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Storie comuni di eroina
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Alcuni anni fa apparve su Facebook un album di immagini in bianco e nero scattate dal fotografo Enrico Scuro durante il ‘77 bolognese. Aule occupate, assemblee, cortei, feste. Tantissimi volti di ragazzi: risate, smorfie, pugni alzati. Qualcuno canta, altri suonano, altri ballano durante le manifestazioni. Sotto alle immagini iniziarono ad apparire i commenti: chi si riconosceva o ricordava i nomi delle persone ritratte, chi individuava il luogo, il momento. E chi cercava notizie di amici, coinquilini, compagni di corso o di militanza. In più di un caso quei ragazzi non c’erano più. A volte i commenti facevano intuire che le loro esistenze erano state sgretolate, pochi anni dopo, dalla tossicodipendenza. Ovvero, dall’eroina.

Smisi di leggere con una sensazione pesante di voyeurismo, come se avessi osservato dal buco di una serratura le vite di persone che non conoscevo, di cui non avevo il diritto di conoscere il destino, la loro energia e le loro utopie finite nel fallimento, perse.

Leggendo Piccola città. Una storia comune di eroina di Vanessa Roghi (Laterza, 2018) ho ripensato spesso a quella sensazione. Alle vite troppo facilmente ridotte (e giudicate) per la loro fine. A quelle che sono state rubricate come "piccole storie ignobili" da non perdere tempo a raccontare. E invece Vanessa Roghi (storica, saggista e autrice di documentari per la Rai), ha preso coraggio e l’ha fatto. Partendo da una storia personale, familiare, locale, per raccontare un pezzo importante – e rimosso – della storia dell’Italia repubblicana. E unendo il metodo storico della propria professione all’interpretazione autoriale di chi, da adulto, guarda agli anni dell’infanzia cercando di scioglierne i nodi, le cose percepite ma non comprese.

Il punto di partenza è Grosseto, una città come tante, anonima, il cui monumento principale dovrebbe essere il canale Diversivo, fulcro fondamentale del sistema di bonifica. "Grosseto, al centro della Maremma, alla periferia del Mondo: Kansas City, come l’aveva definita Luciano Bianciardi". Accanto alla piccola città, infatti, ci sono le voci che accompagnano il racconto e precisano il quadro: Bianciardi, Cassola, che iniziano a descrivere quel mondo che esce dalla guerra e inizia a crescere in fretta, senza equilibrio. Le famiglie poverissime della Maremma vengono investite dal boom, davanti ai loro figli si apre un futuro che sembra poter essere solo luminoso. Di lì a poco verranno gli anni delle lotte politiche, del femminismo, di una profonda trasformazione culturale del Paese che arriva dappertutto, anche in provincia.

Ma al di sotto scorre un'altra storia, che si intreccia all’altra e la altera, se non addirittura la travolge: la diffusione degli stupefacenti, la loro ampia gamma che cambia nel tempo, il loro consumo, i tentativi di farvi fronte (i decreti legge, le terapie, le comunità) e i dibattiti (politici, sociologici, sanitari).

Vanessa Roghi incrocia le fonti (relazioni di commissioni parlamentari, inchieste giornalistiche, saggi sociologici, ma anche testimonianze orali e interviste) e inizia a tracciare un percorso, cronologico e tematico, a partire dagli anni Cinquanta, quando viene promulgata la nuova legge sulla droga, che sostituisce quella del 1923. La legge 1041 del 22 ottobre 1954 cerca di limitare la diffusione delle sostanze stupefacenti disciplinandone la produzione e ne stila un elenco indicandone la pericolosità: "Secondo la 1041, per esempio, le anfetamine sono pressoché innocue, mentre eroina e hashish condividono lo stesso livello di pericolosità. Sembra un trattato merceologico e, a leggerla, non si ha alcuna idea del mondo che intende regolare".

Anche la figura del "drogato", il "tossicomane", cambia nel corso degli anni: negli anni Cinquanta ne viene data un’immagine – quasi ottocentesca – di vizioso, agiato, vicino agli ambienti di potere. Poi, progressivamente, i "giovani" vengono identificati come categoria sociale a rischio. I giovani, gli sbandati, i capelloni: siamo alle soglie del '68. La realtà, tuttavia, è molto più complessa di questa: la diffusione degli stupefacenti (barbiturici, oppiacei, hashish) non ha steccati sociali né di età. Ma la svolta deve ancora arrivare.

Il 1975 è l’anno che segna lo spartiacque nella storia dell’eroina in Italia. C’è chi scrive subito che è una mossa dei grandi trafficanti, eliminare la canapa dal mercato per affermare il passaggio alle sostanze più dure. [...] Nel 1973 esce per Einaudi Il sistema mondiale della droga, scritto da due ricercatori francesi, Catherine Lamour e Michel R. Lamberti, sotto pseudonimo. Il libro indaga i meccanismi economici che sottostanno alla diffusione dell’oppio. È il primo studio a indicare chiaramente al pubblico italiano la storia criminale dell’eroina in relazione al mondo occidentale. Ne ho una copia che conservo da anni, a matita c’è scritto il nome della sua prima proprietaria che chiamerò Anna, e la data, 1975. Anna abita a Grosseto, ha iniziato a farsi di eroina qualche anno dopo aver letto questo libro. Nel 1979. Mi colpiscono le sue sottolineature: la prima, quella su cui mi soffermo leggendo la frase più volte, è questa: «Tra tutte le droghe conosciute e diffuse nel mondo, l’eroina è la più pericolosa, perché crea in chi la usa uno stato di dipendenza fisica e psicologica che rende rapidamente schiavi». Perché, dopo averla sottolineata, capita, pensata, Anna ha iniziato a farsi?

È a questo punto che la politica e l’eroina iniziano a mescolarsi: negli ambienti politicizzati (studenteschi ma anche operai) l’uso di sostanze stupefacenti è estremamente diffuso, ma non è accettato, anzi l’eroina viene vista – attraverso teorie complottiste – come un agente infiltrato per provocare la sconfitta. E per relegare il fallimento sul piano personale, privato. La polarità tra sconfitta e fallimento, politico e privato è una lente fondamentale per leggere la complessità di questo fenomeno collettivo, ma percepito come individuale, perché la sua condivisione è inaccettabile.

Altre voci vengono in aiuto per vedere i dettagli: colpisce soprattutto quella di Carlo Rivolta, giovane giornalista di Repubblica che capisce e racconta meglio di tutti gli altri il sistema della droga, salvo poi entrarvi dentro, completamente, perdendosi nella dipendenza e nelle sue conseguenze peggiori.

Nel 1987 il padre di Vanessa Roghi viene arrestato per spaccio di eroina. Attorno a questo fatto, l’autrice ricostruisce la storia dell’eroina, anzi, le storie dell’eroina: diverse persone hanno reagito alla pubblicazione di un primo racconto (da cui poi è stato sviluppato il volume) mandandole messaggi con la propria testimonianza di figli, fratelli, sorelle, genitori, creando un coro di voci che sembravano solo attendere il momento giusto per raccontare le loro piccole storie. Piccole, comuni, di tutti. Storie rimosse, ma non per questo minori, anzi.

Piccola città si inserisce in un quadro più ampio, quello di cui fanno parte diversi lavori (romanzi, film, opere d’arte visiva, ma anche, come in questo caso, saggi storici narrativi) realizzati da "testimoni indiretti", ovvero dalla generazione dei figli di vittime o comunque di attori, a vario titolo, della recente storia del Paese.

La ricerca storica accademica ha spesso tralasciato queste vicende, considerandole minori o ancora eccessivamente "di cronaca". Ma più si allontanano nel tempo, più nasce l’esigenza di comprenderle, di analizzarle.

Tuttavia, è vero, sono vicende aperte, parte della nostra cronaca quotidiana. Se il picco dei morti di eroina si è avuto nel 1996, nei vent'anni successivi il fenomeno è calato ma non è scomparso. Le notizie degli ultimi mesi ci raccontano di una forte diffusione di eroina tra le fasce più giovani della popolazione, con diverse morti per overdose. Ma come sono state raccontate? Tra uso politico (sottolineando l’origine immigrata degli spacciatori al dettaglio) e narrazione giornalistica da feuilleton (la ragazza bella e fragile che ha cercato rifugio negli ambienti sbagliati), si è sempre spostata l’attenzione fuori dal centro. Con una metafora facile, si potrebbe dire che l’eroina è il buco nero, è l’abisso che da decenni non vogliamo più guardare.

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