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Brexit e il Labour
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Nell’autunno del 2015 fui incaricato dall’Istituto di Affari Internazionali di seguire la campagna referendaria del Labour britannico, la sua pratica politica per convincere il proprio elettorato e gli iscritti a non abbandonare la linea indicata dal partito rispetto alla Brexit. Il risultato fu sorprendente.

Mentre la linea ufficiale dichiarava il sostegno per la continuità della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, nei fatti tale era la debolezza della mobilitazione, tale l’ambiguità della posizione dei leader laburisti, così totale la loro dipendenza da Facebook, che la vittoria del "Leave" sembrò a molti osservatori in parte una conseguenza logica di questo comportamento, soprattutto perché nelle zone più diseredate del Paese, dove il “Leave” ha trovato il sostegno più acceso, lì, tradizionalmente, il partito ha conservato il suo principale serbatoio di voti.

Tre anni dopo colpisce notare quanto poco sia cambiato, nonostante appaia sempre più chiaro l’enorme potenziale dell’impatto di Brexit sulle prospettive nazionali in tanti settori, e sempre più evidenti risultino ormai le controversie e i nodi venuti fuori in modo imprevisto nel processo di uscita dall’Ue. Sale ogni giorno il grido di chi vuole un chiarimento da Corbyn, una linea che va oltre un generico rigetto del complesso accordo di uscita che la May è riuscita a strappare a Bruxelles, che sospenda le manovre per fare cadere la Primo ministro e apra la strada a elezioni, che indichi che tipo di differenza il partito pensa di introdurre in un accordo rinegoziato dai suoi leader. Come ha scritto David Miliband, fratello dell'ex leader Ed Miliband: «Non esiste una situazione nel futuro in cui accordi commerciali a zero tariffe e l’impegno a evitare ogni forma di controllo doganale in Irlanda del Nord siano compatibili con l’uscita dall’unione doganale e dal mercato unico». Chi ha la responsabilità specifica di elaborare la politica laburista in questa sfera è Keir Starmer, avvocato, ex procuratore generale nazionale, ministro ombra per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue. Ma Starmer è stato eletto solo nel 2015; non ha l’anzianità più che trentennale di Corbyn, una “qualità” molto rispettata in un partito che tiene tanto alle sue radici e tradizioni, vere o presunte. Starmer comunque si presenta come un personaggio rilevante – l’unico in vista da quelle parti – con un’interessante futuro davanti a sé. È lui che ha convinto il partito nel suo congresso annuale ad abbracciare una prospettiva nel breve che preveda prima elezioni generali, poi – se queste non dovessero andare bene – la promozione di un secondo referendum dove la possibilità del “Remain” venga contemplata tra i quesiti. Tutto ciò contro l’atteggiamento di fondo di Corbyn, il quale ha sempre abbracciato il risultato del referendum del 2016, e ha sostenuto la decisione della Primo ministro – ora considerata uno dei suoi più grandi errori – di far scattare ufficialmente il processo di uscita subito dopo la vittoria del “Leave”.

Secondo gli ultimi sondaggi (pubblicati sul “Guardian” il 2 gennaio) il 72% degli iscritti al suo partito – questa straordinaria massa di giovani che lui è riuscito ad attrarre dopo il suo emergere come leader nel 2015 – sono favorevoli a un secondo referendum, e almeno l’88% di loro voterebbe per l’opzione europea in una seconda consultazione. Gli altri partiti dell’opposizione – scozzesi, gallesi, liberali, verdi – hanno tutti chiesto a gran voce un secondo referendum. Né Corbyn può ignorare la forza dei tanti settori della classe dirigente – dai media alle università, dal mondo del business finanziaria alle imprese multinazionali con basi nella Gran Bretagna – che esprimono la stessa richiesta (senza specificare i quesiti da proporre comunque). Corbyn sa che a livello nazionale i sondaggi indicano che un potenziale maggioranza per il “Remain” esiste, ma sa anche che è debolissima (il sondaggio You Gov del 15 dicembre, indicava un percentuale di 46% per il “Remain, 37% per il “Leave” e un 17% di indecisi).

Allo stesso tempo il leader laburista deve tenere presente le istanze provenienti da persone come la deputata Lisa Nandy, che rappresenta una di quelle circoscrizioni nel Nord, ex centro minerario, che ha votato massicciamente per l’uscita dalla Ue. In una serie di interessanti interventi (soprattutto nella sua lunga intervista audio al “Financial Times” il 17 agosto 2018), Nandy ha spiegato che i problemi chiave per i suoi elettori sono potere, orgoglio e autonomia. Insistendo poi sul fatto che tanta diseguaglianza, insicurezza e povertà in città come la sua non sono semplicemente un problema morale o economico, ma questioni che danneggiano ogni prospettiva di stabilità sociale e convivenza civile, lì e ovunque nel Paese. 

Non si sa comunque come Nandy possa riconciliare questa sua insistenza su potere e autonomia col fatto che lei stessa si è messa a capo di una lobby che preme per più investimenti diretti dall’estero in città marginali come Wigan. Intanto la squadra di calcio locale, che milita nella serie B inglese, è stata comprata di recente da un private equity con base a Hong Kong, senz’alcun commento. Questa contraddizione poi diventa macroscopica a livello nazionale. Mentre tutti, laburisti compresi, gridano alla necessità di riprendere sovranità politica ed economica da Bruxelles, nessuno batte ciglio quando il secondo aeroporto della nazione, Gatwick, viene venduto da una mega azienda internazionale di infrastrutture (Global Infrastructure Partners, quella che ha recentemente comprato i treni Italo), e un fondo privato di Abu Dhabi, e comprato da una grande impresa privata francese, la Vinci, com’è successo negli ultimi giorni del 2018. 

Il partito di Corbyn vive alla giornata, cercando in qualche modo di condizionare la testardaggine senza speranza della May, e resistendo con altrettanta inflessibilità a tutte quelle voci che chiedono un secondo referendum. Mentre vengono dimenticate le promesse del 2015 su un maggiore impegno del partito dentro il Parlamento europeo e nei rapporti con i partiti di sinistra e sindacati dell’Europa (che già emergevano nel lavoro segnalato in apertura), non c’è alcuna traccia nella piattaforma ufficiale del partito su Brexit, di riferimenti a tutti i problemi strutturali che l’Europa in generale – compreso il Regno unito – ha di fronte a sé. Nessun contributo laburista quindi allo sforzo intellettuale per smantellare le contraddizioni dei Brexiteers, del tipo offerto dal ex-diplomatico Sir Ivan Rogers.

Un commentatore del “Guardian”, Rafael Behr, ha suggerito che solo l’idea di avere delle idee suona come una forma di esterofilia ai leader di Brexit, come Johnson o Farage. Senza arrivare a questo punto, colpisce sempre la perenne incapacità o inabilità del Labour non solo di spiegare ai suoi sostenitori cosa sia l’Unione europea, e perché non si tratti di un semplice meccanismo commerciale, ma cosa significhino oggi i concetti di “globalizzazione”, “neo-liberismo”, “sovranità”, e perché i primi due fenomeni abbiano colpito – non a caso – l’economia e la società britannica forse più di ogni altra in Europa. Jeremy Corbyn ha affidato a Twitter – e non al sito del suo partito – il suo messaggio di auguri per l’anno 2019. Rassicurazioni sì, denunce dei disastri del governo naturalmente, ma un pensiero più ambizioso sulle sfide più profonde davanti al Paese per stare al mondo, neanche per idea.

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