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Sul “Contratto per il governo del cambiamento” / 1
Uno strano "contratto"
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È naturale che, dopo essersi presentati alle elezioni con programmi diversi, due partiti intenzionati a dar vita a una maggioranza parlamentare concordino fra loro i punti di un’intesa politica. Nella storia della Repubblica, la si è sempre chiamata “accordo di coalizione”. Ma il “Contratto per il governo del cambiamento” non vuol essere un accordo di coalizione. Le ambizioni delle “parti”, ossia “il sig. Luigi Di Maio, Capo politico del MoVimento 5 Stelle” e “il sig. Matteo Salvini, Segretario Federale della Lega”, sono molto più elevate: e lo si vede, non dai contenuti, ma dalla forma e dall’enfasi mediatica che ne ha accompagnato la presentazione.

Nel preambolo si afferma fra l’altro:

"Per far sì che gli impegni assunti possano essere effettivamente e integralmente realizzati, le parti hanno deciso di scambiarsi reciprocamente ulteriori impegni metodologici. Essi riguardano il completamento del programma di governo, la cooperazione tra forze politiche, il coordinamento all’interno del governo, anche in sede europea, e la verifica dei risultati conseguiti. Le parti si impegnano ad attuare questo accordo in azioni di governo, nel rispetto della Costituzione Repubblicana, dei principi di buona fede e di leale cooperazione e si considerano responsabili, in uguale misura, per il raggiungimento degli obiettivi concordati. Si impegnano a garantire la convergenza delle posizioni assunte dai gruppi parlamentari".

Nel primo paragrafo, intitolato “Cooperazione tra le due forze politiche”, si legge

"I contraenti si impegnano a tradurre questo contratto in una pratica di governo e sono insieme responsabili di tutta la politica dell’Esecutivo. I contraenti stabiliranno insieme il lavoro in ambito parlamentare e governativo e si adopereranno per ottenere il consenso rispetto a questioni relative a procedure, temi e persone".

In caso di divergenza, si aggiunge, verrà convocato un “Comitato di conciliazione”, la cui composizione e funzionamento “sono demandate ad un accordo tra le parti”.

È troppo poco, ovviamente, per fare di tale dichiarazione un contratto giuridicamente vincolante. Ma è abbastanza per far comprendere l’intenzione di introdurre una struttura parallela al Parlamento e al Governo, e perciò tale da interferire pesantemente con le funzioni del Presidente della Repubblica. Di tale struttura si possono intravedere i primi contorni quando si scrive che l’impegno ad attuare l’accordo in azioni di governo avviene non solo “nel rispetto della Costituzione Repubblicana”, ma anche della buona fede, che è principio privatistico, e quando si attribuisce al Comitato di conciliazione il compito di comporre le divergenze fra “le parti”.

Da una parte si vorrebbe così mostrare all’opinione pubblica la solidità dell’accordo, nonostante non ne resterebbe nulla al primo serio dissenso politico. Dall’altra, ed è questo ciò che conta, fino a quando resta in piedi, l’accordo impegna i due partiti a fare dei membri del Governo espressi da ciascuno di essi i puri esecutori della volontà manifestata dagli onorevoli Di Maio e Salvini nel “Contratto per il governo del cambiamento”. Costoro si sono dunque scambiati l’impegno a trasformare il Governo della Repubblica in una struttura al loro servizio.

Rimane il Parlamento, ma solo fino a quanto resterà in vigore l’art. 67 della Costituzione. Non a caso nel contratto è scritto: “Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo. Del resto, altri ordinamenti, anche europei, contengono previsioni volte a impedire le defezioni e a far sì che i gruppi parlamentari siano sempre espressione di forze politiche presentatesi dinanzi agli elettori, come si può ricavare dall’articolo 160 della Costituzione portoghese o dalla disciplina dei gruppi parlamentari in Spagna”.

In realtà, fra le Costituzioni europee solo quella portoghese del 1976 prevede quale causa di decadenza dal mandato l’adesione a un partito diverso da quello nelle cui liste il parlamentare è stato eletto, mentre la Spagna è un interessante teatro di sperimentazioni volte a combattere il “transfuguismo” senza toccare il divieto costituzionale di mandato imperativo. È sicuramente possibile, anche alla luce di altre esperienze europee, contrastare i frequenti e deprecabili fenomeni di trasformismo senza toccare il libero mandato parlamentare, che costituisce da oltre un secolo in tutte le democrazie una garanzia per i membri delle assemblee rappresentative nei confronti degli ordini di partito. Ma questa attitudine costruttiva, che porterebbe a salvare il bambino gettando l’acqua sporca, non interessa minimamente ai nostri contraenti. Il loro obiettivo è proprio quello di gettare il bambino, ossia di ridurre i parlamentari, non meno dei ministri, a esecutori di ordini. Qualcuno ha spiegato loro che, fino a quanto resterà in vigore l’art. 67, questo obiettivo non sarà raggiungibile. E proprio per ciò ne propongono l’abrogazione.  

Fino a questo punto, la struttura simulata nel contratto è comune ai due partiti. Se andiamo oltre, cominciano le differenze. In effetti, nella Lega dietro Salvini non c’è nessuno: si tratta di un partito, che come altri presenta una struttura autocratica che il “contratto di governo” si limiterebbe a perfezionare. D’altra parte, a quanto si ricava dalle cronache, Salvini è stato molto più interessato ai contenuti che alle forme del contratto.

Il discorso è ben diverso per M5S. Dietro Di Maio c’è Casaleggio con la sua società Rousseau e un’organizzazione complessa e volutamente opaca. L’unica cosa non opaca è l’art. 21, par. 5, del Regolamento del gruppo 5 Stelle del Senato, che anticipando l’eliminazione del divieto di mandato imperativo prevede già che “Il senatore che abbandona il Gruppo Parlamentare a causa di espulsione, ovvero abbandono volontario, ovvero dimissioni determinate da dissenso politico sarà obbligato a pagare, a titolo di penale, al “MoVimento 5 Stelle” entro dieci giorni dalla data di accadimento di uno dei fatti sopra indicati, la somma di euro 100.000,00”.

Questa regola, disposta in flagrante violazione della Costituzione, è la parte già emersa di un disegno tecnicamente eversivo, che ha vitale bisogno del “Contratto per il governo del cambiamento” per concretizzarsi. La trasformazione dei membri del Governo e del Parlamento in dipendenti di una società di diritto privato. La violenza che ha sempre caratterizzato i rapporti del vertice coi dissenzienti nella scorsa legislatura e nelle amministrazioni locali è direttamente proporzionale all’assenza di regole, e ha già prodotto qualche danno, per il momento solo collaterale: un contenzioso giudiziale regolarmente vinto dai dissenzienti. Ora per il padrone è divenuto urgente confondere definitivamente le carte. La società di Casaleggio viene e deve venire prima di tutto: se il cosiddetto contratto passa in sede politica, neanche i giudici si opporranno alle regole imposte da un partito che nella realtà rappresenta un terzo degli italiani, e già si comporta come se avesse ottenuto il pacchetto di controllo di una società per azioni.

Il fatto è che la società di Casaleggio è al vertice dell’intera struttura perché dispone dei Big Data con cui è possibile controllare continuativamente gli spostamenti di opinione degli italiani e adeguare di conseguenza messaggi e comportamenti di M5S. Quando perciò l’onorevole Di Maio promette che il Movimento resterà “connesso con gli elettori”, non usa un linguaggio metaforico ma reale. E come si può dire, in questa logica, che il forziere dei Big Data non giustifica il comando dell’intera struttura? Di essa, il “Capo politico” è appunto vertice dell’organizzazione dal lato politico e nello stesso tempo una specie di amministratore delegato che può essere sempre revocato dal proprietario; parlamentari e ministri sono i dipendenti della società; e i cittadini sono clienti, di cui è infatti indispensabile in una società privata compulsare il più spesso possibile le preferenze di mercato.   

Circa due anni fa, ipotizzando un simile sbocco della crisi democratica italiana, scrivevo: “Probabilmente ne emergerebbe un precario e informe conglomerato di potere. Non somiglierebbe a Behemoth per ragioni geopolitiche, tantomeno preluderebbe all’instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento. Come lo definiremmo allora? Tragedia, tragedia che si ripropone come farsa, farsa? Generi del teatro, in ogni caso: e la parola passerebbe agli esperti del ramo, su avviso conforme di studiosi del costume nazionale”. Benvenuti nell’incubo.

 

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