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L’omicidio di Jerry Masslo
23-24 agosto 1989
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Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1989, a Villa Literno, in provincia di Caserta, viene ucciso un bracciante sudafricano. Gli assassini sono alcuni giovani del paese che si recano nottetempo nella zona di Vico Gallinelle con lo scopo di rapinare i migranti stranieri affluiti per la stagione estiva di raccolta del pomodoro. La vittima si chiama Jerry Masslo. Arrivato in Italia nel marzo dell'anno precedente, nell’impossibilità di essere riconosciuto come rifugiato politico, riceve un documento provvisorio grazie alla mediazione di Amnesty International. Stabilitosi a Roma, ospite della Comunità di Sant’Egidio, inizia a svolgere lavori precari e già nell’estate 1988 trascorre alcuni mesi lavorando come bracciante a Villa Literno.

Masslo viene ucciso a colpi di pistola, mentre cerca di difendere i pochi risparmi accumulati insieme ai suoi compagni durante le settimane di impiego nella raccolta dei pomodori.

L’omicidio scosse profondamente l’Italia, sollevando improvvisamente tutti i nodi che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e della classe dirigente avevano fino a quel momento scelto di non affrontare. L’immigrazione straniera in Italia nel 1989 non era un fenomeno nuovo. Già dieci anni prima, alla fine degli anni Settanta, per il Censis erano circa 400.000 i lavoratori stranieri in Italia. Tre anni prima era stata approvata la prima legge che prendeva in considerazione il tema del lavoro degli immigrati stranieri. Nella primavera del 1989 era iniziata una mobilitazione pubblica ad opera degli stessi immigrati e del mondo associativo e sindacale, finalizzata a ottenere diritti certi, condizioni di ingaggio paritarie e un insieme di interventi che finalmente potessero colmare tutti i vuoti della legislazione italiana. Una delle questioni più sentite era alla base del mancato riconoscimento dello status di rifugiato nei confronti di Masslo: la cosiddetta “riserva geografica”. Solo coloro che provenivano dall’Europa dell’Est, con pochissime eccezioni, potevano aspirare a essere considerati legittimamente rifugiati politici, nello spirito della Guerra fredda e del Patto atlantico. Tutti gli altri – africani, asiatici, sudamericani – venivano sistematicamente privati di tale diritto, che pure è solennemente enunciato nell’articolo 10 della Costituzione. Neanche Masslo, in fuga dal regime razzista e spietato del Sudafrica dell’apartheid, dove aveva perso una figlia nel corso di una manifestazione, poteva ottenere tale garanzia.

A reagire per primi all’omicidio sono i compagni di lavoro, reclutati e ingaggiati senza contratto, protagonisti di un’economia che proprio nel corso degli anni Ottanta conosce uno sviluppo eccezionale. Il pomodoro – ribattezzato “oro rosso” per le sue potenzialità economiche – è il perno di un sistema dove si intrecciano profitti altissimi, finanziamenti pubblici nazionali e comunitari, sfruttamento sistematico della manodopera. Sono proprio i compagni di Masslo a denunciare i responsabili della rapina e dell’omicidio, maturato all’interno di un contesto di dilagante razzismo ed esclusione. Già prima della notte tra il 23 e il 24 agosto, la provincia di Caserta era stata teatro di mobilitazioni antirazziste da parte dei lavoratori stranieri e delle organizzazioni solidali. Il funerale attira moltissime persone da tutta Italia e vede la presenza di alcune cariche istituzionali nazionali e della Rai. Ma durante il corteo funebre non mancano provocazioni e insinuazioni di una parte della popolazione, che stigmatizza la presenza eccessiva degli immigrati e il clamore dell’omicidio. Un sacerdote durante il funerale definisce quella degli assassini una semplice “bravata”, finita male.

