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Un discorso al megafono
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Alla fine Trump si è presentato al Congresso per pronunciare il suo discorso sullo stato dell’Unione, uno degli appuntamenti della vita politica americana più significativi per sondare la qualità del rapporto tra presidenza e Congresso. Un mix di valori, retorica roboante ed eccezionalista, da un lato, e concrete proposte politiche, dall’altro: il messaggio sullo stato dell’Unione è il solo a essere previsto dalla Costituzione, benché la consuetudine del presidente di presentarsi in Congresso sia una tradizione avviatasi all’inizio del Novecento con Woodrow Wilson.

Il messaggio era programmato per il 29 gennaio, ma la nuova speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, aveva ritenuto necessario spostarlo perché a suo avviso non vi erano le condizioni di sicurezza adeguate a causa degli effetti del cosiddetto shutdown, la chiusura di buona parte degli uffici del governo nazionale dovuta allo scontro fra la Camera a maggioranza democratica e il presidente per il mancato accordo sulla legge di bilancio e soprattutto sui fondi da destinare alla costruzione del muro al confine con il Messico.

Molti, quindi, erano gli interrogativi rispetto a ciò che Trump avrebbe detto e al tipo di linguaggio usato in un contesto in cui il Partito repubblicano, avendo perso 42 seggi nelle elezioni dello scorso novembre, non ha più la maggioranza alla Camera. I sondaggi continuano a registrare percentuali di approvazione del suo operato non certo esaltanti (il 40% in media, ma con punte al ribasso come il 36% registrato dalla Cnn il giorno precedente il discorso), mentre si riscontrano la crescita di movimenti di opposizione e resistenza nei confronti delle sue politiche sociali e ambientali e la presenza di voci critiche, all’interno del suo stesso partito, che hanno portato il Senato, nei giorni scorsi, a esprimersi negativamente nei riguardi della proposta di ritiro delle truppe dalla Siria. Per non parlare delle indagini che continuano a essere portate avanti dal procuratore Mueller sulle presunte interferenze russe in campagna elettorale.

Insomma, avrebbe Trump abbandonato il linguaggio aggressivo usato nei suoi tweet, il privilegiato megafono con cui continua a solleticare gli umori della base elettorale? O si sarebbe arreso, in vista delle elezioni del prossimo anno, adottando uno “stile presidenziale” più consono alle tradizioni, alle liturgie della democrazia americana? In parte riprendendo lo stile retorico del discorso dello scorso anno, Trump in realtà ha usato entrambi i registri, quello conciliante, bipartisan che, in base a una lunga consuetudine, i presidenti americani utilizzano in modo più o meno convinto, e quello più duro, arrogante quasi, che mette al centro il suo “io” più che la sua carica istituzionale.

Trump, in uno dei più lunghi messaggi sullo stato dell’Unione della storia moderna (1 ora e 22 minuti circa), forse concedendo qualcosa ai suoi speechwriters, ha esordito, all’indomani di uno degli scontri più duri fra Congresso e presidenza, con un linguaggio conciliante, affermando che occorre rigettare “the politics of revenge, resistance and retribution”; che non c’è un’agenda repubblicana o un’agenda democratica, ma quella del popolo americano; che non si deve perseguire la vittoria di un partito, ma la vittoria del Paese in quanto tale. A un’analisi superficiale, parole non dissimili da quelle pronunciate da Reagan o, in tempi più recenti, da Obama. E tuttavia Trump non è Reagan e non ha la sua capacità retorica di celebrare l’unità della nazione, pur avanzando un’agenda politica conservatrice. Tutto il discorso di Trump è basato sul concetto della “greatness”, ma a differenza di Reagan, per il quale la grandezza dell’America non poteva essere messa in discussione, in Trump la “greatness” diventa la misura del chi sta dentro e chi sta fuori o addirittura contro l’America stessa.

