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Un esposto contro il petrolchimico di Marghera arriva in procura
22 agosto 1994
rubrica

Quel 22 agosto del 1994, Gabriele Bortolozzo, in sella alla sua bici, si reca alla procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia e deposita sulla scrivania del pm un fitto fascicolo. Si tratta dell’esposto contro il petrolchimico di Portomarghera (Venezia) che, quattro anni dopo, porterà al maxiprocesso penale alti dirigenti di Montedison, Enichem ed Enimont per strage, omicidio e lesioni plurime a titolo colposo.

Gabriele è operaio al petrolchimico dal 1956, da quando aveva 22 anni, assunto come manovale comune. A tratteggiare la tremenda realtà di Portomarghera bastano questi versi del poeta-operaio Ferruccio Brugnaro: “L'aprile è scomparso da Portomarghera/la primavera/è morta”; “L'aria oggi puzza di uova marce/è infetta/di tetraetile idrocaburi/catrami” (da Verde e ancora verde e L'ho sentito implorare con durezza). Un ragazzo di 22 anni entra così in quel mondo senza aprile, carico di veleni, gerarchico e autoritario, per rimanerci l’intera vita lavorativa. Fin dal primo giorno viene destinato al reparto Cv6, l’impianto di polimerizzazione Cvm in emulsione, come turnista. Il Cvm è il cloruro di vinile monomero, un gas usato per produrre Pvc, che secondo il suo esposto, presentato 38 anni dopo e siglato da Medicina Democratica, sta moltiplicando le malattie e le morti tra i suoi compagni di lavoro. Gabriele ne ha viste tante, in tanti anni di lavoro in quel reparto della Montedison; dice che si sente un sopravvissuto perché dei sei operai con cui ha iniziato, quattro sono morti di tumore e uno è malato.

È il 1973 quando viene a conoscenza che l’Organizzazione mondiale della sanità classifica il Cvm come sostanza cancerogena; la sua prima reazione è quella di andare dal responsabile dell’infermeria di fabbrica a contestare che le persone che si ammalano non vengono curate ma mandate a casa o spostate di reparto. Si rifiuta quindi di sottoporsi alle visite mediche obbligatorie nella fabbrica, dichiarandosi invece disponibile a farsi visitare da strutture esterne, pubbliche, senza però ricevere mai risposta né dalla direzione, né dal consiglio di fabbrica, né da strutture esterne. Silenzio. E sporge le sue prime denunce alla magistratura. Ancora silenzio.

Ma Gabriele è un osso duro. La sua è la caparbietà di un uomo mite, pacato, non un trascinatore di folle né un politico navigato; è “uno di noi, un tranquillo padre di famiglia, un operaio chimico qualunque, ma con due caratteristiche che lo distinguono. Dà un alto valore alla dignità dell’uomo, di ogni uomo, a cominciare da sé. E poi è un uomo che cerca la coerenza tra le proprie idee e la propria vita, oggi una rarità. (…) Cerca di documentarsi con una curiosità culturale molto superiore ai suoi studi, che lo costringe a occuparsi di epidemiologia, di tecnologie alternative, di nocività dei prodotti, di prevenzione. E poi usa tutti i mezzi poveri di chi è isolato e solo. Quindi le lettere ai giornali, gli esposti alla magistratura, i comunicati stampa, i comunicati alle associazioni e agli enti pubblici” (da una testimonianza di Franco Rigosi, Medicina Democratica). Nell’83 denuncia un suo caporeparto con un esposto alla magistratura per uno scarico di prodotti tossici liquidi in laguna. Vince quella battaglia ma viene spostato e declassato di mansione, per punizione.

La caparbietà. Quella che lo spinge poi a cercare i familiari dei colleghi morti e degli ammalati, girando casa per casa, scoprendo che tutti avevano lo stesso tipo di tumore. I dati ufficiali riportavano solo 4 casi di morti da Cvm in tutta Italia, pochissimi. Del tutto irrealistico. È per questo che comincia la sua faticosissima ricerca, non sapendo i nomi delle persone, non conoscendone gli indirizzi. Riesce tuttavia a rintracciare 157 casi, che finiscono nel dossier allegato all’esposto che porta in procura. In questo dossier si dimostra l’alta incidenza di decessi per tumori dovuti all’esposizione al Cvm e Pvc: considerate tutte le cause di mortalità infatti, l’86% degli addetti è deceduto per questa malattia. Il 25% degli addetti al reparto Cvm sono morti a un’età media di 55 anni. Gli organi vitali maggiormente colpiti sono il fegato, le vie respiratorie e il cervello.