Molti lavoratori stranieri scelgono di lasciare la provincia di Caserta: tra chi resta inizia a farsi strada la possibilità di organizzare uno sciopero dei braccianti. A un mese dalla morte di Masslo, il 20 settembre 1989, gli immigrati incrociano le braccia, paralizzando per un giorno la raccolta agricola della zona. Decidono di muoversi in corteo, concentrandosi nella rotonda stradale dove di solito vengono reclutati e dirigendosi verso la tomba di Masslo.

Poche settimane dopo, il 7 ottobre 1989, un’ imponente manifestazione nazionale sfila per le vie di Roma. Centinaia di migliaia di persone, straniere e non, scendono in piazza per un appuntamento che nasce proprio all’indomani della morte di Masslo. Chiedono una legge giusta per l’immigrazione. Rivendicano ancora una volta l’abolizione della riserva geografica. Pretendono una regolarizzazione, esauritasi ormai da tempo la “finestra” aperta dalla legge del 1986. Protestano contro l’ondata di razzismo: l’omicidio di Villa Literno è solo uno tra i tanti episodi che si susseguono in tutto il Paese. Le istituzioni non possono più ignorare le dimensioni della protesta e inizia una lunga fase di trattativa e di partecipazione che culmina, nel 1990, nell’approvazione della legge Martelli.

L’impatto sull’opinione pubblica dell’omicidio Masslo e delle sue conseguenze si intreccia in maniera profonda a una catena di trasformazioni che sul piano globale rendono le migrazioni e il razzismo temi sempre più dibattuti, con numerose ripercussioni anche sull’Italia. Proprio nei giorni che seguono l’omicidio, si incrina la “cortina di ferro” che aveva simboleggiato per decenni la spaccatura tra Est e Ovest dell’Europa. In particolare, la frontiera tra Austria e Ungheria inizia a essere attraversata da migliaia di persone, che dopo anni di divieti possono transitare da una parte all’altra della cortina di ferro. Nelle stesse settimane, proprio nel Sudafrica di Masslo, si infiamma la campagna per la liberazione dalla prigione di Nelson Mandela, il leader dell’African National Congress, simbolo della lotta contro l’apartheid.

Intervistato dalle telecamere di Rai 2 poche settimane prima della sua morte, lo stesso Masslo aveva proposto un parallelo su ciò che stava accadendo a Villa Literno e la situazione sudafricana. Queste le sue parole: «Il mio vero problema è che quello che ho sperimentato in Sudafrica non voglio vederlo qui in Italia. È proprio qualcosa che sta accadendo qui in Italia. Nessun nero, nessun africano dimentica che cosa è il razzismo e io l’ho sperimentato qui: una cosa inaccettabile. Ho visto con i miei occhi cose che non dovrebbero accadere qui in Italia. Qualsiasi nero, qualsiasi africano non può sopportare questa situazione, non può capire il razzismo». Con la sua morte l’Italia fu costretta a fare i conti con molte questioni storicamente irrisolte che l’immigrazione straniera aveva reso ancora più evidenti, come la diffusione dilagante e pervasiva del lavoro irregolare in settori quali l’agricoltura intensiva, tutt’altro che marginali nei conti economici nazionali, o come la presenza del razzismo, diffuso e stratificato nella società e nelle istituzioni. Ma allo stesso tempo si rese visibile e palpabile la capacità dei movimenti solidali con l’immigrazione di costruire mobilitazioni e alleanze, di realizzare piattaforme ampie e inclusive, di scongiurare il pericolo di una contrapposizione tra lavoratori stranieri e non. Il volantino distribuito dagli immigrati il 20 settembre in occasione dello sciopero dei braccianti è chiarissimo: “Non siamo disposti a essere strumento per far arretrare i vostri diritti. Chiediamo di appoggiarci in questa lotta”.

I contorni di una nuova stagione di confronto e di conflitto legata all’immigrazione sono evidenti nell’estate del 1989 e resteranno una costante destinata a segnare in modo indelebile i trent’anni che ci hanno portato sino a oggi.

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