“Tonight, I ask you to choose greatness”, ha detto nel suo messaggio, ripetendo poi il concetto anche in sede di conclusione. E naturalmente il terreno principale di confronto, quello in cui si misura chi sceglie o meno la “greatness”, è in parte l’inchiesta della magistratura (definita “ridiculous partisan investigation”), ma soprattutto l’immigrazione, o meglio la scelta di fermare l’immigrazione in quanto “moral issue” (contro Pelosi che aveva definito immorale il muro). La tolleranza nei riguardi della “illegal immigration”, ha detto Trump, non ha niente a che vedere con la compassione, ma con la crudeltà. È una crisi nazionale. E anche se non ha chiesto o minacciato di usare i poteri di emergenza, il messaggio lanciato è quello di una contrapposizione netta amico-nemico. Chi è contrario alla costruzione del muro, unico argine nei riguardi di quella che descrive come una sorta di minaccia apocalittica – salari bassi, riduzione dei posti di lavoro, scuole e ospedali sovraffollati a causa degli immigrati, a sfavore della classe lavoratrice americana; trafficanti di droga e criminali che attentano alla sicurezza di “innocent Americans” – si pone al di fuori della comunità civile.

A dispetto del principio di bilanciamento del potere, Trump più che “raccomandare” al Congresso le misure da prendere, vorrebbe ordinare – “I will get it built”, ha detto a proposito del muro. In realtà, le proposte concrete che enuncia non sono molto diverse da quelle dello scorso anno – investimenti nelle infrastrutture, taglio dei costi delle medicine, congedo pagato, lotta all’Aids. Misure in alcuni casi condivisibili, ma che non hanno costituito la priorità del suo operato nell’anno precedente. E anche rispetto alla politica estera non vi sono dichiarazioni particolarmente innovative rispetto alle dichiarazioni fatte nei giorni scorsi – sostituzione del Nafta, ridefinizione degli accordi con la Cina, dialogo con la Corea del Nord, abbattimento del regime di Maduro in Venezuela, ritiro delle truppe in Siria e negoziato con i talebani in Afghanistan, abbandono del trattato sugli euromissili con la Russia.

Più significativo, a mio avviso, è il tentativo di consolidare la base elettorale in vista del rinnovo del mandato. Il discorso è costruito, dal punto di vista retorico e anche da quello della coreografia che ormai accompagna i messaggi sullo stato dell’Unione (gli “special guests” invitati dalla first lady e citati nel discorso) per consolidare e riaffermare quei principi in cui si riconosce l’America profonda che lo ha votato. Non casualmente la Cbs ha registrato una percentuale di approvazione del discorso molto alta: il messaggio ha sollecitato l’orgoglio, l’eccezionalismo, l’unicità dell’esperimento americano. Trump ha ricordato i due anniversari che cadono nel 2019 – i 75 anni dal D-Day e i 50 anni della missione spaziale che portò i primi uomini sulla Luna – e che permettono di dare spessore e profondità alla celebrazione dell’America come salvatrice e come nazione indispensabile, per riprendere la famosa definizione di Clinton e Albright. È l’America che ha salvato la civiltà dalla barbarie della tirannia, alla testa della crociata per la libertà e la prosperità della classe media; l’America Samaritana, come aveva scritto Henry Luce nel 1941; l’America non attraversata da conflitti e contraddizioni perché le critiche e le opposizioni provengono da chi vuole mettere in discussione l’esperimento americano.

Non vanno poi sottovalutati due passaggi nel discorso: il primo riguarda la questione dell’aborto, rispetto al quale Trump, in modo ambiguo e fuorviante, si è detto contrario alla pratica del cosiddetto “partial-birth abortion” (quello dopo la dodicesima settimana), per solleticare l’elettorato più conservatore. Senza apparente contraddizione, Trump ha anche plaudito alla presenza del più alto numero di donne elette in Congresso, molte delle quali vestite di bianco in ricordo della lotta suffragista, e presenti proprio in virtù della mobilitazione ampia delle donne contro i tentativi di mettere in discussione i loro diritti sociali e riproduttivi.

L’altro passaggio riguarda la delegittimazione delle posizioni più radicali dentro e fuori il Partito democratico. Un nuovo spettro, per Trump, si aggira per gli Stati Uniti ed è il “socialismo”. Ma “we are born free, and we will stay free”, ha affermato; gli Stati Uniti non saranno mai un Paese socialista. La delegittimazione ha accompagnato la storia politica statunitense e non è la prima volta che la lotta politica si traduce nella trasformazione dell’avversario in nemico per spaventare l’elettorato moderato. Forse Trump potrebbe approfittare di quel lungo periodo della sua giornata che eufemisticamente è stato definito “executive time” (buona parte del quale, dicono i maligni, passato a guardare la televisione e su twitter) per provare a leggere il saggio di Werner Sombart, scritto più di un secolo fa, Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti.

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