sulla soddisfazione dei cittadini verso di essi. L’azione regolativa svolta dalle amministrazioni locali, dunque, ha creato un ambiente favorevole non solo per la crescita economica ma anche per la vita dei cittadini.

La conferma arriva dal Regional Competitiveness Index, un “termometro” europeo che include numerosi indicatori sul capitale umano e sulla qualità delle istituzioni, al fine di misurare il potenziale di sviluppo a lungo termine di una regione. L’indice definisce la competitività come “la capacità di una regione di offrire un ambiente attraente e sostenibile per le imprese e i residenti, per vivere e lavorare”. Anche in questo caso L’Emilia-Romagna si colloca nelle posizioni di vertice, seconda nella graduatoria delle Rso e di un soffio dietro alla Lombardia.

A giudicare da questi risultati non si direbbe che il modello emiliano sia in crisi. Al contrario, sembra ben sintonizzato con le preferenze diffuse nell’opinione pubblica. Una recente survey, svolta dal Centro Luigi Bobbio dell’Università di Torino, ha messo in luce una forte richiesta, in Italia, di politiche finalizzate a rilanciare una via alta allo sviluppo basata: 1) sulla riqualificazione dell’economia, attraverso la formazione, la ricerca, l’innovazione e gli investimenti infrastrutturali; 2) sulla sostenibilità ambientale e sociale; e 3) su una governance collaborativa tra gli attori pubblici e quelli privati.

Simili orientamenti pragmatici e collaborativi, oltre che in Emilia-Romagna, sono ben presenti proprio nelle (ex) regioni rosse del Centro Italia. Dove, per di più, si accompagnano anche a una forte legittimazione delle imprese. In misura superiore al resto del Paese. Le piccole e medie imprese, infatti, sono ritenute un punto di forza per lo sviluppo regionale e riscuotono la fiducia dell’87% dei cittadini (+5% sul dato nazionale). Il 72% degli intervistati (+4%) pensano, inoltre, che producano occupazione e benessere e – nel 51% dei casi (+12%) – che siano attente ai bisogni dei territori in cui operano. I cittadini riversano sugli imprenditori anche elevate aspettative normative, attribuendogli la responsabilità sociale di creare “valore condiviso”. In Emilia-Romagna, infatti, l’88% degli intervistati (+15%) ritiene che le imprese debbano creare sviluppo sostenibile e benessere per le comunità.

Dalla survey, inoltre, emerge un “tesoretto” di fiducia nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza. I Comuni e la Regione registrano livelli di fiducia superiori al dato nazionale, rispettivamente il 63% (+6%) e il 61% (+9%). E lo stesso vale: a) per le istituzioni formative e di ricerca che ottengono l’86% dei consensi (+2%); b) per le organizzazioni degli interessi con il 57% (+6%); e c) persino per i sindacati con il 37% (+5%). Resistono, infine, alcuni orientamenti politici di fondo: in questa Italia-di-mezzo il 38% dei cittadini non esita a collocarsi su posizioni di sinistra e centro-sinistra, ben 11 punti sopra la media nazionale.

Alla luce di questo insieme di dati, perciò, suscita stupore constatare che, proprio nelle (ex) regioni rosse, l’indagine condotta dal Centro Bobbio segnali una forte preoccupazione per il futuro, poiché il 52% degli intervistati (+6% rispetto alla media nazionale) lo reputa “incerto e carico di rischi”. Così come si rileva la percentuale più bassa di ottimisti: solamente il 17% (-6,4%) ritiene che da qui a 10 anni la situazione economica e sociale del Paese sarà migliore di quella attuale. Quasi i due terzi pensano che il reddito peggiorerà e oltre la metà che ci sarà un deterioramento della qualità delle istituzioni politiche e civili e della coesione sociale, con un conseguente aumento della conflittualità.

Dati così contraddittori fanno riflettere. Segnalano uno “sguardo preoccupato” sulle prospettive regionali e nazionali che trascende la situazione economica e chiama in causa la funzione della rappresentanza politica. E riportano alla mente la lezione di un grande sociologo italiano scomparso quest’anno, Alessandro Pizzorno, quando scriveva che l’azione politica si fonda su due elementi costitutivi. Da un lato l’attività identificante, che crea le identità collettive mediante idee, valori e simboli di riconoscimento, ponendo così le basi per lealtà intense e durature. Dall’altro l’attività efficiente, che mira a difendere e migliorare le condizioni di vita e la posizione relativa delle collettività rappresentate. Tra le due è la prima a fornire rassicurazioni sul futuro, indicando quali interessi vadano perseguiti e tutelati alla luce dei valori e del “progetto” che definiscono un’identità collettiva.

Sotto questo profilo il “caso Emilia-Romagna” è la cartina di tornasole di una crisi specificamente politica della sinistra italiana, poiché mostra con grande evidenza ciò che le difetta di più e che oscura anche le migliori esperienze di buon governo regionale. Le manca l’attività identificante, cioè la capacità di ri-dare senso e orgoglio al proprio elettorato, raccontando un progetto di modernizzazione del Paese, ancorato ad alcuni valori di fondo della sua tradizione, e capace di ri-accreditare una prospettiva di progresso che tenga insieme sviluppo ed equità sociale. E tuttavia sarebbe un errore voltarsi indietro, come molti sembrano tentati di fare, per riagganciarsi alle vecchie ideologie del Novecento.

L’Emilia-Romagna insegna che la sinistra riformista italiana ha dato il meglio di sé laddove è stata capace di orientare pragmaticamente le proprie bussole identitarie verso – come si diceva una volta – le sfide dell’avvenire. Se la destra ammicca a una società invecchiata e sfiduciata, puntando sulle paure, sulla chiusura e il pre-pensionamento del Paese, la sinistra dovrebbe al contrario fornire, oltre alla tutela sociale, un orizzonte di speranza, aperto ed europeista, soprattutto ai giovani. Le sardine, proprio a Bologna, hanno indicato chiaramente qual è l’elettorato da corteggiare e qual è il messaggio da dare.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI