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Davvero dobbiamo congedarci dal merkelismo?
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Con troppa disinvoltura si è parlato di "fine della Merkel" e di "dopo Merkel". Approcci legittimi ma che, in realtà, rischiano di personalizzare eccessivamente una vicenda che segnala una fase politica e ideologica dichiarata esaurita, nei fatti, dalla sua stessa protagonista.

È stata infatti la cancelliera a indicare, con il suo stile tanto efficace nella sua stringatezza, che si era ormai arrivati a un punto limite. La sua non era certo una semplice reazione alle continue sollecitazioni (spesso accompagnate da insulti) ad andarsene, perché poi tutti si chiedevano chi avrebbe preso il suo posto e con quale politica.

Il 29 settembre alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” la cancelliera rilascia un’intervista che il giornale riassume in questo modo: “Il tema dei profughi spacca il Paese”. Assistiamo “a uno scatenamento totale del linguaggio […] Questo tipo di odio non è giustificabile”. Esattamente un mese dopo, annuncia la decisione di non candidarsi alla presidenza della Cdu, con un preciso riferimento all’azione di governo. “È chiaro che così non si può andare avanti. L’immagine del governo è inaccettabile. E questo ha ragioni più profonde che non ragioni di comunicazione”. E aggiunge: “Non sono nata cancelliera”.

Ma poco tempo dopo, quest’ultima affermazione viene corretta, anzi, smentita con una controproposta. Infatti, al congresso convocato per eleggere il nuovo presidente del partito, Angela Merkel dichiara di voler proseguire nel suo ruolo di responsabile del governo sino al 2021. Più esattamente, le sue parole sono: “Per il resto della legislatura sono pronta a lavorare ulteriormente come cancelliera”.

È una dichiarazione di disponibilità che può essere letta in molti modi. Quello più ovvio è di voler mantenere (in cambio dell’abbandono della presidenza) la responsabilità di governo perché nessuno in Parlamento l’ha sfiduciata. Oppure, è una forma di responsabilità verso la nuova presidenza del partito e verso il partito stesso perché eventualmente (se vogliono) scelgano con calma il nuovo cancelliere. In ogni caso, devono passare attraverso un voto parlamentare. Ma quando?

In realtà non si capisce perché Angela Merkel, che si era dichiarata sempre contraria al dualismo tra presidenza e cancellierato (avendo anche davanti agli occhi l’esempio negativo di Gerhard Schröder), abbia ora scelto questa strada. Giustamente, Theo Sommer su “Die Zeit” si è chiesto subito se Annegret Kramp-Karrenbauer (la nuova presidente appena eletta, già chiamata dai giornali “AKK”) che “non ha intenzione di essere né una "mini-Merkel" né una "Merkel II", potrà accettare questa soluzione”. Ma sino a quando? “Che cosa conta di più: il ruolo del partito o la funzione dello Stato? In caso di conflitto, chi ha la maggiore capacità di affermazione? Le due posizioni non dovrebbero essere logicamente nella stessa mano?”.

Il problema diventa ancora più serio se si considera che il 2019 sarà un anno decisivo per la sequenza delle elezioni previste: in maggio quelle europee, forse le più importanti e decisive da quando c’è l’Unione europea, con il prevedibile attacco concentrico di tutti i partiti sovranisti anti-europei. Poi quattro elezioni nei Länder tedeschi (di cui tre all’Est). Basterà una Cdu rinnovata nell’immagine e nelle intenzioni della nuova presidenza per fermare il trend elettorale decrescente delle precedenti consultazioni? In caso contrario come evitare la ripresa virulenta delle proteste “Via la Merkel!” anche dal cancellierato?

Già alcuni commentatori si chiedono se non sia opportuno che la nuova presidente del partito punti senza esitazione ad assumere il ruolo di cancelliera. Ma non mi pare che sinora si sia aperto un vero dibattito che affronti il dilemma se presentarsi alle prossime elezioni nazionali del 2021 con una candidata cancelliera senza l’esperienza di una Angela Merkel, o se se anticipare la sostituzione di quest’ultima. Ma quando?

A questo proposito, mi chiedo se non sia il caso di distinguere le elezioni europee, relativamente vicine, dove Angela Merkel può spendere la sua figura di prestigio europeo, dalle altre successive elezioni locali o regionali che hanno dinamiche più complesse. Condivido quindi l’opinione di Theo Sommer che si chiede se "Angela Merkel vuole davvero mandare nella campagna elettorale del 2021 la nuova presidente della Cdu senza il bonus di cancelliera? Non dovrebbe, piuttosto, preoccuparsi di dare a Kramp-Karrenbauer un anno e mezzo o due di tempo in cui potersi mostrare capace come cancelliera?". Ma lo “Spiegel” parla già di una Merkel prigioniera del suo ruolo al punto di non saper come aprire la strada a AKK.

Al momento, tuttavia, nella Cdu tutti sembrano concentrati ancora della situazione interna dopo che Annegret Kramp-Karrenbauer si è imposta con un margine di voti ristretto rispetto al suo concorrente più forte, Friedrich Merz – 517 voti contro 482. Cosa che non era mai successa ad Angela Merkel. Questo risultato, per altro, ha coinciso con un grande dibattito interno. La Cdu ha dato prova di una vivace democrazia interna, cui ora deve corrispondere un’altrettanto schietta lealtà nel sostegno alla nuova presidenza. Da parte sua, le prime dichiarazioni e mosse di AKK sembrano aver avuto successo – a cominciare dalla tempestiva scelta del giovane segretario generale Paul Ziemiak che è vicino alle posizioni di Merz. È aperto invece quello che “Die Zeit” definisce senz’altro “il dilemma Merz”. Per il vero concorrente di AKK, sembra non esserci alcun posto ai vertici della Cdu. “Ma se dovesse sparire di nuovo, potrebbe diventare un rischio incalcolabile per la nuova leader del partito”. È un’ipotesi realistica o solo una speculazione giornalistica?

Il congedo dalla Merkel presidente del partito è cosa fatta. Il lungo caloroso applauso al Congresso era sincero ma anche un risarcimento anticipato per il fatto che tutti e tre i candidati alla presidenza sostenevano la necessità di una rinnovamento del partito, pur senza prendere di petto la cancelliera stessa. Lo slogan merkeliano “avanti così” è stato archiviato definitivamente. Adesso tocca ad AKK mostrare nei fatti come possa andare oltre e come possa farlo senza affrontare la questione delicata della sostituzione della Merkel al cancellierato nel senso che si diceva sopra.

Anngret Kramp-Karrenbauer non nasconde affatto, accanto alla stima e lealtà verso la Merkel, la sua visione diversa su punti importanti che in parte coincidono con quelli dei colleghi che le hanno conteso la vittoria alla presidenza. Prende le distanze sulla questione dei migranti, chiedendo un’azione più sollecita di espulsione non semplicemente di chi non ha i requisiti per ottenere l’asilo e quindi considerati illegali, ma con iniziative mirate contro quelli che commettono reati, allontanandoli dall’intera area Schengen. Conferma una posizione tradizionalista (di cattolica militante) sui temi dell’aborto, della famiglia, dei diritti degli omosessuali, assai più restrittiva di quella “liberale” di Angela Merkel.

Insiste con forza sul problema della sicurezza dei confini nazionali, sull’eventuale ristrutturazione (europea) delle forze armate con la consapevolezza di riaprire un conflitto con la Russia a proposito dell’Ucraina (caso Crimea). Una problematica difficile sulla quale da anni Merkel ha agito con una grande cautela ed equilibrio, sapendo che non solo tra i partiti tedeschi in generale ma anche all’interno dei “partiti popolari” (Cdu/Csu/Spd) ci sono opinioni contrastanti.

È interessante capire come e perché su tutte queste tematiche (dalla migrazione ai rapporti interpersonali) si cerchi il denominatore comune nella domanda di un "nuovo conservatorismo" o di "ritorno al conservatorismo" – che la gestione Merkel avrebbe, di fatto, abbandonato. Il 2018 è iniziato e proseguito in molti ambienti dell’Unione (soprattutto nella bavarese Csu) con questa richiesta polemica.

Dopo l’elezione di Anngret Kramp-Karrenbauer questa polemica sembra placarsi. AKK è forse più conservatrice della Merkel? Evidentemente gli avversari della cancelliera lo pensano. O lo sperano. Non a caso Horst Seehofer, che per mesi le ha creato continue difficoltà, si è detto del tutto soddisfatto della nuova presidenza e contento della nuova situazione. Staremo a vedere.

Nel frattempo molti sostenitori o simpatizzanti di Friedrich Merz, considerato il presidente ideale al posto della Merkel, si riallineano con AKK. La “Frankfurter Allgemeine Zeitung” con qualche ironia parla di “amore a seconda vista”. Un esponente di spicco della Csu, Alexander Dubrindt, che all’inizio dell’anno si era distinto per aver perorato una “rivoluzione borghese conservatrice” contro una presunta dominanza dell’élite di sinistra (mimando motivi tipici di AfD, Alternative für Deutschland) dichiara d’aver sentito al Congresso della Cdu una “certa nostalgia” per quella svolta conservatrice.

Naturalmente – da sinistra – si alzano voci di segno opposto. Lo “Spiegel” scrive sarcasticamente: “Niente paura: la Cdu anche con un’altra donna al vertice è sempre un partito conservatore”. In realtà “conservatore” è diventato un concetto estremamente ambiguo – come del resto quello di “liberale” e “democratico”. Anche in Germania accade in maniera più pacata che altrove, ma non meno impressionante, lo svuotamento dei contenuti di concetti un tempo considerati univoci. Pensiamo alla popolarità acquisita dall’espressione “democrazia illiberale”, utilizzata in positivo o negativo dai sostenitori e dagli oppositori.