Il pm Felice Casson, che ha in mano l’esposto, inizia le indagini. Emana un appello a tutta la cittadinanza per sapere se anche altre famiglie avessero ammalati; arrivano 280 segnalazioni. Scova una relazione dell’Università di Padova del ‘77 che prende in esame migliaia di persone che erano state in contatto con il Cvm, segnalando già allora una situazione sanitaria grave. Alla fine l’indagine consta di 5.000 pagine di documenti che dipingono uno scenario agghiacciante. 28 dirigenti del petrolchimico vengono imputati di essere stati a conoscenza della cancerogenicità del Cvm e, nonostante ciò, di non aver provveduto a mettere in sicurezza gli operai né a risanare gli impianti. Inoltre, avrebbero addirittura contraffatto i sistemi di controllo: una nota interna del ’78 di Montedison dice: “Obiettivo primario e costante di tutta la divisione è la competitività; (…) bisogna correre dei ragionevoli rischi (…). Ognuno di noi paga un premio ad una società assicuratrice, per cautelarsi da rischi derivanti dall'uso di questa attività” (dall'esposizione introduttiva al processo di Felice Casson).

La notizia dell’inchiesta viene ampiamente trattata dai media; è forte la risposta dei familiari delle vittime e la reazione da parte degli ex addetti ormai in pensione, mentre i lavoratori del petrolchimico non si fanno quasi sentire, nonostante nei reparti si lavorino ogni anno 250 mila tonnellate di Cvm e 170mila di Pvc. Quando lo fanno preferiscono le telefonate, raccomandandosi che il consiglio di fabbrica non venga a sapere il loro nome. “È un comportamento da non giustificare”, dice Gabriele, “ma il timore occupazionale è un dato di fatto sul quale giocano azienda e sindacato” (da L’erba ha voglia di vita).

Già. E il sindacato? Una certa influenza sull’inamovibilità sindacale l’ha avuta nel ’78 la linea politica del compromesso storico, con l’invito ai sindacati alla moderazione. Al petrolchimico, in particolare, a cavallo del 1980 c’erano stati attentati ad alcuni dirigenti, e la posizione politica generale era quella di trattare con l’azienda e guardare all’occupazione. Gabriele osserva che “i sindacalisti della fabbrica si fanno notare per il cinismo con il quale trattano la morte operaia. Non ne vogliono parlare, evitano il dialogo, il confronto, accorrendo in aiuto alla Montedison-Enichem quando arriva l’avviso di garanzia dalla magistratura. Invitano i familiari che si recano al Capannone a chiedere aiuto e sostegno a non testimoniare davanti ai giudici quanto è capitato ai propri congiunti”.

Il 3 marzo 1997 l’udienza preliminare inizia in un clima di grande emozione: l’aula è piena di ex lavoratori del petrolchimico e di familiari di operai deceduti. La giornata si apre con un macabro appello, al quale rispondono ex operai colpiti da patologie da esposizione a Cvm e, in processione, mogli, figli e figlie, a rappresentare mariti e padri ai quali è stata rubata la vita. Il processo inizia il 13 marzo 1998. Per il colosso della chimica è già una sonora sconfitta. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo, le aziende propongono un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsano circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo svuota le aule delle udienze dal folto pubblico che vi partecipava. Il giorno prima della sentenza avviene un altro fatto curioso: la Montedison patteggia un esborso di 525 miliardi di lire per indennizzo dei danni ambientali prodotti (diverse migliaia di miliardi). La sentenza giunta nel 2001, dopo 38 mesi di dibattimento, assolve tutti gli imputati. La distanza tra le aspettative del processo e il suo esito è siderale, la costernazione e la rabbia forti. La sentenza d'appello del 2010 rovescia quella di primo grado, condannando cinque dirigenti; però fuori tempo massimo, perché nel frattempo subentra la prescrizione del reato che esonera i condannati dalla reclusione. In fondo, lo sviluppo dell’industria chimica in Italia è stato ritenuto fondamentale per rimanere nel contesto politico ed economico occidentale, correndo consapevolmente dei rischi. Quando si sente parlare di sviluppo allora, occorre chiedersi sempre: a spese di chi?

Gabriele non ha mai conosciuto l’esito del processo: morì vittima di un incidente stradale, investito sulla sua bicicletta, nel 1995.

 

 

Lavoravamo tra micidiali veleni
sostanze terribili
cancerogene.
Non affermate ora
furfanti
ladri di vite
che non c'era alcuna certezza
che non c'erano legislazioni.
Non dite, non dite che non sapevate.
Avete ammazzato e ammazzate ancora
tranquilli indisturbati
tanto
il fatto non sussiste.
I miei compagni morti non sono
mai esistiti
sono svaniti nel nulla.
I miei compagni operai
morti
non possono tollerare
questa vergogna.
Non possiamo sopportare
questo insulto.
Nessun padrone
nessun tribunale
potrà mai recingerci
di un così grande
infame silenzio.

[Ferruccio Brugnaro, Tutti assolti al processo per le morti al petrolchimico, in MoRtedison (Tutti assolti), TamTam libri, 2001]

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