Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Madrid, 29/7/2019
rubrica
  • lettere internazionali

La sinistra spagnola che si fa del male. Sai che novità, verrebbe da dire. Eppure per la Spagna non era così scontato. Invece, pur essendoci i numeri per un governo progressista, il leader socialista Pedro Sánchez non ha ottenuto la fiducia. Che cos’è successo? E perché?

Nelle elezioni del 28 aprile scorso il Psoe, con il 28,6% dei voti, aveva ottenuto 123 seggi (+38 rispetto al risultato del 2016), mentre Unidas Podemos (Up), con il 14,3% dei consensi, 42 seggi (-26). Il 6 giugno il re affidava il compito di formare il nuovo governo a Sánchez, che decideva di attendere l’esito delle elezioni europee del 26 maggio. Le quali, svoltesi contemporaneamente a quelle per il rinnovo dei Parlamenti di 12 Comunità autonome e di tutte le amministrazioni comunali, avevano confermato la tendenza, rafforzando ulteriormente il Psoe, con il 32,8% dei voti, e segnando un ulteriore arretramento di Up, che non andava oltre il 10,05%. In entrambi i casi, a fronte di una disfatta del Pp non compensata dal lieve incremento di Ciudadanos e dal significativo, ma tuttavia modesto, risultato ottenuto dalla destra radicale di Vox, peraltro incapace di confermare alle europee il voto delle legislative.

Non avendo la maggioranza necessaria di 176 voti per ottenere la fiducia, Sánchez aveva due strade di fronte. La Costituzione spagnola (art. 99, 3) prevede che in prima votazione il candidato alla guida del governo debba ottenere la maggioranza assoluta, mentre è sufficiente, nella seconda, quella semplice, sempre che i voti negativi non superino quelli a favore. Di qui l’importanza delle astensioni, che Sánchez ha inizialmente puntato a ottenere dal Pp di Pablo Casado e da Ciudadanos di Alberto Rivera. Le due forze politiche di destra avrebbero in questo modo evitato la formazione di un governo di sinistra (Psoe e Up) appoggiato dai partiti nazionalisti e dagli indipendentisti catalani di Erc. Questa la soluzione preferita da Sánchez, perché non avrebbe sbilanciato a sinistra il suo partito e perché gli avrebbe consentito di governare in solitudine, con un monocolore di minoranza che avrebbe poi cercato i voti di volta in volta a destra o a sinistra a seconda delle leggi da approvare.

La seconda strada era quella invocata fin dall’inizio da Pablo Iglesias: un governo di coalizione con un numero di ministri proporzionale al numero del voti ottenuti da Up. Ovviamente questa seconda strada conteneva anche altre possibilità: un’intesa programmatica tra Psoe e Up con il partito di Iglesias nella maggioranza ma non nel governo sul modello portoghese, un esecutivo di coalizione con all’interno figure di rilievo concordate tra socialisti e Up o con esponenti di quest’ultimo.

Il rifiuto di astenersi di popolari e Ciudadanos ha lasciato aperta solo la seconda strada, che Sánchez ha imboccato, però, con il freno a mano tirato. Cioè con l’intenzione di cedere al potenziale alleato il meno possibile, e con il veto all’ingresso di Pablo Iglesias nella compagine governativa. Da quanto è trapelato sui media, i socialisti, con il trascorrere dei giorni, avrebbero ceduto su alcuni punti concedendo a Up una vicepresidenza del governo e tre o quattro ministeri da scegliere tra Sanità, Cultura, Agricoltura, Scienza e Università, Turismo e Sport. Da parte sua Up, rinunciando a insistere sull’ingresso di Iglesias nel governo e ai ministeri chiave (Interni, Difesa, Economia, Giustizia), avrebbe alzato il tiro sul resto, irrigidendosi nella richiesta del ministero del Lavoro. Il negoziato partito male e con notevole ritardo si è arenato prima del dibattito per la fiducia che si è svolto dal 22 al 25 luglio, quando le posizioni sono risultate, oltre che distanti, ostili. Sánchez ha accusato Iglesias di voler controllare il governo e ha fatto appello al senso di responsabilità di Up, scaricando su Iglesias l’eventuale fallimento dell’intesa e il mancato varo del governo. Iglesias ha denunciato la mancanza di rispetto per il suo partito da parte di Sánchez, rinfacciandogli di voler riservare un ruolo ancillare a Up.

A partire da queste premesse, Sánchez non ha ottenuto la fiducia né nella prima votazione del 23 luglio (124 sì, 170 no e 52 astenuti), né nella seconda del 25 luglio (124 sì, 155 no e 67 astensioni), preceduta da un dibattito tesissimo nel quale neppure la rinuncia di Iglesias a un ministero, in cambio della gestione delle politiche per l’occupazione, ha sbloccato la situazione.

Dal fallito negoziato e dal dibattito per la fiducia è possibile ricavare alcune considerazioni. Un governo di coalizione sarebbe stato il primo della democrazia spagnola a distanza di ottant’anni da quello del socialista Juan Negrín negli ultimi due anni della guerra civile. Ciò per dire dell’assoluta novità che avrebbe rappresentato (e che rappresenterebbe), ma anche per registrare un limite nella cultura politica dei partiti spagnoli (di quello socialista in questo caso) che trova un alibi nell’articolo 99 della Costituzione che consente la fiducia e quindi il varo di governi privi di maggioranza. L’impressione è che Sánchez si sia mosso ancora nella logica di quel bipartitismo imperfetto andato in crisi a partire dalle elezioni del 2015, che ne abbia nostalgia e che tenti di ripristinarlo andando a elezioni che, nelle sue previsioni, ridimensionerebbero fortemente la presenza parlamentare di Up. In definitiva, che abbia guardato più ai rapporti di forza nella sinistra che alle esigenze del Paese.

Da parte sua Iglesias è ben consapevole di essere il prodotto di quella crisi (tra l’altro nel corso del dibattito ha affermato che il suo partito non esisterebbe se i socialisti non avessero commesso gravi errori) e considera il pluripartitismo come un dato consolidato del sistema politico spagnolo. Ma ha tirato troppo la corda e di questo lo hanno rimproverato settori del suo assai composito partito, gli alleati di Izquierda Unida e anche Erc. In fondo, andare al governo con una vicepresidenza e quattro, o anche tre, ministri dopo solo quattro anni di vita sarebbe stato uno straordinario successo.

La Costituzione prevede un terzo voto di investitura da tenersi entro due mesi dal primo, fallito il quale il re procederebbe allo scioglimento delle Cortes e a convocare nuove elezioni. Calendario alla mano, il terzo voto di fiducia dovrà prodursi entro il 23 settembre e le eventuali elezioni il 10 novembre. Ora si torna al punto di partenza con in più i rancori accumulati negli ultimi tre mesi. Dovesse vararsi in settembre, un governo Psoe-Up partirebbe comunque con cinque mesi di ritardo e avendo sperperato una buona dose della fiducia concessa dagli elettori ai due partiti. E non sarebbe un buon inizio.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI