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Stati Uniti, Russia, Europa
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Il sistema degli Stati impegnati in un difficile processo di adeguamento della propria linea di politica estera, in considerazione delle sfide maturate in una situazione di diffusa instabilità, è attualmente in crisi. Un processo che pone seri interrogativi quanto alle possibili direttrici di evoluzione in un contesto in precario equilibrio tra linee di forza contrapposte dalle conseguenze imprevedibili. La sensazione di incertezza circa l’andamento dei rapporti tra le grandi potenze Stati Uniti, Russia, Cina e Unione europea, garanti e arbitri in ultima istanza della tenuta dell’ordine mondiale, è un particolare motivo di allarme. Il clima di compiaciuta soddisfazione che era prevalso con la fine della Guerra fredda, in particolare nelle capitali europee della regione che si era meritata il titolo di “isola felice”, è venuto meno alle ottimistiche – per non dire euforiche – aspettative manifestate in quegli anni di trovarsi alla vigilia di un'era di costruttiva interazione tra gli Stati. Ai livelli alti del sistema internazionale è subentrata la consapevolezza di essere entrati in una fase caratterizzata da un elevato potenziale conflittuale. La ripresa della corsa a un riarmo nucleare sempre più perfezionato e sofisticato nelle sue capacità distruttive, che minaccia di intaccare le basi della stabilità strategica, è oggetto di crescente preoccupazione. Indicativo di questo atteggiamento sono le voci sempre più frequenti di autorevoli osservatori circa i rischi di innescare inavvertitamente, se non deliberatamente, un processo di escalation che può portare alla guerra in Europa.

In questa prospettiva è tornato al centro dell’attenzione il confronto tra gli Stati Uniti e la Russia, le due superpotenze nucleari responsabili di avere messo fine a un’esperienza che, tra alti e bassi, aveva permesso (1991, 2008-14) di gestire i rapporti all’insegna della Realpolitik. La rottura delle relazioni a livello strategico è stata provocata dalla recente decisione di Washington, ripresa senza esitazione da Mosca, di sospendere il trattato Inf (Intermediate-range nuclear forces treaty) sulle armi nucleari a medio raggio, con l’accusa di violazioni dei suoi parametri. Accusa che con argomentazioni non meno probanti è stata rivolta da parte russa alla controparte americana, dando inizio a un aspro dibattito alimentato da ambedue le parti da una campagna d’informazione volutamente manipolata. Si tratta di un contenzioso che appare per diversi aspetti artificioso, tenuto conto che da tempo i rispettivi ambienti militari erano inclini a considerare superati i contenuti di un trattato in vita ormai da diversi decenni. Il rilievo, se non altro di immagine, di una decisione di questa portata, che rischia di alterare profondamente sotto il profilo strategico la posizione dell’Europa, è evidente. La rimozione di questo pilastro del sistema di sicurezza sul continente europeo, sottoscritto nel 1987 da Reagan e Gorbaciov, avrà l’effetto di accentuare ulteriormente il livello di sfiducia, già estremamente pronunciato nelle relazioni russo-americane. Se a questa scelta, come prevedibile, seguirà alla scadenza del 2021 il mancato rinnovo del trattato New Start sulle armi nucleari a lungo raggio, si arriverà allo smantellamento del sistema di regolamentazione che ha sostenuto fino ai nostri giorni la politica di controllo degli armamenti, assicurando le condizioni indispensabile di una bilanciata deterrenza. 

La Russia di Putin si trova ad affrontare in campo aperto un avversario sotto tutti gli aspetti formidabile come gli Stati Uniti, e quindi la Nato direttamente sul fronte europeo. Il fronte geografico sul quale sono state combattute negli ultimi secoli le battaglie decisive per il destino della nazione russa, che delimita la parte più popolosa e economicamente avanzata del Paese, dove si trovano Mosca e Pietroburgo. Il venir meno delle garanzie previste dal trattato Inf non comporterà soltanto conseguenze strategico-militari, ma altrettanto rilevanti ripercussioni di carattere politico-psicologico. Non sono i successi registrati in Medio Oriente, di là della sua immediata periferia e che hanno contribuito all’immagine della Russia di protagonista a livello globale, a ridurre l’importanza del suo ruolo sul piano regionale. È infatti in Europa, nonostante si sia registrato di recente un accresciuto interesse per l’Asia, che si gioca la partita decisiva sul piano del potere e del prestigio. La percezione, alimentata dalla propaganda ufficiale, di una minaccia alla nazione russa da parte dell’alleanza euro-atlantica fondata sulla progressiva erosione della sua posizione nell’area in prossimità dei confini occidentali, è largamente presente tra le élite politiche e militari russe. Con lo scoppio della crisi ucraina nel 2014 si è consolidata la convinzione che solo operando da una posizione di forza nel quadro strategico europeo, puntando al contenimento della progressione dell’influenza occidentale, sia possibile contenere l’avanzata occidentale a Est. La tesi che da parte americana e di alcuni Stati europei alleati si operi attraverso questa strategia per arrivare a un radicale ridimensionamento del suo ruolo di grande potenza appare condivisa dalla maggioranza dell’opinione pubblica russa.

