Rivista il mulino

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Il primo sbarco di albanesi a Brindisi
7 marzo 1991
rubrica

Fu una sorpresa l’arrivo di migliaia di albanesi nel porto di Brindisi il 7 marzo del 1991? Sicuramente sì, per i brindisini e per l’opinione pubblica del Paese. Certamente no, per chi conosceva l’Albania e ne seguiva le vicende dal giorno della morte del dittatore Enver Hoxha, avvenuta sei anni prima, l’11 aprile 1985. L’opinione pubblica italiana, in genere assai poco attenta alle vicende internazionali, era scarsamente interessata alle traversie di un oscuro Paese – che pure l’Italia aveva tentato di ingoiare tra il 1939 e il 1943 – del tutto isolato dal mondo, dopo la rottura con l’Unione Sovietica e con la Cina. Tre milioni di persone poverissime, per lo più contadini e pastori, con un’industria arretrata e autarchica, oppressi da decenni di durissima dittatura.

Ma quel fosco regime, durante gli anni di governo di Ramiz Alia, successore di Hoxha e autore di tardive e deboli riforme, aveva cominciato a mostrare crepe evidenti che ne preannunciavano lo sgretolamento. Il 2 luglio del 1990, 8.000 albanesi avevano “preso d’assalto” le ambasciate tedesca, francese, italiana, greca e di altri Paesi occidentali, rifugiandosi nei loro edifici, e solo dopo una serrata trattativa vennero lasciati partire (803 verso l’Italia). Nei mesi successivi, altri albanesi riuscirono ad evadere dal Paese via mare. Nel febbraio del 1991 si calcolava che 10.000 albanesi fossero giunti nel porto di Durazzo, nella speranza di passare in Italia e in Europa. È probabile che il governo di Alia abbia usato la minaccia dell’esodo di decine di migliaia di persone per ottenere appoggi e finanziamenti internazionali per tenere in piedi il fatiscente Paese. Le forze di sicurezza, che un tempo non avrebbero esitato a bloccare spietatamente ogni tentativo di partenza (di fuga e tradimento, come avrebbero detto le autorità), voltarono il capo dall’altra parte

La diga si ruppe, e l’esodo di massa avvenne, partendo dai porti di Valona, di Durazzo, di Santi Quaranta; diretti a Brindisi, a Bari, a Monopoli, a Otranto. Gli abitanti di Brindisi erano ignari che fin dal 6 marzo due grosse navi mercantili provenienti da Durazzo, la Tirana con 3.500 persone e la Lirija con 3.000, erano state bloccate al largo dalle autorità italiane, e che numerose altre imbarcazioni di varie dimensioni e tipo ne avevano seguito la rotta ed erano pronte allo sbarco. Il giorno 7, levato il blocco, migliaia di profughi presero terra; si parla di 27.000 persone, ma la cifra, che nessuno ha potuto calcolare con precisione, si riferisce anche ai giorni successivi. La città si mobilitò con dedizione – istituzioni pubbliche e private, semplici cittadini – per provvedere alle tante necessità, anche perché lo Stato – che pur sapeva ciò che stava accadendo – si mosse con molti giorni di ritardo. Per la prima volta, in tempo di pace, l’Italia aprì una finestra sul mondo povero, e la potenza dei media portò nelle case degli italiani le immagini di una migrazione di massa. Gli anziani, allora, ricordavano forse le migrazioni dei profughi del dopoguerra e l’odissea dei dalmato-giuliani; ma si trattò di eventi che avvennero in un Paese sconvolto e traumatizzato dalla guerra, intento a curare le proprie ferite; eventi che ragioni politiche velarono, e in parte occultarono, all’opinione pubblica.

Quella finestra, aperta quel 7 marzo, da allora non si è più richiusa; cinque mesi più tardi, l’8 agosto, avvenne a Bari lo sbarco della Vlora, il mercantile carico, anzi semi-sommerso, dall’incredibile numero di 20.000 albanesi fuggitivi. Alle bibliche immagini dello sbarco brindisino si sovrapposero quelle successive dei profughi rinchiusi e ammassati nello stadio barese della Vittoria. Immagini antitetiche: quelle brindisine dell’apertura e della solidale accoglienza, quelle baresi della chiusura e della diffidenza. Tra queste due rappresentazioni reali, divenute immagini simboliche, ha oscillato la percezione del fenomeno migratorio durante gli ultimi tre decenni.

Prima di quel 7 marzo, e fin dall’Unità del Paese (per non risalire troppo indietro nel tempo), lo straniero in Italia fu altra cosa. Ancora a metà del secolo scorso, il censimento contava poco più di 130.000 stranieri nell’intero Paese, meno di tre ogni mille abitanti. Fu il ricco o benestante cosmopolita che fin dai tempi del grand tour viveva nelle nostre città d’arte o nelle località amene sul mare, sui laghi, nelle campagne. Fu l’imprenditore svizzero, francese o tedesco che larga parte ebbe nella prima modernizzazione del Paese e nello sviluppo industriale e commerciale dell’Italia centrosettentrionale. Furono gli intellettuali, i religiosi, gli artisti. Furono i soldati austriaci nelle Venezie dopo la rotta di Caporetto, o gli uomini della Wehrmacht e poi quelli degli eserciti alleati tra il 1943 e il 1946. Furono i turisti, in maggioranza persone colte e abbienti, in cerca del buono del nostro Paese; un flusso che solo negli anni Sessanta prese le caratteristiche meno attraenti di fenomeno di massa. Questi furono gli stranieri che gli italiani conoscevano e che, ad esclusione dei due periodi di guerra, consideravano fonte di arricchimento culturale oltreché materiale. Solo negli anni Settanta iniziò un rivolo di immigrati dal terzo mondo, in alcune nicchie economiche e sociali (i pescatori tunisini a Mazara del Vallo, collaboratrici domestiche dalle Filippine o da Capoverde). Tuttavia, ancora nel 1990 gli stranieri iscritti in anagrafe si aggiravano attorno al mezzo milione, un decimo di quelli attuali.

Ma da quel 7 marzo tutto è cambiato nella testa della gente. Dall’altra sponda del canale d’Otranto, o del canale di Sicilia, ci sono stranieri diversi che bussano alle nostre porte. Non si tratta – fortunatamente – di militari occupanti, né di rentier, imprenditori, artisti, o agiati turisti, come in passato. Sono le huddled masses provenienti da Paesi sia vicini che lontani o lontanissimi, poveri, sconosciuti, stranieri-estranei. Più che la loro diversità, inquieta il loro numero e il loro irrompere veloce nel nostro ordine sociale, tardo nel reagire e nell’includere; confonde l’orientamento dello Stato, che è incerto quando non contraddittorio, nelle politiche da seguire; intimoriscono gli spauracchi agitati ad arte e colpevolmente amplificati. Il 1991 è, dunque, un anno spartiacque. Il legame col mondo esterno – quello intrattenuto dai cittadini, non quello in capo alla politica, alle istituzioni o allo Stato – viene capovolto. Questi legami erano stati assai stretti ai tempi della grande emigrazione transoceanica, posti in essere dalle classi meno privilegiate, proletarie, rurali, emigrate in tutto il mondo; si erano poi sciolti o allentati nella parte centrale del secolo; si sono infittiti negli ultimi decenni, ad opera dei milioni di immigrati insediati nella Penisola, giunti da regioni povere e arretrate. Oggi la parola d’ordine sembra essere quella di richiudere, violentemente, quella finestra sul mondo, aperta subitamente quel 7 marzo. E fare della nostra società una collettività ripiegata su se stessa.

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