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Per cercare lavoro
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Quando si prende in mano il libro di Paolo Barcella (Per cercare lavoro. Donne e uomini dell'emigrazione italiana in Svizzera, Donzelli, 2018) è difficile non pensare subito a Pane e cioccolata, il film girato da Franco Brusati nel 1974. I guai, amarissimi e talvolta grotteschi, del cameriere emigrato in Svizzera Nino Manfredi/Nino Garofoli sono tra i paradigmi narrativi e visuali più ricorrenti di tutta l’emigrazione italiana del secondo Novecento. Persino Tony Judt (in Postwar. La nostra storia 1945-2005, Laterza, 2017, p. 414), generalizzando non poco, ne fa un’epitome del mezzo milione d’italiani e delle centinaia di migliaia di turchi e jugoslavi che nel 1974 vivevano e lavoravano nella Repubblica federale tedesca.

Pur paradigmatica, dunque, l’emigrazione italiana in Svizzera è rimasta a lungo una vicenda sostanzialmente opaca nei suoi tratti peculiari, soprattutto per la storiografia. Una lacuna non di poco conto, se si considera che la Confederazione elvetica è, tra il 1945 e il 1973, una delle principali mete per le centinaia di migliaia di italiani e italiane che scelgono la via dell’emigrazione (essendo stata una meta di migrazioni stagionali e rotatorie già dalla fase preunitaria). Un’emigrazione – soprattutto negli anni Cinquanta – fortemente incoraggiata dai governi, che la considerano una delle risposte più efficaci all’assillo della disoccupazione (e della capacità attrattiva di sindacati e partiti di sinistra), quantomeno nel breve periodo.

Si apre così l’intensa stagione degli «accordi bilaterali», ossia delle intese tra Stati che regolano i flussi di manodopera migrante: sono accordi stringenti, talvolta disattesi soprattutto dai Paesi “importatori”, che stabiliscono le caratteristiche degli aspiranti emigranti, i contratti, le condizioni di lavoro e di vita. L’Italia si ritaglia un posto tra i principali “esportatori” di manodopera, stabilendo già nei primi tre anni del dopoguerra accordi con nove Paesi. Un primo accordo con la Svizzera è tra i più precoci e risale al 1948. E se la rappresentazione proposta dal film Pane e cioccolata (tesa fra didascalico e tragicomico) è così familiare, assai meno note sono le dinamiche, le voci e le storie dei protagonisti di quella vicenda migratoria, caratterizzata da un elevato tasso di rotazione e clandestinità per la natura temporanea dei contratti e dei permessi di soggiorno stagionali o annuali.

Una condizione raccontata, di nuovo, dalla cinematografia. Lo stagionale, film del 1971 dell’operaio emigrato in Svizzera e regista Alvaro Bizzarri, narra efficacemente il nesso di causalità tra la condizione di gastarbeiter, ossia «lavoratori ospiti», l’impossibilità dei ricongiungimenti familiari, la clandestinità e la mancata integrazione. Ora sono proprio queste vicende, queste voci – cercate, sondate e intrecciate con fonti conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato o presso l’Archivio di Stato di Bellinzona – che Paolo Barcella colloca al cuore della sua ricerca. Centodue le interviste raccolte e alcune centinaia i temi scolastici analizzati, tutti svolti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta presso la scuola privata cattolica Dante Alighieri di Winterthur, nel Canton Zurigo. Tre gli epistolari familiari raccolti.

Sono fonti che contribuiscono in maniera decisiva a scomporre i flussi e consentono di mettere a fuoco dinamiche, effetti delle norme, successi e fallimenti, agency dei migranti, anche in un’ottica di genere. Uomini del Nord e del Centro Italia, partiti prevalentemente prima degli anni Sessanta; uomini del Sud, partiti soprattutto dagli anni Sessanta in poi; donne meridionali partite per un agognato ricongiungimento familiare particolarmente dopo il 1965; donne settentrionali emigrate sole, prima del 1955. La Svizzera è (con l’Inghilterra) la meta regina dell’emigrazione femminile. Il primato, che dipende solo in parte dalla prossimità geografica, è connesso, piuttosto, alle richieste del mercato del lavoro.

Le donne sono ambite nel tessile, nell’industria alimentare, nel settore turistico-alberghiero. Gli orari di lavoro sono faticosi e le condizioni di vita estremamente regolate dal momento che, in qualche caso, l’alloggio è rappresentato da convitti di suore cattoliche. Eppure il bilancio di quest’esperienza migratoria spesso nelle loro parole risulta emancipatorio, se non liberatorio, rispetto a contesti originari più opprimenti per controllo sociale e normatività. Naturalmente l’esperienza – per uomini e donne – di rappresentazioni stereotipate, spesso introiettate e di un linguaggio discriminatorio ed esplicitamente razzista non è residuale. Stereotipi spesso alimentati dalle condizioni di promiscuità dovute alla carenza di alloggi. La xenofobia è cruciale anche nell’ossessiva sorveglianza dispiegata su italiane e italiani da parte della polizia politica segreta elvetica che, sospettandoli di sovversivismo, ne scheda decine di migliaia. A volte il risultato è un’identità perennemente in bilico, frutto di precarietà e di un’integrazione difficoltosa, di continue negoziazioni tra affermazione e (auto)svilimento. È come star «seduti tra due sedie» dice Gaetano, uno degli intervistati.

Le questioni legate alle continue ridefinizioni delle identità e alla memoria dell’esperienza migratoria in Svizzera sono cruciali per interpretare il modo in cui vengono lette e affrontate le migrazioni contemporanee. Sono anche l’occasione per ulteriori, rilevanti riflessioni da parte dell’autore, confluite in un contributo recente pubblicato dalla rivista "Meridiana" (n. 91, 2018). A essere analizzata è la fase di radicamento della Lega, ormai uno dei più longevi partiti dell’attuale arco parlamentare. Non come il risultato della cancellazione della memoria dell'emigrazione italiana, come spesso si sostiene, ma del suo contrario. Le zone in cui il partito ha goduto di una presa più forte sono quelle fortemente influenzate dall'esodo migratorio, particolarmente verso la Svizzera, seguito alla Seconda guerra mondiale. È esattamente lì, dove è più diffuso e più vivo il ricordo della durezza dell'emigrazione, che questo ricordo è stato rielaborato e riformulato in una prospettiva xenofoba.

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