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Il disastro del Vajont
9 ottobre 1963

La sera del 9 ottobre 1963, alle ore 22 e 39, una massa di oltre 250 milioni di metri cubi di roccia e terra si stacca dal Monte Toc, precipitando in poche decine di secondi a una velocità superiore ai 100 chilometri orari nel sottostante bacino idroelettrico del Vajont, al confine tra Friuli e Veneto. Un’enorme massa d’acqua si solleva. L’onda in parte colpisce la sponda opposta del lago, investendo i paesi di Erto e Casso e inghiottendo alcune frazioni; in parte scavalca la diga precipitando verso la valle del Piave, dove distrugge Longarone e altri abitati. Le stime ufficiali parleranno di 1917 vittime, ma il numero esatto rimane imprecisato. Molti dispersi non sono mai stati trovati; molti corpi, recuperati a brandelli, mai identificati.

La diga del Vajont era ed è considerata un capolavoro di ingegneria. Al tempo la più alta del mondo (oltre 260 metri) e tuttora fra le più alte mai realizzate, resse all’impatto dell’onda e oggi suscita ammirazione e stordimento nei turisti che, reso il manufatto visitabile, si affacciano sull’abisso sottostante. Sul lato interno, la frana ha riempito gran parte del bacino. Su di essa è cresciuta la vegetazione. Lo squarcio nel monte Toc è ancora perfettamente identificabile, impressionante.

Il Vajont è indicato come caso esemplare di disastro evitabile; il peggiore del genere verificatosi in Europa e uno dei più gravi al mondo. L’idea di realizzare un bacino idroelettrico nella valle del Vajont risale agli anni Venti e riprende vigore alla fine della Seconda guerra mondiale. Promotore è la Sade (Società adriatica di elettricità), azienda al vertice del settore e provvista di ottime entrature politiche. La diga viene completata nel 1961. Già nel 1959, tuttavia, il geologo Edoardo Semenza (figlio di Carlo, progettista della diga) aveva rilevato la presenza di una vasta e profonda zona instabile. Ma i pareri erano discordi e soprattutto erano troppi gli interessi in gioco per dare il giusto peso all’avvertimento, inclusa l’imminente acquisizione dell’impianto da parte dell’Enel, il nuovo ente nazionale per l’energia elettrica. L’invaso fu riempito e il tardivo tentativo di svuotamento, una volta ammesso il pericolo della frana, diede probabilmente la scossa fatale al fragile equilibrio.

Ad approfondire gli aspetti geofisici del disastro sono stati più gli stranieri che gli italiani (così emerge da un convegno svoltosi nel 2013 presso l’Università di Firenze), a conferma di una diffusa tendenza alla rimozione. Il processo penale, spostato da Belluno all’Aquila per il presunto pericolo di disordini, terminò nel 1971, alle soglie della prescrizione, con due lievi condanne. Quello per i risarcimenti si trascinò fino al 2000. A infrangere, nel 1997, l’oblio della memoria fu l’attore Marco Paolini, con un monologo ripreso dalla televisione e seguito da un vasto pubblico; successo bissato nel 2001 dal film Vajont. La diga del disonore, di Renzo Martinelli.

Un resoconto della vicenda è offerto dalle voci Wikipedia italiana e inglese (da notare che agli aspetti politici della vicenda è dato risalto soprattutto nella seconda). Meritevole di lettura è poi la cronaca asciutta e appassionata di Tina Merlin, che, da umile corrispondente di provincia dell’“Unità” e nel silenzio degli altri organi di stampa, aveva denunciato la prepotenza della Sade nell’imporre agli abitanti di Erto e Casso espropri e indennizzi miserabili e i rischi cui la popolazione era esposta, finendo per questo sotto processo (cfr. il suo Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe, la cui prima edizione uscì nel 1983, dopo numerosi rifiuti). Parlare di fallimento della scienza, come si legge, è perciò riduttivo. Quel che è avvenuto oggi sarebbe impossibile dato l’avanzamento delle conoscenze. Sia pure. Ma in ciò che il Vajont ci mostra con la forza della tragedia non c’è nulla di inattuale. Riassumiamolo.

