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A partire da "Nevia", film d'esordio di Nunzia De Stefano
Nevia, Napoli e la marginalità che diventa centrale
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Nonostante negli ultimi anni sia stata la città italiana più raccontata – in televisione, al cinema, in letteratura – Napoli continua a rivelare aspetti sommersi e situazioni sociali al limite del paradosso. Uno di questi è, certamente, lo scenario di metropoli dolente che fa da sfondo al film d’esordio di Nunzia De Stefano, Nevia.

La narrazione restituisce pienamente la quotidianità claustrofobica in cui si muovono gli abitanti dei Bipiani di Ponticelli, prefabbricati impiantati nel quartiere della periferia orientale partenopea per rispondere all’emergenza abitativa seguita al sisma del novembre del 1980. Una soluzione abitativa provvisoria poi diventata permanente per decine di famiglie del proletariato precario e marginale espulso dal centro storico e, successivamente, per i migranti irregolari arrivati in città alla fine degli anni Novanta. I Bipiani, e la loro disastrosa condizione di edilizia dell’abbandono, sono una metafora degli aspetti irrisolti che continuano a segnare Napoli.

Come ti salvi se nasci nei Bipiani di Ponticelli? È questa la domanda che ti rimane dentro dopo la visione del film. Un lavoro originale che, sotto questo profilo, merita pienamente il premio Lizzani che gli ha assegnato la giuria dell’ultima Mostra di Venezia: attrici alla prima prova che si sono rivelate straordinarie; l’equilibrio tra il tono drammatico, comico e grottesco; una regia sapiente; immagini poetiche e, allo stesso tempo, veritiere. Un lavoro che forse soffre di una certa indecisione di sceneggiatura nella sua parte conclusiva, quando la scelta visionaria di agganciare l’emancipazione a un improbabile contesto circense avrebbe dovuto esser sostanziata da un mestiere cineastico più solido.

Ciò nonostante, Nevia è un film di denuncia sociale tanto potente quanto più riesce a toccare tutte le corde del nostro animo, proprio in virtù del fatto di essere un bel film.

Al centro vi è la storia di una ragazza sulla soglia dei diciotto anni – Nevia, appunto, un nome molto diffuso a Ponticelli in omaggio alla Madonna della Neve – che vive in un ambiente segregato, poverissimo, con proprie gerarchie interne al quale cerca con tutta la sua forza di sottrarsi. Destini sociali già segnati alla nascita: un matrimonio imposto in giovane età con un piccolo boss se sei bella come Nevia, il disfacimento fisico o la morte precoce per la vita di merda che fai (nel caso della nonna e della mamma della protagonista), o un futuro di “donna di camorra” come per la sorellina di Nevia, sveglia, intraprendente e insofferente alle regole.

Il film, tuttavia, è anche una storia di solidarietà femminile nella marginalità, di legami famigliari, di voglia – e possibilità – di farcela. La povertà descritta è molto vicina a quella che il sociologo francese Serge Paugam ha definito di tipo “integrato”, pur mostrando tutte le ambivalenze dei legami famigliari in contesti difficili: fonte di solidarietà ma anche ambito di costrizione a forme di subordinazione femminile e di socializzazione a comportamenti devianti. Una povertà a ogni modo diversa da quella senza speranza (il tipo “marginale”) o mortificante (il tipo “squalificante”) presente nei contesti nord-europei descritta dai film di Ken Loach o nel magnifico Rosetta dei fratelli Dardenne, un lavoro che ebbe un tale impatto sull’opinione pubblica belga da spingere il governo ad approvare un provvedimento – il Plan Rosetta – che mirava a favorire l’inserimento lavorativo dei giovani. C’è da auspicare che anche in Italia si possa presto dar vita a un piano straordinario per i minori in quartieri difficili, che intervenga in favore delle giovani donne prima espulse precocemente dalla scuola e poi spinte ai margini del mercato del lavoro. I dati di recente pubblicati nel Rapporto di Save the Children sull’infanzia a rischio documentano tutta l’urgenza di un provvedimento di questo tipo, fungendo quasi da relazione di accompagnamento.

D’altra parte nel film spicca, tanto nella narrazione quanto nelle biografie dei personaggi, il ruolo negativo esercitato dalle istituzioni. La scuola, così come gli agenti dei servizi sociali, sono vissuti come dispositivi antagonisti, minacce allo svolgersi della vita degli abitanti dei Bipiani, che affermano la loro presenza soltanto come meccanismo sanzionatorio e foriero di ulteriore svilimento e mortificazione. E, in effetti, nella periferia orientale oggi le istituzioni sembrano essere asserragliate in casematte di cemento in mezzo a un deserto di amianto e asfalto. Nonostante il persistere di tentativi di buone pratiche di inclusione, progetti efficaci seppur minoritari, i processi di declino sociale e culturale della zona si manifestano con sempre maggiore forza. Parliamo, ed è doveroso sottolinearlo, di un declino sopraggiunto negli ultimi trent’anni come conseguenza di una deindustrializzazione selvaggia scarsamente compensata da progetti di riconversione industriale delle aree dismesse. Ponticelli, San Giovanni e Barra erano i quartieri che ospitavano le fabbriche e le abitazioni di una buona fetta della classe operaia partenopea, il triangolo rosso della città, la zona su cui il Pci prima e i Ds in seguito hanno costruito le loro vittorie elettorali  a livello tanto locale quanto nazionale. Ecco, se Nevia restituisce una fotografia del presente, è da rilevare la totale assenza di questa importante tradizione, la totale estraneità dei personaggi a una storia che, fino agli anni Novanta, ha avuto un ruolo fondamentale per la tenuta del tessuto sociale. Di quel lavorio, di quelle lotte, di quella memoria non resta traccia tra gli abitanti dei Bipiani. Perché? Perché sono il simbolo dell’abbandono, del declino di un progetto sociale inclusivo e progressivo. Il simulacro del principio della dissoluzione della sinistra napoletana (e italiana).

Raccontare quel tipo di marginalità è importante non tanto per denunziarla, ma per riportare al centro delle discussioni pubbliche, delle pratiche di ricerca e intervento, il dato che la desertificazione economica, la disgregazione sociale, il sentirsi con le spalle al muro, il ricatto odioso della criminalità organizzata non nascono dal nulla, ma sono semmai il risultato dell'incuria politica, del declino della forza sindacale e operaia e dei tagli lineari ai servizi sociali di base, a cominciare dalla scuola. La storia di Nevia, con le sbavature forse inevitabili di un esordio cinematografico, sembra essere un pungolo per tornare a riflettere sulla debolezza dei contesti e la forza – inaspettata – degli individui, soprattutto se si tratta di donne. Ma anche sull'assenza delle istituzioni.

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