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La lenta agonia della Brexit
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I cittadini britannici, tutti i cittadini britannici, nei lunghi mesi che sono seguiti al referendum che il 26 giugno del 2016 ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea hanno dovuto fare i conti con una serie di amare scoperte. Ma l’Unione europea non è un club, dove basta cancellare l’abbonamento e si esce senza alcuna conseguenza. Non può dunque certo stupire la vasta eco a proposito delle conseguenze sistemiche, nei diversi aspetti economici e giuridici, dovuti agli impegni assunti negli anni dal Paese, accompagnati da una miriade di obblighi formali che non possono essere lasciati cadere senza pagare un prezzo altissimo, anche in senso letterale.

In tutto questo, gran parte dell’economia britannica ha imparato a vivere con l’incertezza del dopo Brexit, seppure al punto di rischiare a volte la paralisi, anche fisica, che quasi certamente diverrebbe totale se dovesse essere interrotto il continuo flusso di merci e capitali che la tengono in vita. C’è poi un aspetto che riguarda i flussi di persone: i migranti provenienti dall’Unione giocano infatti un ruolo fondamentale nel fare funzionare pezzi importanti del sistema sanitario britannico e nei settori dell'edilizia, dell'agricoltura, dei trasporti, della formazione.

Detto ciò, al netto delle responsabilità britanniche, va però riconosciuto che nessun Paese tra i 27 membri dell’Unione è venuto in aiuto in alcun modo agli inglesi nella loro ricerca di una via di uscita, il che ha provocato in loro una insolita solidarietà. Nessun altro Paese al mondo, nemmeno gli Stati Uniti, ha offerto agli inglesi di firmare un trattato commerciale pari, quanto a efficacia, a quelli che attualmente sono in vigore in ambito comunitario.

Fondamentale nel designare i destini del Regno Unito, in termini politici, giuridici e identitari, rimane la questione irlandese: un tema delicatissimo che, al di fuori dell’Irlanda, è stato del tutto assente nel dibattito che ha preceduto il referendum. Le varie istanze che si riconoscono nei partiti nazionalisti scozzesi e gallesi hanno ricevuto uno stimolo enorme dalla confusione che attualmente regna a Londra, senza però incidere minimamente sull’evoluzione delle posizioni del governo o dei maggiori partiti a Westminster.

Inoltre, l’equilibrio politico tra potere esecutivo e potere legislativo, lasciato al caso in questi anni con il conseguente rafforzamento estremo dei poteri del primo, non funziona più. Costretta dalle divisioni nel governo medesimo, e dalla pressione di una parte dell’opinione pubblica, la Camera dei Comuni è tornata al centro del confronto sul “che fare?”. Come ha scritto Camilla Cavendish, ex consigliera di Theresa May: “Da quando esiste questo enorme vuoto nella comprensione pubblica delle conseguenze e dei sacrifici [impliciti nel Brexit], è giusto che i deputati provino a recuperare il loro ruolo come rappresentanti, e non da semplici delegati”. Mentre scriviamo queste note, la premier britannica sta resistendo con tutte la forza politica che ancora le resta a questa tendenza.

Ma una situazione del genere non sta risolvendo nulla, anche perché i due principali partiti presenti in Parlamento sono divisi come non mai sulla Brexit, con il ricorso a toni sempre più accesi e a un surplus di retorica dalla parte conservatrice a favore del leave: toni e retorica che rischiano di distruggere il vecchio stereotipo che dipinge quello inglese come il popolo del fair-play.

L’attuale classe politica al potere non è all’altezza della situazione, a cominciare dalla Primo ministro, intrappolata nell'insistenza sulla priorità assoluta da dare al contenimento dell’immigrazione e nella totale indisponibilità ad accogliere le critiche o a gestire gli imprevisti. Come ha detto Sir Ivan Roberts, ex consigliere per l’Europa del Primo ministro e Rappresentante britannico permanente presso l’Unione europea,

abbiamo davanti a noi una generazione cha non ha mai dovuto affrontare seriamente periodi di vera depressione, e contempla a cuore leggero la possibilità di scatenare delle vicende che non potrebbe controllare, ma che crede di poter sfruttare per proprio tornaconto… Mai come adesso l’atmosfera è quella dei tempi prima della Prima guerra mondiale, quando pochissimi sono stati in grado di capire che una lunga epoca di pace ed equilibrio avrebbe potuto essere mandata in frantumi nel giro di pochi mesi. Il percorso di uscita dall’Unione europea sarà lungo e tortuoso e il testo dell’accordo di cui tanto si discute, un testo di quasi seicento pagine, è solo una massa di provvedimenti legali per mettere in pratica il processo, ma non stabilisce come dovrebbero funzionare i futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea dopo l’uscita. Il deal si limita a esprimere degli auspici.

Il grande vizio e al tempo stesso il limite del dibattito britannico su Brexit è la dogmatica insistenza secondo cui le uniche questioni che contano sarebbero quelle commerciali. Le alternative all’accordo proposto da May ruotano infatti tutte attorno a opzioni che riguardano il futuro del commercio, soprattutto per i beni fisici. Anche la soffertissima questione del confine con l’Irlanda del Nord è impostata in questo senso. Meglio quindi il modello Norvegia o quello canadese? O non è invece preferibile uscire senza nessun accordo generale e ripiegarsi – come, si noti, nessuna nazione ha fatto finora – sul sistema gestito dall’Organizzazione mondiale del commercio? Non sarebbe possibile limitare l’immigrazione e allo stesso tempo mantenere tutti i vantaggi del mercato unico, con qualche forma di deroga?

In realtà chi guarda a questa situazione di stallo dal di fuori – soprattutto da Dublino – sa benissimo che dietro tanta militanza su tali questioni sta una profonda crisi di identità degli inglesi, o almeno della loro classe dirigente. Il più incisivo commentatore irlandese, Fintan O’Toole, fa risalire tutto alla convinzione secondo cui la Germania sarà sempre in procinto di egemonizzare l’Europa, e la gloriosa eredità delle guerre mondiali imporrà sempre agli inglesi la necessità di combattere questa tendenza con tutta la loro forza. Al contrario, Harold James, il grande storico inglese che insegna a Princeton, esalta il ruolo dei Tudors nell’immaginario collettivo del suo Paese e paragona Brexit alla rottura del re Enrico VIII con la Chiesa cattolica del 1533. Certi Brexiteers dimostrano invece una forte nostalgia per la Anglosfera, un fronte unito di Paesi di origine anglosassone, ispirato da certe visioni di Winston Churchill. Nel frattempo l’agonia continua, e ogni giorno si manifesta in modo più o meno drammatico e insistente. E ormai insopportabile.

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