Prima del disastro. La scienza, i dati, che si piegano a letture contrastanti, secondo gli interessi in campo. I media che per conformismo o malafede si mostrano zelanti servitori di tali interessi. Le decisioni prese sulla pelle di una popolazione marginale, agitando il vessillo del progresso e del sacrificio per il bene comune (vessillo che si agita oggi contro l’opposizione al Tav in Val Susa o le battaglie in corso nel mondo contro dighe e bacini sempre più imponenti, dunque rischiose e ecologicamente impattanti). La confusione tra bene comune e bene privato che, insieme a meccanismi psicologici quale il group think (l’adeguamento, a livello di gruppo decisionale, della realtà che emerge dai dati a ciò che pare prioritario: realizzare un progetto, salvare gli investimenti o la carriera), aiuta a spiegare perché tecnici, consulenti e dirigenti aziendali e ministeriali abbiano persistito a negare prima l’esistenza di problemi, poi la loro gravità, nonostante l’accumularsi di evidenze su un imminente disastro. I timori della comunità e di alcuni funzionari e amministratori locali derisi o ignorati (Vajont nel dialetto locale significa “va giù”; il torrente Vajont scorre tra il Monte Toc – da “Patoc”, che significa “guasto”, “avariato” - e il monte Salta: siamo insomma di fronte a un ottimo esempio di sapere locale inascoltato).

Dopo il disastro. L’appello alla fatalità: “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia”, scrive Dino Buzzati sul “Corriere della Sera”; e Indro Montanelli, altra grande firma del giornalismo nostrano, accusa di sciacallaggio chi, come la Merlin, contesta una lettura assolutoria (a dare spazio alla vicenda che aveva condotto alla tragedia saranno principalmente i giornali stranieri). L’occultamento delle prove: la relazione sul modello di simulazione della frana, realizzato nel 1961 (sia pure difettoso nella concezione, esso dava risultati tutt’altro che rassicuranti), resta in un cassetto e viene scoperta fortuitamente. La battaglia politica sulla pelle dei disastrati: la commissione parlamentare d’inchiesta produce tre relazioni contrastanti: una, di maggioranza (Dc), assolutoria; una, di opposizione (Pci), accusatoria; una (Psi) assolutoria per i funzionari che avrebbero dovuto vigilare. La rettitudine di alcuni, che salva in parte le istituzioni: è la fermezza dei giudici istruttori a evitare l’archiviazione della vicenda. L’intervento in emergenza: valoroso. La gara di solidarietà: imponente ma seguita da accuse ai sopravvissuti, la cui dignità fu invece esemplare, di lucrare sugli aiuti. La speculazione: il patteggiamento diretto di Sade/Enel con i danneggiati o i loro parenti; le licenze artigianali e commerciali dei disastrati rilevate per pochi soldi e rivendute ad altri. La ricostruzione (Longarone); l’abbandono (a Erto e Casso rimasero i pochi che si erano rifiutati di trasferirsi altrove); la diaspora del grosso delle comunità colpite.

All’indomani della tragedia si disse: mai più. Parole troppe volte ripetute, dopo disastri di ogni genere. La diga che ancora si staglia sulla sottostante vallata ci interroga su quale sia il modo giusto di rapportarsi all’ambiente. Non si tratta di condannare lo sforzo dell’ingegno umano di sottrarsi al giogo, spesso duro e crudele, delle forze naturali per piegarle a proprio vantaggio, ma di definire una nuova stagione della tecnica, in cui non si persegua il saccheggio delle risorse e la trasformazione dell’ambiente a ogni costo, spinti da una pulsione alla “crescita” apparentemente ineluttabile, ma si trovi una nuova o recuperata saggezza, fondata sulla misura, il senso del limite, la riconciliazione con la natura e dunque con noi stessi.

 

[Immagine di dominio pubblico, fonte Wikipedia. Panoramica della Valle del Vajont poco dopo il disastro del 9 ottobre 1963]

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