Ma è soprattutto attorno al qualificativo “liberale” (e quindi al sostantivo di liberalismo) che è in atto questo processo. Molti sostenitori del liberalismo in economia diventano illiberali quando si tratta di problemi etici attinenti la persona, dei rapporti interpersonali riguardanti i comportamenti sessuali, della natura della famiglia ecc. Come si combinano questi due atteggiamenti? Il “nuovo conservatismo”, liberale in economia e illiberale nell’etica privata-pubblica, sembra offrire questa combinazione. O è tutta una questione nominalistica?

Tornando alla politica, il “centrismo” merkeliano era conservatore – come dice lo “Spiegel”? O hanno ragione quei liberali di sinistra che hanno apprezzato il progressismo della Merkel su molti punti, dall’abbandono del nucleare all’apertura verso “il matrimonio di tutti”, riservando le loro critiche soltanto all’improvvida accoglienza di massa dei migranti nel 2015? Oppure non hanno torto i critici che parlavano di latente socialdemocratizzazione della Cdu merkeliana? Tocchiamo uno degli aspetti enigmatici e controversi della strategia politica merkeliana che da anni fa discutere gli analisti. Non a caso, per trarsi apparentemente d’imbarazzo, si è ripiegati sui termini di "merkelismo" o "merkiavellismo", che sono tutt’altro che risolutivi.

In questo quadro complicato ci sono ancora due punti su cui riflettere. Il primo ci riporta ai partiti. Come è noto, le ultime elezioni regionali in Germania (Baviera e Assia) hanno confermato la decrescita dei “partiti popolari” tradizionali, particolarmente catastrofica per la socialdemocrazia, la riaffermazione (significativa anche se meno forte del previsto o del temuto) di AfD ormai presente in tutti i Länder, la tenuta dei liberali e della Linke e, soprattutto, la notevole avanzata dei Verdi. Questa nuova situazione non ha messo in moto ufficialmente una particolare nuova riflessione politica nella Cdu, che è stata tutta assorbita dalla questione Merkel. Eppure, consentendole di proseguire nel suo ruolo di cancelliera (con tutta la problematicità ricordata sopra), ha di fatto riconfermato la prosecuzione della Grosse Koalition con la socialdemocrazia. Ma non c’è dubbio che il nuovo spirito “conservatore” auspicato o evocato – sia pure nel modo confuso che si diceva sopra – farà sentire le sue conseguenze in nuove ipotesi di coalizione, mettendo all’ordine del giorno l’eventuale ritiro di Angela Merkel anche dal cancellierato. Sarebbe davvero stupefacente se fosse ancora l’attuale cancelliera a gestire la nuova situazione, anche se a suo tempo aveva tentato di formare la cosiddetta “coalizione Giamaicacon i Verdi e i liberali.

Ma sospendiamo qui tutte le speculazioni, per toccare un ultimo punto concreto: le reazioni di AfD a quanto sta accadendo. La Cdu è unanime nel criticare duramente e nel contrapporsi frontalmente al movimento definito “populista di destra” per antonomasia con una pericolosa esposizione a influenze neonaziste. Naturalmente ci sono diversità di tono e persino qualche personale disponibilità a confronti critici diretti. Nel corso dei dibattiti per la presidenza, i candidati sono stati unanimi nel considerare AfD il nemico principale da battere. Friedrich Merz si è particolarmente esposto nella promessa di dimezzare i consensi verso il partito avversario grazie alla sua strategia di riduzione dell'immigrazione e di salvaguardia della cultura/identità tedesca nell’ottica del vero conservatorismo liberale.

A quanto risulta, AfD ha effettivamente temuto che si affermasse Merz e il suo nuovo conservatorismo. Da qui la soddisfazione per la vittoria di AKK che, a detta della presidente del gruppo parlamentare AfD Alice Weidel, “proseguirà il "corso di sinistra" [sic] della Cdu, per cui gli ultimi conservatori democristiani non avranno più una patria politica nella Cdu”. In realtà molti segnali indicano che all’interno della AfD – retorica a parte – diventa sempre più netta la divisione tra l’ala nazionalconservatrice, che mira a prendere il posto dei “partiti popolari” tradizionali, e l’ala estremista, antisistema, intransigente, völkisch.

Al momento è difficile prevedere lo sviluppo di questa situazione. Un punto, tuttavia, è chiaro: la problematica della migrazione continuerà a essere centrale nella polemica politica, ma si sposterà sempre più dalle questioni concrete, operative, materiali per così dire, alla dimensione culturale, “identitaria”. Non a caso tutti gli aspiranti alla presidenza Cdu hanno trovato modo di parlare dei pericoli della migrazione incontrollata e della possibile islamizzazione come una minaccia ai valori occidentali, con toni imprevedibili qualche anno fa nelle file della Cdu. Anche su questa tematica si sta definendo il “nuovo conservatorismo”.

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