Una valutazione dell’atteggiamento di Mosca non può non tener conto della trasformazione a cui è andata incontro la posizione della Russia sul piano strategico e geopolitico rispetto a quella ricoperta dall’Unione sovietica negli anni della Guerra fredda. Un evento traumatico vissuto tuttora come una perdita irreparabile dal punto di vista del prestigio nazionale, che potrà essere superato solo gradualmente con l’attenuarsi del ricordo della sconfitta subita e la conferma dello status di grande potenza. Da attore di primo piano proiettato al massimo storico della sua espansione al centro dell’Europa, il Paese si è trovato, in seguito alla dissoluzione del suo sistema di alleanza (il Patto di Varsavia), respinto bruscamente ai margini del continente. Il forzato arretramento dall’Europa centro-orientale, un’area tampone essenziale per beneficiare di una posizione strategica vantaggiosa, non poteva che accentuare il tradizionale senso di insicurezza russa. Per uno Stato che ha fatto, nel corso della sua storia, del controllo di un’ampia estensione territoriale un fattore fondamentale di potenza, la privazione di questa cintura protettiva ha costituito una mutilazione particolarmente grave. La Russia si trova attualmente a fronteggiare nel cosiddetto “estero intermedio” il gruppo degli Stati ex alleati, che nel 1999 e nel 2004 hanno aderito alla Nato, alcuni dei quali, Polonia e Romania, sono ormai basi del dispositivo militare occidentale. A questi Stati si sono aggiunti, nella stessa occasione, i tre Stati baltici: un mutamento di campo particolarmente significativo, tenuto conto che si trattava di Nazioni che avevano fatto parte del sistema federale sovietico.

Nella logica della politica di espansione a Est, l’integrazione di questi Paesi nel sistema di potere occidentale ha costituito un elemento importante della strategia degli Stati Uniti in stretto collegamento con gli alleati europei. Promossa da Washington, considerati i vantaggi di un rafforzamento della presenza americana sul continente, la decisione si caratterizza per la mancanza di considerazione della posizione della Russia. La quale, impegnata nel processo di ricostruzione seguito al collasso della struttura imperiale sovietica, si trovava in questa fase in una condizione di difficoltà, che limitava a proteste di carattere diplomatico la sua capacità di reazione. È solo a partire della metà del primo decennio del XXI secolo, con Putin, che il consolidamento politico-economico del Paese permette alla Russia di promuovere concretamente i suoi interessi nel ruolo di grande potenza regionale. Una grande potenza incompleta, come viene definita, a causa dell’inefficienza dell’apparato burocratico amministrativo e produttivo, che si è dimostrato comunque in grado di rafforzarsi militarmente sia sul piano convenzionale che nucleare. Col trascorrere degli anni, d’altra parte, approfittando delle crescenti tensioni che si manifestano tra Mosca e alcuni nuovi Stati non russi confinanti, situati nello spazio post sovietico, l’azione occidentale punta ad espandersi a quella considerata esclusiva sfera di influenza russa. Il baricentro politico-strategico sul continente minaccia di spostarsi, nella percezione russa, dall’ “estero intermedio” all’ “estero vicino”, avvicinandosi pericolosamente al territorio della Russia. Ne risulta un drastico aggravamento del contrasto sviluppatosi negli ultimi tempi, che porta ad un’ulteriore militarizzazione del confronto fra gli schieramenti rivali, che non esclude l’eventualità di un ricorso alle armi nucleari. A questo punto Mosca decide di opporsi con la forza a quella che giudica un’inaccettabile interferenza a sostegno delle rivendicazioni all’indipendenza degli Stati situati nello spazio post sovietico. Il conflitto con la Georgia nel 2008, a cui fa seguito quello con l’Ucraina nel 2014 che ha causato l’amputazione di una significativa porzione del territorio ucraino, Crimea e Donbass, sottolinea l’intransigente determinazione del Cremlino. L’allineamento in senso filo-occidentale di Kiev, una volta ottenuta l’indipendenza, comporta dal punto di vista russo la perdita di un Paese considerato di particolare rilievo strategico e politico culturale. L’Ucraina è ormai al centro della contrapposizione tra Stati Uniti e Russia, con la conseguenza di aver ridotto ai minimi termini le possibilità di dialogo fra le parti, premessa indispensabile a una rinegoziazione del sistema di sicurezza in Europa. In un panorama internazionale, che con l’entrata in scena della Cina rischia di portare a un livello globale la rivalità fra le grandi potenze, la prospettiva più auspicabile è che possa prevalere anche in futuro un atteggiamento improntato alla politica della deterrenza, che ci ha assicurato 70 anni di pace.

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